lunedì 20 gennaio 2014

L'Eufrate e la Mesopotamia...

Sabato è un giorno di libertà per noi volontari e, quindi, ci siamo suddivisi in vari gruppi e abbiamo organizzato la nostra prima trasferta. A guidarci, sia nella scelta, che nell'organizzazione del percorso sono stati i volontari qui da qualche mese che conoscono abbastanza bene cosa sia degno di una visita. 
Sveglia prestissimo e appuntamento alle 7 in associazione. Tutti di gran corsa, ma puntualissimi, abbiamo popolato la cucina di GEGED per far rifornimento d’energie. I volontari son soliti muoversi in autostop e per raggiungere Eski Halfeti è necessario recarsi all’uscita della città, in autostrada. Siamo suddivisi in 4 gruppi, di 3 persone ognuno. In ogni gruppo vi è almeno un ragazzo e qualcuno che abbia almeno una basica conoscenza del turco. Io son nel gruppo con Shabi e Boris, due ragazzi ungheresi.  Per raggiungere Eski Halfeti prendiamo 3 macchine. Inizialmente, a caricarci è un signore molto gentile che ci lascia a Birecik. Il paesaggio è incredibile: la cittadina si sviluppa in salita, arrampicandosi su una sorta di collina, in cima della quale vi sono i resti di un castello. Lo spettacolo è davvero bellissimo, un costone roccioso si dirama per vari metri, proteggendo il centro abitato e seguendo il corso dell’Eufrate. 


Abbiamo superato il ponte e posso dire di essere, ufficialmente, in Mesopotamia. Una terra che da quando ho iniziato ad accumulare nozioni è entrata a far parte, con la sua magnificenza, del mio immaginario…E io, adesso, poggio i miei piedi su questa fertile terra e vorrei quasi tornare indietro nel tempo affinché quella bambina che sognava al pensiero dei giardini pensili di Babilonia e che imparava che Mesopotamia significa “terra in mezzo a due fiumi”, il Tigri e l’Eufrate, potesse vedermi lì, e magari, esserne fiera di riuscire a trasformare un mito in realtà. Ho poco tempo per incantarmi, è necessario trovare un’altra auto che ci conduca avanti. Si ferma un furgoncino, riordinano il cassone e ci accomodiamo senza fiatare. Shabi è seduto su una bombola, io sulla custodia di un trapano e Bori su una valigetta d’attrezzi. I due ragazzi, gentilissimi, ci lasciano a Yeni Halfeti e facciamo un brevissimo tratto a piedi e il paesaggio ha dei colori meravigliosi: terra di un rosso intenso, simile a quella marocchina, e scheletri d’alberi bianchi (che credo siano di pistacchio), ogni tanto intervallati da viali di pietra bianchissima, sbriciolata. 



Ci carica un’altra macchina, loro son già in 4, per cui un passeggero passa davanti e si stringono, in due, sul sedile. Sono loro ad accompagnarci fino alle rive dell’Eufrate che prima di essere raggiunte iniziano a regalare spettacoli preziosi, di colori che si accentuano, contrapponendosi alle montagne intorno che ne disegnano il corso. Lì sulle rive dell’Eufrate sorgono vari villaggi, tutti pressoché molto poco abitati e, quasi abbandonati. Le case sono semi-distrutte, ma hanno forme delicate che si sposano benissimo col paesaggio circostante e ne fanno profondamente parte.


Prendiamo un battello, che a suon di musica turca, ci accompagna per ammirare Rumkale dalla storia antichissima che racconta il passaggio di vari popoli. E’ incredibile pensare al tempo che ha forgiato le cave alle pareti, che ha visto questa terra essere fiorente e conquista di numerosi popoli che vi han lasciato tracce meravigliose del loro passaggio.  


Vi è anche una moschea sommersa dalle acque, con il minareto che emerge in solitaria e, secondo quanto raccontano, pare ci siano anche vari villaggi nei fondali di questo fiume dalla storia millenaria.



Facciamo rientro al villaggio, vi è anche una moschea abbandonata, ma che credo si stia lentamente tentando di recuperare.
Lentamente, ci incamminiamo per far rientro a Gaziantep. Pare non sia assolutamente sicuro fare autostop all’imbrunire, quindi, nel primissimo pomeriggio siam già col braccio teso, in attesa di qualche automobilista di buon cuore. Questa volta siamo Edoardo, Anna (una ragazza polacca) ed io. Inizialmente, ci carica un signore in macchina col suo figlioletto. Ci lascia a Yeni Halfeti e da lì son dei ragazzi a volerci accompagnare fino a Gaziantep, ma noi decidiamo di scendere a Birecik, considerato che è ancora presto, il sole è alto e vorremo visitare il paese. E’ graziosa Birecik, vi è un mercato in cui decidiamo di non addentrarci per inoltrarci nelle vie della quotidianità. 


Mangiamo un kebab piccantissimo e credo di aver perso per alcune ore l’essenza stessa dell’esistenza delle papille gustative, per cui mi impegno a eliminare tutti i peperoncini gialli e il prezzemolo, secondo me, in eccesso. 


Decidiamo di incamminarci verso Gaziantep. Per trovare passaggio, è necessario attraversare il ponte e tra la polvere e lo smog raggiungiamo un punto di passaggio obbligato per gli automobilisti. Si ferma un piccolo autobus e l’autista, gentilissimo, ci fa salire gratis. Arriviamo a Gaziantep e, ancora, dobbiamo macinare qualche chilometro a piedi, prima di raggiungere l’associazione, stanchissima, ma super super soddisfatta per la bellezza della giornata…

sabato 18 gennaio 2014

Primi giorni a Gaziantep.

