giovedì 25 settembre 2014

San Sperate - Sardegna.

San Sperate è un piccolo centro di circa 6000 abitanti poco distante da Cagliari. E’ conosciuto per essere un paese museo, ricco di murales e opere d’arte diffuse, per il giardino sonoro di Pinuccio Sciola e, ho scoperto una volta arrivata, per le bontà delle pesche che si producono.


L’abbiamo visitato in un rovente pomeriggio di settembre, con grande gioia e soddisfazione per non aver disatteso un desiderio e una promessa.
E’ uno di quei luoghi che lasciano un po’ di disappunto, nel quale speranza e disperazione si sfidano come in un difficile braccio di ferro. Il paese si sviluppa in un intricarsi di vie pianeggianti e, appena vi si giunge, non è difficile percepirne le particolarità e le grandissime opportunità. Non c’è un percorso prestabilito e chiaro che ti guidi nella scoperta delle installazioni e dei murales che nel corso degli anni hanno donato a San Sperate un’atmosfera particolare. Vi sono degli scorci preziosi, case campidanesi, con portali magnifici che lasciano sognare patii eleganti e giardini lussureggianti, pareti candide su cui sorgono disegni dai colori delicati. 




A rendere l’atmosfera ancor più piacevole sono i pavimenti colorati delle vie del centro storico in cui si trovano le numerosissime opere. Col sole alto e feroce abbiamo passeggiato su strade azzurre, gialle, verdi, tra case bianche, bordate di un blu intenso, ammirando installazioni di ferro scuro, fiori e piante rampicanti. 


Su consiglio di un passante ci siamo inoltrati alla ricerca delle pareti di poesie, ma non siam stati abbastanza coraggiosi da soffermarci a sufficienza per leggerle tutte: il caldo era insopportabile, ma il tempo è bastato per constatare il degrado diffuso in cui versa la zona che potrebbe, invece, essere, con pochi sforzi e un po’ di costanza e senso civico, un angolo delizioso e un’attrazione particolare del paese.



E poi di fretta alla ricerca della stradina bianca che conduce al giardino sonoro di Pinuccio Sciola. Troviamo chiuso l’accesso con un nastro, attendiamo un pochino ed eccoci concesso l’ingresso nello spiazzo ampio e magnifico: grandi e maestose pietre di varie forme, lavorazioni, materiali nel bel mezzo di una natura rigogliosa, quella di cui esse fanno parte e con l’aiuto della quale regalano una profonda armonia. 


E lì, con gioia e stupore, a far “uscire” musica, musica dalle pietre… A scoprire quali suoni fossero capaci di donarci, a estrapolare l’incanto, la magia.

San Sperate non delude assolutamente, ma lascia un po’ di amaro. E’ come una glassa dolce con un ripieno stridulo, perché dietro, accanto e intorno ai magnifici portoni non sempre il sogno coincide con la realtà.

lunedì 8 settembre 2014

Cabras - La Corsa degli Scalzi

Sabato, primo sabato di settembre, ore 7 del mattino un uomo scalzo, pantaloni corti e maglietta bianchi, con passo svelto si dirige in chiesa. Per mano ha il suo bambino, scalzo e vestito di bianco, nell’altra un piccolo fagotto, anch’esso candido. 


La mamma di Sara, la notte precedente, quasi bisbigliando per non svegliare coloro che già dormono, “Is corridoris, la notte prima, vanno a letto presto”, mi racconta che la tunica bianca ognuno la porta in chiesa racchiusa nel fazzoletto femminile, per poi vestirsi tutti insieme. Sulla credenza, il nastro bianco con i bottoni per allacciare il colletto del saio e in salotto, poggiata sulla sedia, la cintura bianca…
E’ bella l’atmosfera della vigilia: un misto di attesa e pace.
La Corsa degli Scalzi ha una storia antichissima che risale al 1500 e profuma di leggenda. Si narra che a causa di una delle frequenti invasioni saracene, uomini e donne di Cabras corsero verso il borgo di San Salvatore (nel quale gli uomini vivevano durante la settimana, non potendo quotidianamente affrontare le distanze del viaggio) per mettere al sicuro la statua del santo e i loro averi. Durante la corsa, si racconta che sollevarono un tale polverone da indurre i saraceni a credere che avessero un esercito ben equipaggiato e ciò li fece desistere dall’assalto.
Io non so esattamente quanti fossero i corridori: uomini, ragazzi e bambini. Un fiume umano, un serpente bianco luccicante che si muoveva compatto nel senape scuro delle terre del Sinis. A tutti è permesso emozionarsi, ma solo a pochi, pochissimi, comprendere che cosa realmente significhi la Corsa. Perché ognuno corre per un motivo. E non esistono turisti, curiosi, viaggiatori che possano intaccarne l’essenza, perché è inafferrabile come i corpi in movimento. E quando i corridori arrivano a San Salvatore, sotto un sole alto e potente, pesanti di polvere, fatica e sudore che cerca di evaporare dalle vesti, allora lì l’essenza della corsa si è già manifestata in ogni singolo passo, in ogni singolo scatto lungo chilometri, dove ognuno ci ha messo, ci ha lasciato o forse si è ripreso un po’ di se stesso. Adesso puoi solo lasciarti respirare l’umido intrappolato in sai saturi, fino alla magia del profumo di menta, che arriva come un miracolo, e dei petali di fiore che segnano il passaggio del santo nelle vie di San Salvatore. Questa è l’unica, grande magia che è concessa al popolo spettatore.

Currei in nomine ‘e Deus, Scalzi di Cabras!