Siamo a Datong (provincia dello Shanxi), con mia grande
gioia. Desideravo ardentemente raggiungere questa città un po’ remota, che si
allontana dai più frequenti circuiti turistici, nonostante alcuni siti d’impressionante
bellezza. Sappiamo, da fonti cinesi, che Datong è una delle città più inquinate
della Cina. Per questo, prima di raggiungerla, immaginavo una città grigia e
difficile da respirare, ma dobbiamo assolutamente ricrederci: il cielo è
limpido e di un celeste intenso, il sole alto e luminoso… E ne siamo
felicissime!
Le differenze con le città già visitate sono evidenti. Si
percepisce, innanzitutto, la sua collocazione a una latitudine che porta
sofferenze invernali ed estive. Il sole è forte e fa molto caldo. Chiediamo
informazioni alle due ragazze in reception su come raggiungere i due magnifici
siti per cui Datong merita assolutamente una visita. Le due ragazze non parlano
inglese e, di fretta, chiamano per telefono un loro collega che ci suggerisce
le vie da percorrere. Prendiamo un taxi
per arrivare appena fuori città, alle grotte Yungang. Io sono molto, molto emozionata.
Se qualcosa dell’oriente ho sempre voluto conoscere sono i luoghi poco noti,
poco battuti, a volte remoti e lontani, ma che ti fanno davvero sentire ospite
di un territorio e di una cultura altrui. Il tassista è gentilissimo e vorrebbe
aspettarci per condurci ovunque. Ma noi preferiamo essere libere e avere tutto
il tempo di cui abbiamo necessità per visitare le grotte. Lo salutiamo e ci
avventuriamo, seguendo le poche indicazioni. Il paesaggio, caratterizzato da una
vegetazione poco florida e scarsa, ti fa sentire un po’ ai limiti. Ci
addentriamo tra i viottoli del sito, in cerca della MERAVIGLIA. Camminiamo per
circa mezz’ora, troviamo un padiglione moderno (con un bagno meraviglioso e
pulitissimo), ci soffermiamo giusto un attimo e poi proseguiamo ansiose di
bellezza. Fa davvero molto caldo e il paesaggio sabbioso e poco alberato non ci
aiuta nel sopportarlo. Finalmente, ecco apparire,
in lontananza, colonne superbe, finemente scolpite, a costeggiare un lungo
viale, come le pareti che ne preannunciano l’ingresso.
La magnificenza ci
accompagna a ogni passo. Procediamo verso un tempio, dai colori accesi e dagli
arredi sontuosi, nel quale meditano, immersi in un silenzio profondo, alcuni monaci
in abito grigio. Lo visitiamo con riverenza e poi procediamo alla ricerca delle
grotte.
Sono circa 252 caverne, dalle dimensioni più varie, che
racchiudono 51 mila statue di Buddha, alcune si moltiplicano minuscole, in un’esplosione di
preziosi colori, altre enormi paiono imprigionate nelle angustie caverne che le
custodiscono.
L’emozione è indescrivibile. Non esistono parole per raccontare
tale splendore e immensità. Il caldo non esiste più, si stempera col fresco
delle grotte. I diversi punti di vista concedono spettacoli non solo agli
occhi, ma anche allo spirito. Lì, in quella Cina interna e remota, vi è una
delle opere umane più meravigliose che io abbia visto mai. Ci sentiamo
fortunate e lo siamo. Spendiamo l’intera mattina con i Buddha, li guardiamo da
ogni prospettiva, ci fermiamo per godere la pace, senza prezzo, che il luogo ci
regala.
E’ già pomeriggio e il tempo non è sufficiente per recarci al tempio
sospeso, a pochi chilometri da Datong, ma dall’altra parte della città.
Prendiamo un autobus e, probabilmente, per alcuni passeggeri siamo le prime
occidentali che incontrano nella loro vita.
Son tutti molto gentili e curiosi. Facciamo
un po’ fatica a capire quale sia il nucleo antico della città, infatti, nel
costeggiare le “vecchie” mura, raggiungiamo il capolinea, in una zona
periferica. Chiediamo consiglio a dei ragazzi che vivon lì, tutti ben felici di
poterci essere d’aiuto. Riprendiamo l’autobus e scendiamo a caso, davanti a una
porta monumentale. Passeggiamo per la città, dove stanno ricostruendo le
antiche mura che, precedentemente, avevan buttato giù.
Stanno riconvertendo
anche dei vecchi quartieri, ma il nuovo sostituisce inesorabilmente e
tristemente le tracce di un passato che si vuole cancellare. All’imbrunire,
stanchissime, ma ancora euforiche per la giornata trascorsa, rientriamo in
albergo per organizzare il giorno seguente. Siamo indecise se fermarci
ulteriormente in città per visitare il tempio sospeso oppure rientrare a
Pechino, raggiungere gli altri e prepararci per il rientro in Europa.
Purtroppo, il tempo a disposizione è poco, i collegamenti, spesso, tra una zona
e l’altra, non sono ottimi e le distanze sono immense. Dobbiamo rinunciare a visitare
Ping Yao, ma come dice Baricco “un pretesto per tornare bisogna sempre
lasciarselo dietro, quando si parte” e decidiamo di far ritorno a Pechino.




















