Gaziantep, sud est della Turchia, al confine con la Siria, è la città nella quale farò la volontaria per un progetto di educazione ambientale rivolto alla cittadinanza locale. La prima settimana è trascorsa allegramente. Le attività sono state varie, ma rilassate e molto divertenti. 
Lunedì è stata la giornata dei giochi per conoscersi meglio e iniziare a creare lo spirito di gruppo. Io mi son divertita tanto. E mi pare davvero un bel gruppo, il mio. Mi piace moltissimo il fatto che ognuno si senta davvero libero di esprimere se stesso, senza aver la necessità di dimostrare quel che non è. Nel pomeriggio saremmo dovuti uscire per il city tour, ma a causa di una pioggerellina è stato rimandato. Quindi, ansiosissima di vedere un pochino di questa nuova città mi sono unita al gruppo, guidato da Pampa (un ragazzo turco dell’associazione), che aveva necessità di cambiare dei soldi.
La città si presenta, subito, martoriata. I marciapiedi sono semi-distrutti, spesso in ricostruzione, fango ovunque, voragini a ogni passo. Anche le auto si muovono disordinatamente, rilasciando nell’aria fumi irrespirabili. Intorno a noi varie pasticcerie e negozi, e il caos aumenta quanto più procediamo verso il centro.  La primissima impressione su Gaziantep è di una città triste, di una città dura e complessa. A tratti sa di Cina, in altri di est Europa. E’ molto grigia, complice un cielo amorfo.
Martedì è la giornata dedicata alla realizzazione di un video. Decidiamo la trama e c’incamminiamo in centro per girare alcune scene. Io sono felicissima perché muoio davvero dalla curiosità di scoprire questa città di confine, di cui conosco pochissimo. C’è molto freddo, il cielo è ovattato, ma vi è una luce particolare. Percorriamo una via popolare di negozi, case e qualche bar esclusivamente per uomini. Proseguiamo, ed ecco una zona nella quale son state demolite molte palazzine e le macerie giacciono ancora lì intorno. Dovrebbe essere, questo, il quartiere armeno e sono tanti i muratori a lavoro per recuperarlo. Pare che ci sia dietro un progetto di sviluppo turistico della città. 


Le pareti delle case sono color crema e c’è un’atmosfera particolare, grazie anche a una luce rarefatta e un cielo che minaccia neve. L’ambiente è davvero surreale, sembra una città di guerra, una città ancora in paurosa attesa.  



Giriamo l’angolo e, seduti su un muretto, scheletro di una palazzina incompiuta, in mezzo e sulla polvere, mentre addentano dei candidi pezzi di pane, ecco un gruppetti di bambini siriani. Il più piccolo avrà circa 5 anni e 9 il più grande. Probabile che due o tre siano fratelli. Sono scuri, alcuni poco vestiti, nonostante le temperature. Indossano abiti vecchi e molto impolverati. Riusciamo a comunicar con loro grazie a Mohammed che, essendo di origine marocchina, parla arabo. Proponiamo loro di partecipare al nostro video e accettano molto, molto divertiti. Non smettono un attimo di ridere, di sorrisi meravigliosi, di denti bianchissimi che fortemente contrastano con la pelle ambrata e il corvino dei capelli. Non smettono un secondo di schernirsi. Mi guardano, ridono e si nascondono utilizzando, a vicenda, il corpo del vicino. Sono meravigliosi! 



E se penso al peso della guerra che si portano addosso, mi tremano le gambe. Mi viene da chiedere che cosa ci facciano, così piccoli, così soli in giro per la città… Sembrano di quei bambini abituati e veloci nel cavarsela da soli, nel modo in cui si svincolano tra le auto, con cui parlano col panettiere, per come si prestano al nostro lavoro, al nostro gioco. Hanno occhi che ridono come tutti i bambini dovrebbero, ma chissà quanto dolore han già conosciuto. Di quelli indescrivibili.


Giriamo le scene necessarie, inondiamo i bimbi di dolci e facciamo ritorno in associazione, dove ci aspetta la seconda parte del lavoro, che verrà completata in serata. Alle 17 inizia la prima lezione di turco, sempre spassosa e divertente. Dovremmo imparare, almeno, a comunicare in maniera basilare con commercianti e passanti.
Aspetto mercoledì con molta ansia: è la giornata della fotografia, ovvero dovremmo uscire a catturare immagini che raccontino l’inquinamento e la scarsa sensibilità legata ai rifiuti in città, per poi esporle in un liceo della zona. Ci dividiamo in gruppi e ci dirigiamo in una zona in cui vive il ceto medio: molti palazzoni grigi, traffico e una grande concentrazione di officine per auto. Scattiamo foto alla spazzatura sparsa qua e là, nei cortili dei palazzi, nei giardini, all’interno delle macchine abbandonate, suscitando la curiosità degli abitanti.   


Mentre, durante il pomeriggio, facciamo il famoso city tour: arriviamo ad un antichissimo castello (in restauro a causa di un crollo interno avvenuto lo scorso anno) e procediamo verso il bazar coperto, ricco di negozi d’artigiani e spezie, per poi proseguire tra le vie di negozi a cielo aperto, una sorta di ZTL alla quale non hanno permesso d’accesso le auto. Il bazar è molto tranquillo, poco trafficato e i commercianti son estremamente diversi da quelli marocchini, molto più pacati e poco invadenti.




Terminiamo la giornata in un baretto delizioso, dove i giovani turchi amano trascorrere le serate ad ascoltar musica dal vivo e fumare narghilè. E’ un luogo davvero tipico, molto allegro e vivo. Vi è una donna che seduta sul pavimento prepara pane di continuo, e uno spazio al centro del locale è arredato con cuscini e tavoli rotondi, per chi volesse comodamente fumare e ascoltar musica. Mi piace guardarmi intorno, la gioventù turca è eterogenea, almeno in apparenza. Si vedono ragazze vestite in modi diversi, ognuna, probabilmente, libera di esprimere la propria personalità. E’ molto forte vedere insieme due amiche, una con i capelli al vento, l’altra col capo coperto e provare a immaginare se siano differenti i modi con cui affrontano la vita.
Giovedì abbiamo fatto una sorta di flash mob nel cortile di un liceo. Durante l’intervallo, abbiamo gettato per terra delle bottiglie di plastica e aspettato che qualche studente ne raccogliesse almeno una e la gettasse nel cestino. Quindi, abbiamo iniziato a simulare una partita di basket con le stesse bottiglie, provando a coinvolgere nel gioco gli studenti (nel frattempo i megafoni trasmettevano per tutto il cortile una musica movimentata, che è cambiata dopo circa 3 minuti e abbiamo iniziato a ballare in cerchio. Io mi son divertita tantissimo, sebbene pare che l’effetto visivo del flash mob non fosse incisivo. Però, sarà esperienza per la prossima volta. Siamo riusciti, comunque, a catturare la curiosità degli studenti che han giocato con noi…
Venerdì abbiamo pulito in profondità l’associazione e nel pomeriggio ci siamo concessi una meravigliosa passeggiata in alcune zone molto povere e popolari della città. La gente qui è davvero gentilissima e molto generosa e sono i gesti che non ti aspetti che riempiono davvero il cuore…

