Passa a prenderci Zakaria, un amico di Saad di Meknes. Lui è
un musicista disoccupato. Facciamo il pieno di benzina (50 euro) e si parte! In
teoria, per raggiungere Missour, ci vorrebbero 4 ore, in pratica ne impieghiamo
5.
Viaggiare per le strade del Marocco è davvero interessate,
il paesaggio cambia velocemente e spesso, offrendo tanti spunti di riflessione.
Attraversiamo un lungo tratto interamente coltivato a cipolle, sebbene in modo
a me sconosciuto. Probabilmente è una tecnica legata all’aridocoltura, ma
dovrei informarmi meglio.
Superiamo una zona semi-desertica per raggiungere Ifran, una famosa località di montagna, dove i marocchini benestanti si concedono giornate di relax. Non sembra assolutamente di essere in Marocco, bensì in un qualsiasi paesino montano europeo.
Superiamo una zona semi-desertica per raggiungere Ifran, una famosa località di montagna, dove i marocchini benestanti si concedono giornate di relax. Non sembra assolutamente di essere in Marocco, bensì in un qualsiasi paesino montano europeo.
Proseguiamo ed ecco a noi una zona fortemente desertica,
inospitale all’uomo. La terra è arida e non esistono colori distanti dal giallo
secco a dar sollievo. Le colline si susseguono fedeli a se stesse. Ogni tanto,
nel bel mezzo del niente, compaiono degli esseri umani sui bordi delle strade che seguono o
guardano da lontano le loro greggi. Gli insediamenti umani sono scarsi, poche
case di fango e paglia sparse qua e là, circondate da cumuli di rifiuti.
Il paesaggio non è più rassicurante. Mi sento al confine con la vita, perché il deserto lo è. Mi sento nella pancia della terra, lontana da tutto e tutti, indifesa e sola. Cerco di dominare questa sensazione perché avere paura, in queste situazioni, non è utile, né se lo si può permettere. Bisogna unicamente sapere che un vento soffia e assecondarlo per sopravvivere.
Il paesaggio non è più rassicurante. Mi sento al confine con la vita, perché il deserto lo è. Mi sento nella pancia della terra, lontana da tutto e tutti, indifesa e sola. Cerco di dominare questa sensazione perché avere paura, in queste situazioni, non è utile, né se lo si può permettere. Bisogna unicamente sapere che un vento soffia e assecondarlo per sopravvivere.
Ci troviamo nel regno dei berberi, prossimi al confine con l’Algeria.
E’ una delle zone più povere del Marocco. Appena fuori dalle mura di un villaggio ci
ferma un signore totalmente vestito di bianco. E’ diretto a Missour e ci chiede
un passaggio.
Con mia curiosità e gioia, viaggerà con noi. Si siede sul sedile posteriore e rimane ben rannicchiato nel suo lato. Osserva tutto, sembra timoroso e non parla, mi guarda con occhi sgranati quando si rende conto che non sono marocchina.
Con mia curiosità e gioia, viaggerà con noi. Si siede sul sedile posteriore e rimane ben rannicchiato nel suo lato. Osserva tutto, sembra timoroso e non parla, mi guarda con occhi sgranati quando si rende conto che non sono marocchina.
Arriviamo a Missour. Ad accoglierci l’amico di Saad, Josef.
Il signore in bianco ci saluta calorosamente e ci invita nel suo villaggio.
C’incamminiamo verso casa di Josef e ad accoglierci vi è una
tavola imbandita di mille dolci. Ci togliamo le scarpe davanti al tappeto, ci
accomodiamo su un grande divano e ci lavano le mani con una caraffa e una sorta
di bacinella d’argento. Inizialmente, penso che il nostro pranzo sarà a base di
dolci, ma ho decisamente da ricredermi quando, poco dopo mezz’ora, i dolci
vengono velocemente sostituiti da peperonate, insalate di cetrioli e pomodori,
e da un grande piatto a base di pecora cucinata con spezie, prugne, albicocche
e noccioline (tutti prodotti nell’oasi vicino al paese). Il pane è fatto in
casa dalla mamma di Josef, così come la gran parte delle pietanze a tavola:
tutto delizioso! A servirci, oltre a Josef, ci sono i due fratelli minori e,
successivamente, di rientro da un lungo viaggio, si intrattiene con noi il
padre, vestito con un abito “tipico” grigio (sebbene ogni tanto si assenti per
pregare). La madre la si vede circolare nell’andito accanto alla sala da pranzo
per gran parte della giornata, senza che venga a salutarci.
Usciamo di casa per visitare dei villaggi in cui risiedono nonni e zii di Josep e poi dovremmo addentrarci nell’oasi e verso il fiume che la nutre. Nel frattempo, abbiamo la fortuna di assistere a una cerimonia particolare, ovvero la famiglia della sposa, a suon di tamburi, carica su un furgoncino la dote che le è destinata. Ammirato lo spettacolo, si parte. Conosciamo i parenti vari e il cugino di Josef si unisce a noi per le prossime tappe. E’ un confronto molto interessante: Josef studia ingegneria agraria a Meknes, è intelligente e molto attivo. Ha studiato per due mesi in una cittadina della Francia centrale e aspira a frequentare un master in Inghilterra o negli Stati Uniti. Lui vorrebbe cambiare le sorti della sua terra, della sua città, rendendola più accogliente per la vita umana. Raggiungiamo una zona verde, un grande rettangolo di olivi, albicocchi, mandorli che ricevono linfa vitale dal fiume che scorre lì vicino.
Di ritorno a casa ci aspetta una ricca e deliziosa merenda. Finalmente, la dolcissima mamma si siede con noi, intorno al tavolo. E’ molto composta e parla solamente se interpellata, ma ci dimostra tanto affetto e calore. Ci sono due cose che mi colpiscono: siamo nel pieno deserto, immersi nell’estrema povertà, ma il padre di Josef riesce tranquillamente a comunicare con noi in un discreto inglese e il grande e diffuso uso dei social network (soprattutto Facebook e Twitter) per comunicare col mondo intero.
Ci riposiamo un po’ e poi in viaggio verso Meknes. Ci
aspettano 5 ore di cielo stellato del deserto Marocchino. Ci consigliano un’altra
strada rispetto a quella della mattina nella quale, in alcuni punti, potrebbero
esserci dei ladroni.
A Meknes arriviamo verso l’una del mattino, sani e salvi e
con una grande esperienza di cui far tesoro!