Insomma, la prima settimana è volata con nuove avventure, feste e nuovi amici da capire, apprezzare, aiutare. Son davvero molto felice di poter vivere questa esperienza. Vi è in associazione un’atmosfera umana, di aiuto reciproco e non esiste competizione che, ultimamente, ha caratterizzato e, un po’ avvelenato, alcune situazioni della mia vita…

giovedì 16 gennaio 2014

Bergamo!

Ho salutato la Sardegna prima dell’alba, dormicchiato sull’aereo per Bergamo e speso la mattinata alla scoperta della sua parte alta, che avevo sempre sognato in lontananza e grazie a immagini altrui. Ammetto di aver organizzato lo scalo a Bergamo, con 6 ore di attesa prima del secondo volo, proprio per concedermi l’opportunità di conoscerla. E devo dire di non essermi, assolutamente, pentita. La giornata era meravigliosa e la città è posta in modo che si possa godere il più possibile la presenza del sole. Bergamo è come un cioccolatino che racchiude gelosamente e con determinazione il suo prezioso liquore che si scopre unicamente quando si decide di gustarlo.
Quando sono arrivata, poco dopo le 8, la città era ancora addormentata e si vedevano circolare solo gli sportivi più temerari, oltre a qualche anziano. Ho fatto colazione in un bar molto frequentato ed è stato assai interessante osservare i clienti, di sicuro abituali, e cercare di immaginare le loro vite, attribuirgli una di quelle bellissime ville antiche, ma soprattutto tentare di estrapolare caratteristiche comuni legate alla città in cui vivono. Mi sembrano gentili, ma un po’ distaccati, pare ci sia ricchezza, una certa eleganza e una vita legata alla terra. Si accomoda al mio tavolino una anziana signora che noto immediatamente non appena entra nel locale. Indossa una pelliccia di visone che le copre quasi totalmente il corpo minuto, ha dei capelli di un biondo intenso e cotonati. Arriva da un paese vicino e aspetta le amiche, come tutte le domeniche, per far colazione insieme. Nel frattempo, prende posto al nostro tavolo anche un signore con un simpatico cappellino che dopo aver scambiato qualche battuta con noi, inizia a leggere il giornale. Saluto i signori e m’addentro per le vie antiche: c’è poca gente per strada, è ancora molto presto. Non devo, comunque, aspettar tanto prima di veder le vie riempirsi di vita.


Tanti ciclisti e molte persone che portano a spasso i loro cani, tutti meravigliosi e curatissimi. Anche le case intorno son molto belle, ville antiche abbarbicate sulla collina, raccontano vite tranquille, ma raffinate.


Ore 10, la città si riempie. Sportivi, gruppi di amici e famigliole festeggiano un sabato di libertà. L’ambiente è piacevole e sereno.  E’ quasi ora di tornare in aeroporto e, mentre mi accingo a prendere il biglietto alla macchinetta, chiedo consiglio a una signora gentilissima. Chiacchieriamo velocemente e mi  suggerisce assolutamente di visitare piazza Vecchia, bellissima, dove sorge il duomo della città. In realtà sapevo della sua esistenza, ma non l’ho trovata nel mio cammino. Decido di seguire le indicazioni della signora e, attraverso una stretta e ricchissima via di negozi storici dalle vetrine bellissime, raggiungo la meta. Il duomo è davvero meraviglioso, uno scrigno composto di sorprendenti tesori.



Bergamo, come gran parte delle città italiane ha una bella personalità. Provo a ricondurla a luoghi già visti, cercando similitudini che non sempre riesco a trovare o a estrapolare correttamente.
E’ già ora di andare. Prendo della pizza in panetteria che mi dovrà sfamare per l’intera giornata.
C’è un’immensa fila per il check-in per Istanbul.  Vi è un gruppo di giovani, probabilmente polacchi, che ingombra lo spazio con i loro sci e snowboard. Durante l’attesa vi è un signore distinto e molto gentile, che mi fa una compagnia silenziosa. Lo ritrovo ai controlli di sicurezza e poi lo scopro essere mio vicino durante il volo. Iniziamo a chiacchierare. E’ un signore turco, dall’accento milanese perché ha vissuto in Italia per circa 10 anni. Curioso, mi chiede quali siano le motivazioni del mio viaggio e ne approfitta per fornirmi una sintetica panoramica, da me molto apprezzata, sul Paese che mi appresto a vivere per un po’ di tempo. E’ meraviglioso quando dice che la Turchia è stata un corridoio per i popoli e perciò i turchi son turchi, ma racchiudono in loro stessi mille culture e varietà di tratti somatici: come dargli torto!
Sono atterrata a Gaziantep che era già notte. Ad aspettarmi in aeroporto i due ragazzi turchi dell’associazione (Ayhan e Pampa), un terzo che non ho ben chiaro che ruolo ricopra ed Edoardo, un altro volontario italiano.  Eravamo sul medesimo volo, senza saperlo.
L’aeroporto dista circa venti minuti dal centro della città e, di conseguenza, dalla nostra casa. In macchina si ride e si scherza. Sembrano tutti molto simpatici e disponibili. Le strade sono poco illuminate e l’opacità dei finestrini non mi aiuta nel riuscire a osservare la città, ma attraversiamo zone densamente costruite con palazzoni, molti dei quali incompiuti e abbandonati.  Raggiungiamo quella che sarà la mia casa per i prossimi mesi. Ad attenderci alla finestra, le nuove coinquiline Laura e Verena, rispettivamente francese e tedesca. E’ un palazzo un po' trasandato, il mio. L’appartamento è grande, così come le camere, ma è poco pulito. Siamo accolti con grande allegria. Lasciamo i bagagli e andiamo in associazione per la cena:  due deliziosi panini con pollo piccante che arricchiamo con dell’insalata dai mille colori: deliziosi!
Rientriamo a casa e conosciamo anche Tamas, il coinquilino ungherese. La prossima settimana dovrebbero occupare la quarta camera una coppia di ucraini...

sabato 28 dicembre 2013

Datong (Provincia dello Shanxi) - Cina.

Siamo a Datong (provincia dello Shanxi), con mia grande gioia. Desideravo ardentemente raggiungere questa città un po’ remota, che si allontana dai più frequenti circuiti turistici, nonostante alcuni siti d’impressionante bellezza. Sappiamo, da fonti cinesi, che Datong è una delle città più inquinate della Cina. Per questo, prima di raggiungerla, immaginavo una città grigia e difficile da respirare, ma dobbiamo assolutamente ricrederci: il cielo è limpido e di un celeste intenso, il sole alto e luminoso… E ne siamo felicissime!
Le differenze con le città già visitate sono evidenti. Si percepisce, innanzitutto, la sua collocazione a una latitudine che porta sofferenze invernali ed estive. Il sole è forte e fa molto caldo. Chiediamo informazioni alle due ragazze in reception su come raggiungere i due magnifici siti per cui Datong merita assolutamente una visita. Le due ragazze non parlano inglese e, di fretta, chiamano per telefono un loro collega che ci suggerisce le vie da percorrere.  Prendiamo un taxi per arrivare appena fuori città, alle grotte Yungang. Io sono molto, molto emozionata. Se qualcosa dell’oriente ho sempre voluto conoscere sono i luoghi poco noti, poco battuti, a volte remoti e lontani, ma che ti fanno davvero sentire ospite di un territorio e di una cultura altrui. Il tassista è gentilissimo e vorrebbe aspettarci per condurci ovunque. Ma noi preferiamo essere libere e avere tutto il tempo di cui abbiamo necessità per visitare le grotte. Lo salutiamo e ci avventuriamo, seguendo le poche indicazioni. Il paesaggio, caratterizzato da una vegetazione poco florida e scarsa, ti fa sentire un po’ ai limiti. Ci addentriamo tra i viottoli del sito, in cerca della MERAVIGLIA. Camminiamo per circa mezz’ora, troviamo un padiglione moderno (con un bagno meraviglioso e pulitissimo), ci soffermiamo giusto un attimo e poi proseguiamo ansiose di bellezza. Fa davvero molto caldo e il paesaggio sabbioso e poco alberato non ci aiuta nel sopportarlo.  Finalmente, ecco apparire, in lontananza, colonne superbe, finemente scolpite, a costeggiare un lungo viale, come le pareti che ne preannunciano l’ingresso.


La magnificenza ci accompagna a ogni passo. Procediamo verso un tempio, dai colori accesi e dagli arredi sontuosi, nel quale meditano, immersi in un silenzio profondo, alcuni monaci in abito grigio. Lo visitiamo con riverenza e poi procediamo alla ricerca delle grotte.


Sono circa 252 caverne, dalle dimensioni più varie, che racchiudono 51 mila statue di Buddha, alcune  si moltiplicano minuscole, in un’esplosione di preziosi colori, altre enormi paiono imprigionate nelle angustie caverne che le custodiscono.



L’emozione è indescrivibile. Non esistono parole per raccontare tale splendore e immensità. Il caldo non esiste più, si stempera col fresco delle grotte. I diversi punti di vista concedono spettacoli non solo agli occhi, ma anche allo spirito. Lì, in quella Cina interna e remota, vi è una delle opere umane più meravigliose che io abbia visto mai. Ci sentiamo fortunate e lo siamo. Spendiamo l’intera mattina con i Buddha, li guardiamo da ogni prospettiva, ci fermiamo per godere la pace, senza prezzo, che il luogo ci regala.


E’ già pomeriggio e il tempo non è sufficiente per recarci al tempio sospeso, a pochi chilometri da Datong, ma dall’altra parte della città. Prendiamo un autobus e, probabilmente, per alcuni passeggeri siamo le prime occidentali che incontrano nella loro vita.



Son tutti molto gentili e curiosi. Facciamo un po’ fatica a capire quale sia il nucleo antico della città, infatti, nel costeggiare le “vecchie” mura, raggiungiamo il capolinea, in una zona periferica. Chiediamo consiglio a dei ragazzi che vivon lì, tutti ben felici di poterci essere d’aiuto. Riprendiamo l’autobus e scendiamo a caso, davanti a una porta monumentale. Passeggiamo per la città, dove stanno ricostruendo le antiche mura che, precedentemente, avevan buttato giù. 




Stanno riconvertendo anche dei vecchi quartieri, ma il nuovo sostituisce inesorabilmente e tristemente le tracce di un passato che si vuole cancellare. All’imbrunire, stanchissime, ma ancora euforiche per la giornata trascorsa, rientriamo in albergo per organizzare il giorno seguente. Siamo indecise se fermarci ulteriormente in città per visitare il tempio sospeso oppure rientrare a Pechino, raggiungere gli altri e prepararci per il rientro in Europa. Purtroppo, il tempo a disposizione è poco, i collegamenti, spesso, tra una zona e l’altra, non sono ottimi e le distanze sono immense. Dobbiamo rinunciare a visitare Ping Yao, ma come dice Baricco “un pretesto per tornare bisogna sempre lasciarselo dietro, quando si parte” e decidiamo di far ritorno a Pechino.

venerdì 27 dicembre 2013

E, d'improvviso, la muraglia!

Lasciamo Tai’an a metà giornata. Facciamo scorta di viveri in stazione (cracker e biscottini). Pechino dista 418 km che percorreremo in treno. Siamo stanche e un po’ provate dalle esperienze che stiamo vivendo, ma siamo comunque cariche e molto motivate e curiose. Siamo a metà del nostro viaggio, dobbiamo ancora conoscere una parte di Cina che m’incuriosisce moltissimo. Arriviamo a Pechino nel pomeriggio, fa molto caldo. Non sappiamo ancora come raggiungere Datong. Col treno pare impossibile, mentre l’opzione più pratica, veloce ed economica pare sia l’autobus. Ci offre il suo aiuto un ragazzo brasiliano, che parla cinese e che si trova in stazione in attesa della sua fidanzata in arrivo dal Brasile (lui ha un’aria conosciuta). Ci fa perdere un po’ di tempo e rischiamo di non riuscire a prendere l’ultimo pullman per Datong. Affaticate, accaldate, con i nostri pesanti zaini prendiamo l’autobus e arriviamo alla stazione. Compriamo i biglietti per Datong. L’ambiente non è tra i più rassicuranti. Vi sono dei ragazzi che ci girano intorno, ci dicono cose incomprensibili. Cerchiamo un posto per sederci in attesa della partenza. La stazione è lurida, davanti a me c’è una bimba poco vestita che si rotola per terra, nella sporcizia,  nell’indifferenza della sua giovanissima mamma.
E’ ora di partire. La signorina che stacca i nostri biglietti è gentilissima, quasi lusingata dalla presenza di due ragazze occidentali. L’autobus non è tra i più moderni. Lasciamo Pechino. Ci aspettano 265 km per raggiungere Datong e oltre tre ore di autobus. La guida è molto avventata, le strade non sono confortevoli e i sorpassi azzardati non sono rarità. La giornata è bellissima, il cielo azzurro e limpido. A un tratto, ecco apparire, sul lato destro, la Muraglia. Improvvisa, maestosa, sinuosa, sofisticata che emerge silenziosa in un paesaggio di montagne verdi e rocciose, mozzafiato. Io emetto un piccolo urlo di sorpresa e stupore per richiamare l’attenzione di Maria Grazia. Lei è quasi addormentata, ma uno spettacolo simile è imperdibile. 



Gli altri passeggeri si voltano a guardarci, richiamati dal nostro stupore, che quasi non comprendono. La muraglia è lì da secoli e, adesso, ci capita per caso, nella sua naturale placidità. Non ci sono turisti, non c’è la foga di vederla e camminarci sopra. Lei è lì a fare il suo dovere, distendersi per chilometri, dividere, proteggere un territorio dall’altro. Siamo senza parole, viviamo la nostra fortuna in silenzio e l'animo in subbuglio…

Si fa notte e la strada sembra non terminare mai. Arriviamo verso le 22 a Datong. L’autobus si ferma sul ciglio di un marciapiede e, come al solito, veniamo “assalite” da gruppi di tassisti (tutti abusivi) che si propongono di portarci ovunque e tentano di prenderci le valigie. Concordiamo il prezzo e ci facciamo condurre all'hotel che abbiamo prenotato il giorno prima. Sembra un albergo abbastanza confortevole, il prezzo è sotto i 10 euro a notte. Una volta in camera ci rendiamo conto di vari disservizi (luci e internet che non funzionano)… Cambiamo stanza e io crollo addormentata! 

martedì 24 dicembre 2013

La scalata del monte sacro Tai Shan.

Lasciamo l’ostello a metà mattina per recarci alla stazione degli autobus. E’ una giornata di sole a Qufu e la stazione brulica di umanità che ci viene incontro per venderci o proporci qualsiasi cosa. Alcuni ci guardano e ridono tra loro, di noi... Prendiamo l’autobus e il tragitto, per raggiungere la città di Tai'an (provincia dello Shandong, con oltre 5 milioni di abitanti) dovrebbe durare circa un’ora. Lungo il percorso, ai bordi delle strade, si accalcano uomini, motorini, uomini con motorini, bancarelle e curiose esposizioni di mercanzie varie, le più disparate. C’è povertà, intorno.




In breve tempo arriviamo a destinazione. L’autobus sosta in un piazzetta circondata da edifici grigi e fatiscenti. Mi colpisce un uomo con una canotta bianca, è dietro la sua finestra di vetri rotti. La piazza è stracolma di vecchi autobus, posti disordinatamente, e tanta, tantissima gente. Dobbiamo assolutamente trovare un luogo sicuro per lasciare i nostri zaini. Ci indicano un piccolo gabbiotto lì nella piazza, ma si rendono presto conto che ho con me il computer e si rifiutano di prenderlo in custodia. Con un po’ di timore lasciamo i bagagli, ma cerchiamo un altro luogo per il pc (sarebbe impossibile affrontare la scalata del monte con quel peso). Per di più, essendo già ora di pranzo, dobbiamo velocemente intraprendere la salita, per utilizzare il più possibile le ore di luce. 
La città è caotica, ci sono zone sventrate nascoste da pannelli che raccontano “come sarà” , e il contrasto è forte.





Chiediamo informazioni a più persone, ma le indicazioni sono approssimative. Incontriamo una coppia di ragazzi che parlano inglese e ci accompagnano all’autobus per raggiungere la nostra meta. Lo prendiamo e nel giro di 20 minuti ci ritroviamo ai piedi della montagna Tai Shan… Lascio il computer in un piccolo locale in cui si vende di tutto e iniziamo la “scalata”. 
Ci aspettano circa 6000 gradini e un dislivello di 1400 metri. Inizia una ripida salita. Negozietti e piccole aree per meditare ornano la gradinata. E’ questa una delle cinque montagne sacre taoiste della Cina, antichissima, di rara bellezza. Spesso, ad accompagnare il nostro “procedere” vi sono grandi massi con scritte in cinese che, purtroppo, non possono illuminarci col loro significato.





Al principio, la strada è trafficata, vi sono numerose persone in discesa, dall’espressione serena e sorridente. Vi sono anche uomini che, incredibilmente, riescono a trasportare bombole, bidoni d’acqua, utilizzando un sistema di pesi e contrappesi su un bastone che portano a fatica sulle spalle. Inizialmente pensiamo che sia legato a un voto, poi ci rendiamo conto che quello è il loro mestiere, che qualcuno deve approvvigionare le piccole baracche di ristoro lungo tutti i 6000 gradini, che gli hotel in cima hanno necessità di acqua, cibo, calore e qualcuno lo deve, a fatica, fare! 




Camminiamo, andiamo avanti, sudiamo, cerchiamo di mantenere sempre il medesimo ritmo, proviamo a bere il meno possibile. Non so né dove, né come sarà la fine, l’invisibile fine, l’inarrivabile fine. Quella strada, quella salita è come il percorso della vita. Ogni passo è caratterizzato da incertezza e novità, dopo ogni curva vi sono paesaggi e persone non noti. Si spera che la meta sia sempre più vicina, ma appare sempre più lontana. E’ un continuo andare, senza arrivare mai, con la disperazione del dover per forza procedere, quasi meccanicamente, senza scelta, per sopravvivere, perché la notte sta scendendo e la salita è sempre più fitta, come l’oscurità. L’ennesima curva, l’ennesima gradinata sembrano essere sempre l’ultima, ma poi si moltiplicano come gocce in una pozzanghera. 
Durante il cammino incontriamo giovani e famiglie. Io provo a interagire con loro, dove possibile. Ho necessità di sapere cosa troveremo in cima, se vi sono alberghi in cui pernottare. Abbiamo pochi soldi con noi, l’accesso alla montagna ci è costato gli yuan che avevamo in tasca e non siamo riuscite a trovare bancomat da cui prelevare. 
I gradini sembrano moltiplicarsi all’infinito, la salita è dura. E’ difficile anche respirare.


Nessuna di noi parla, avanziamo a ritmi diversi. Ogni tanto mi fermo per aspettare Maria Grazia e l’attesa è un darci forza in silenzio, a suon di sguardi. Siamo in due, ma siamo sole. Ognuna procede per sé, ognuna di noi porta dentro motivi, speranze, paure e appigli. La notte dovrà passare, non sappiamo come, né dove, ma passerà, in cima alla terra, senza punti di riferimento che non siano il cielo, la terra stessa e l'oscurità della notte, che scende inesorabile, nel buio della montagna. 
I gradini oramai, non si vedono nemmeno più. Qualcuno sale con delle tenue pile. Rincuora l’animo il passaggio d’esseri umani: non siamo sole, non siamo le uniche a non aver più fiato. L’aria è sempre più rarefatta e noi fradice di sudore, ma la fine sembra sempre un miraggio. Dovrebbe essere vicina, ma sbucano sempre nuove e più ripide salite.
Finalmente, ecco l’ultima, eterna, estrema salita, dopo oltre 6000 gradini e una porta illuminata. Dovrebbe essere lei “l’accesso” a non so dove, a non so cosa.
Siamo arrivate, sono arrivata.
La sensazione è talmente forte che vorrei piangere. Io ho raggiunto, in una buia notte, la cima alla montagna sacra. Il percorso non è stato solamente faticoso, tortuoso e infinito, ma è l’oscurità dell’anima che abbiamo attraversato. Di quei viaggi in cui parti solo e arrivi ancora più solo. Inizia a piovere e fa fresco. Ci guardiamo intorno alla ricerca di riparo. Abbiam bisogno di un luogo in cui trascorrere la notte. Le falene si scontrano le une con le altre. I riflessi di luce esaltano queste pazzie. Entriamo in un hotel, abbiamo pochissimi soldi (e se dovessimo spenderli tutti non avremmo nemmeno un yuan per comprare dell’acqua). Nella hall vi sono delle tende da campo, con all’interno due, tre posti letto. Chiediamo una stanza, per avere un bagno privato. Il costo è nettamente superiore a quanto disponiamo. Proviamo a contrattare. Vi sono anche delle brandine disposte nel corridoio, con persone già adagiate per trascorrervi la notte.



Valutiamo le tre opzioni. Rimaniamo ferme per la camera, ma non vogliono raggiungere un accordo economico con noi. Andiamo via, ma poi ci fermano sulla porta. Accettano la nostra offerta, ma quando ci apprestiamo pagare, ecco la richiesta di una caparra. Non potendo disporre d’altro, andiamo via. Vaghiamo un po’ sotto la pioggia e tra le falene. Non esistono altre strutture ricettive, purtroppo. L’unica speranza è una sala che non riusciamo esattamente a capire cosa sia. Ci avviciniamo, ma  non possono offrirci ospitalità in quanto straniere. Fortunatamente, riconosciamo una coppia di ragazzi col quale mi ero soffermata durante la salita, per chiedere informazioni. Spieghiamo la situazione e la nostra necessità di trovare un qualsiasi riparo per le poche ore che ci separano dall’alba. Il ragazzo, tra i cinesi più intelligenti e furbi mai avvicinati, tratta con i signori che regolano l’accesso alla struttura. Dice loro che siamo americane, compagne d’università e riesce a convincerli a concederci un divano, nello scantinato, più un cappotto verde e ampio, per poterci proteggere dal freddo della notte. Dividiamo con lui la quota pagata e ci rannicchiamo sul divano per trovare un po’ di conforto. Non esistono bagni e, meno male, la salita ha prosciugato i liquidi del nostro corpo. Riesco a riposare un pochino e presto è ora di rimettersi in moto. Purtroppo, a causa della pioggia, non riusciamo a godere dell’alba, che pare sia di rara bellezza. Scendiamo, senza fatica, ammirando panorami meravigliosi che, nel buio della notte, avevamo perso.


La discesa è rapida, in meno di due ore raggiungiamo una piazzuola dalla quale partono gli autobus che conducono a una delle entrate (che poi scopriamo non essere quella dalla quale abbiamo iniziato il nostro pellegrinare). Quindi, dobbiamo assolutamente ritrovare il localino per riprendere possesso del mio pc. Siamo stanche, ma nel giro di un’ora risolviamo il problema. Percorriamo il tragitto a ritroso per raggiungere la stazione. Ci fermiamo in un fast food per utilizzare i bagni e a farci strada è una signora, che pare lo utilizzi quotidianamente. Quindi, raggiungiamo la stazione, i nostri zaini sono sani e salvi e ci incamminiamo verso la stazione dei treni. Ci aspetta un lungo viaggio per raggiungere Datong…

Qufu, la città di Confucio.

Per raggiungere Qufu (provincia dello Shandong, circa 60 mila abitanti) da Nanchino abbiam preso un treno super veloce e moderno. E’ il medesimo che fa la tratta Shanghai-Beijing. Chiaramente, i nostri compagni di viaggio hanno tutt’altro aspetto rispetto a quelli della tratta Shanghai-Nanchino. E anche i sedili sono decisamente differenti. E’ un treno di lusso, questo. E, in poche ore arriviamo a destinazione. Piove, piove tantissimo, senza sosta. E solo per riuscire a trovare un taxi che ci porti in ostello ci bagniamo come spugne. Per le condizioni meteo siam costrette ad accontentarci di un taxi abusivo, imponiamo velocemente il nostro prezzo e via! Alla guida c’è un ragazzo e al suo fianco un amico. Il percorso per raggiungere l’ostello è lungo e guardiamo stupefatte il paesaggio attorno a noi… La città è completamente allagata e piena di fango. La macchina attraversa pozzanghere che sembrano laghi e smuove onde d’acqua altissime, tant’è che il timore è di rimanervi imprigionate. Attraversiamo vie grigie e tristi, di niente intorno. Dopo oltre 20 minuti raggiungiamo l’ostello. Dall’esterno sembra una casa accogliente. Apre il portone una ragazza carina e minuta. Ci stava aspettando e questa sensazione è piacevole. Ci dà tutte le indicazioni del caso e ci accompagna in camera, attraversando un cortile all’aperto (sempre sotto la pioggia). La camera è essenziale, semplice e accogliente. Chiediamo se è possibile utilizzare una lavatrice e ce la indica. Sinceramente, non avevo mai visto niente del genere: è una lavatrice a due cestelli. Il primo è dove avviene il lavaggio vero e proprio, nel quale tu puoi (anzi devi) infilar le mani per aiutare la macchina durante il lavaggio, l’altro è quello in cui gli abiti vengono centrifugati e il trasferimento da un cestello all’altro deve avvenire manualmente. Esperienza anche questa: almeno riesco a lavare i miei jeans!



Una cosa bellissima di quest’ostello è la presenza di un bar-ristorante al piano terra. E’ possibile consumare delle ottime colazioni e anche pranzare o cenare un po’ quel che si vuole. Dopo vari giorni di viaggio e di piccole scomodità, mi sembra di essere in paradiso. Era davvero necessario trovare ospitalità in un luogo simile, per riposare un po’. Per questo decidiamo di fermarci due notti in città.

Amo fare colazione lentamente e in solitaria. E' un momento impagabile che adoro spendere con me stessa. L'ostello, arricchisce questo fondamentale momento tutto mio regalandomi, letteralmente, una finestra sul mondo. Ho davanti a me Qufu che si risveglia e che si appresta ad affrontare una nuova giornata. Guardare la strada di fronte a me è fonte di varie riflessioni. Infatti è estremamente interessante notare come i cinesi vivano la strada: essa non appartiene unicamente alle auto o ai motorini, ma è di chiunque debba andare "da qualche parte". Vi transitano, infatti, a varie velocità, mezzi a motore (dalle forme più varie e curiose) a quelli umani. Quindi, è possibile vedere famigliole su carretti, uomini in bicicletta, risciò, vecchie auto, gruppi di 3 - 4 uomini ben stretti sui motorini e persone che camminano tranquillamente a piedi nel bel mezzo dello sfrecciare altrui. E' una sensazione quasi rilassante il vedere tutta questa varietà in pochi metri di visuale. Mi fa pensare anche alla concezione che essi hanno della vita umana e che mi pare di percepire. La vita è una continua lotta per la sopravvivenza e come qualsiasi battaglia, si fa di tutto per vincerla, ma è necessario esser pronti a rassegnarsi qualora non sia possibile salir sul podio. Questa sensazione la si respira a ogni passo. In Cina si vive vivendo, un po' come si faceva da noi prima del boom economico.

Usciamo per esplorare la città di Confucio. A Qufu vi sono la casa, il tempio e il cimitero, inseriti nella lista dei Patrimoni dell'Umanità tutelati dall'Unesco.
Alla porta dell'ostello vi sono una schiera di cinesi, con i loro risciò, che vorrebbero accompagnarci ovunque.



Decidiamo, però, di fare una passeggiata e raggiungere la casa e il tempio a piedi, poichè si trovano a poche centinaia di metri.  Dedichiamo la mattinata ad ammirare la magnificenza della dimora e del tempio di Confucio. Sono strutture dagli ampi spazi, i soffitti di legni intarsiati e dipinti sono di grande eleganza e di superba bellezza.





E' una visita emozionante. Pensare che quelle stanze, corridoi e quei meravigliosi giardini, immersi in una palpabile quiete, siano state sorgenti di pensiero di uno dei filosofi più grandi e potenti della storia dell'umanità.





Nel pomeriggio ci rechiamo al cimitero. Prendiamo un risciò. Contrattiamo con una donna il prezzo per andata e ritorno (dovrebbe quindi attenderci all'uscita). Il cimitero è un enorme parco nel quale vi sono seppelliti tutti i discendenti di Confucio oltre 3000 persone. E' un giardino bellissimo, di viottoli immersi in una natura rigogliosa...
Siamo estasiate da Qufu. E' una visita calma e silenziosa, un camminare lento, un seguire i ritmi di questo "paese" cinese, il più diverso incontrato e visitato durante questo lungo viaggio. E' un luogo turistico, ma non troppo. Non esistono grattacieli, la vita si svolge per le strade. Sembra di aver fatto un viaggio nel passato, non troppo remoto, della Cina.

lunedì 23 dicembre 2013

Shanghai - Nanchino...

Zaini in spalla, prendiamo l’autobus e di corsa verso la stazione. A Shanghai ­­­e, di sicuro, nelle più grandi metropoli cinesi, ne esistono di due generi: le super moderne e tecnologiche, quelle dalle quali salirai su un treno velocissimo e lussuoso e i tuoi vicini saranno cinesi di un certo tipo, e poi ci sono le altre. Noi, in questa occasione, abbiamo scelto le altre!
Con noi, una marea d’umanità in attesa. L’atmosfera era quanto di più affascinante potesse esserci. Famiglie cariche di bagagli accomodate sul pavimento ricreavano il focolare domestico e, nel frattempo, ci guardavano come fossimo aliene. Lavoratori stracarichi di bagagli impacchettati e trasportati nei modi più impensabili e geniali, creavano delle file interminabili.



Sedili di legno, tendine celesti con bordi dorati, tutti a stretto, strettissimo contatto e molti, senza nemmeno un posto a sedere, ingombravano il già angusto corridoio tra i sedili. Il viaggio è durato quattro ore…Uno dei percorsi umanamente più belli della mia vita. Chi dormiva nelle posizioni più improbabili, chi addentava la cose più improbabili, chi si tagliava le unghie e chi osservava chi si tagliava le unghie, chi ci sorrideva, chi ci scrutava con allegra curiosità, chi con paura.




Arrivate a Nanchino (città dello Jiangsu, con circa 8 milioni di abitanti), non siamo riuscite a trovare una guida della città in inglese e ci siam fidate dei consigli di un ragazzo occidentale che vive lì da qualche anno. Abbiamo preso la metro, cercando di raggiungere l’ostello indicato nella guida.
Ed ecco a noi la Cina più caotica e disordinata che un po’ avevo dimenticato dopo Pechino e Shanghai, e un caldo incredibile. Tentiamo di orientarci, ma è difficile. Dobbiamo cercare un ostello, un letto. Siamo stanche, gli zaini pesano e fa veramente caldo. ­­Decidiamo di dividerci. Maria Grazia va alla ricerca dell’ostello e io mi fermo con i bagagli.
L’ostello è al completo. Dobbiamo rimetterci in marcia e cercare assolutamente un luogo in cui trascorrere la notte. Chiediamo ai passanti, ma nessuno ci capisce oppure si vergognano di comunicar con noi, nel loro inglese stentato. Vedo un albergo. Lascio Maria Grazia coi bagagli ed entro per chiedere informazioni. Anche lì stessa scena: non mi capiscono e ridacchiano, vergognose, di continuo. Spiego a gesti che sono alla ricerca di una camera. Dico che siamo in due, contratto il prezzo e voglio vederla prima di prenderla. Mi accompagnano e la camera è discreta. Nel frattempo, però, leggo che nel medesimo stabile c’è anche un ostello (quindi, forse, si riesce a risparmiare), chiedo a che piano si trovi e salgo alla sua ricerca, sperando in una sistemazione più economica. Arrivo al sesto piano e ad accogliermi ci son due ragazze dietro un bancone. A me, piuttosto che un ostello, pare un centro estetico. Le ragazze son lì col cotone tra le dita dei piedi che si smaltano le unghie a vicenda e ridacchiano, perché in effetti, non c’era altro che in quella situazione si potesse fare. Rido anch’io!
Spiego che sono alla ricerca di una camera in cui trascorrere la notte. Comunichiamo con google translator. Mi dicono che non possono ospitarci perché per legge possono accogliere unicamente cinesi. Le imploro, ma niente, non possono. Quindi, dopo essermi fatta consigliare un ostello, le saluto, ringrazio e raggiungo Maria Grazia, felice per la notizia. Adesso il problema è raggiungerlo, però. Siamo stremate. Il caldo e la fatica ci han divorato le energie. Proviamo a fermare un taxi. Ma nessuno ci dà retta. Siamo occidentali, han timore di non comprenderci e nemmeno si fermano. Ci passano davanti come se fossimo di vetro. Alla fine (dopo oltre due ore) un taxi si ferma. Legge l’indirizzo che gli mostro e ci dice “No!” E io, a mani giunte: “please, please, please!” e lui: “Ok!” . Saltiamo su quasi incredule, sospiro e sorriso: questo viaggio ci piace!
Guidano come pazzi a Nanchino, il tassista impreca senza pietà ed è la prima volta che vedo un cinese imbestialirsi al volante!
Attraversiamo la città, arriviamo in ostello e inizialmente ci dicono di essere al completo. Insistiamo e riusciamo a farci dare una camera… Esauste crolliamo nei duri letti di Nanchino!
Ci risvegliamo sotto un bell’acquazzone e uscire di casa è quasi impossibile per il fango. Aspettiamo un po’ e ne approfittiamo per continuare a riposarci. La pioggia si attenua e ci avventuriamo per la città che subito si mostra energica, ricca di storia e molto interessante.







Non avessimo già prenotato l’ostello a Qufu ci saremmo fermate un giorno in più… Quindi, di corsa all’ostello, zaino in spalla e attendiamo una coppia di simpatici cinesi, in vacanza a Nanchino, che si son offerti di accompagnarci in stazione. Son molto simpatici e chiacchierar con loro è veramente piacevole.
Studiano in America perché credono che formarsi all’estero sia nettamente migliore. Parliamo dei problemi della Cina e loro riescono ad avere una visione più libera del loro Paese rispetto ai giovani che ho avvicinato ad Harbin. Stiam rischiando di perdere il treno, li salutiamo e io penso “chissà se ci rincontreremo mai” … E, nel frattempo, li catturo in un’immagine… Qufu arriviamo!