sabato 28 dicembre 2013

Datong (Provincia dello Shanxi) - Cina.

Siamo a Datong (provincia dello Shanxi), con mia grande gioia. Desideravo ardentemente raggiungere questa città un po’ remota, che si allontana dai più frequenti circuiti turistici, nonostante alcuni siti d’impressionante bellezza. Sappiamo, da fonti cinesi, che Datong è una delle città più inquinate della Cina. Per questo, prima di raggiungerla, immaginavo una città grigia e difficile da respirare, ma dobbiamo assolutamente ricrederci: il cielo è limpido e di un celeste intenso, il sole alto e luminoso… E ne siamo felicissime!
Le differenze con le città già visitate sono evidenti. Si percepisce, innanzitutto, la sua collocazione a una latitudine che porta sofferenze invernali ed estive. Il sole è forte e fa molto caldo. Chiediamo informazioni alle due ragazze in reception su come raggiungere i due magnifici siti per cui Datong merita assolutamente una visita. Le due ragazze non parlano inglese e, di fretta, chiamano per telefono un loro collega che ci suggerisce le vie da percorrere.  Prendiamo un taxi per arrivare appena fuori città, alle grotte Yungang. Io sono molto, molto emozionata. Se qualcosa dell’oriente ho sempre voluto conoscere sono i luoghi poco noti, poco battuti, a volte remoti e lontani, ma che ti fanno davvero sentire ospite di un territorio e di una cultura altrui. Il tassista è gentilissimo e vorrebbe aspettarci per condurci ovunque. Ma noi preferiamo essere libere e avere tutto il tempo di cui abbiamo necessità per visitare le grotte. Lo salutiamo e ci avventuriamo, seguendo le poche indicazioni. Il paesaggio, caratterizzato da una vegetazione poco florida e scarsa, ti fa sentire un po’ ai limiti. Ci addentriamo tra i viottoli del sito, in cerca della MERAVIGLIA. Camminiamo per circa mezz’ora, troviamo un padiglione moderno (con un bagno meraviglioso e pulitissimo), ci soffermiamo giusto un attimo e poi proseguiamo ansiose di bellezza. Fa davvero molto caldo e il paesaggio sabbioso e poco alberato non ci aiuta nel sopportarlo.  Finalmente, ecco apparire, in lontananza, colonne superbe, finemente scolpite, a costeggiare un lungo viale, come le pareti che ne preannunciano l’ingresso.


La magnificenza ci accompagna a ogni passo. Procediamo verso un tempio, dai colori accesi e dagli arredi sontuosi, nel quale meditano, immersi in un silenzio profondo, alcuni monaci in abito grigio. Lo visitiamo con riverenza e poi procediamo alla ricerca delle grotte.


Sono circa 252 caverne, dalle dimensioni più varie, che racchiudono 51 mila statue di Buddha, alcune  si moltiplicano minuscole, in un’esplosione di preziosi colori, altre enormi paiono imprigionate nelle angustie caverne che le custodiscono.



L’emozione è indescrivibile. Non esistono parole per raccontare tale splendore e immensità. Il caldo non esiste più, si stempera col fresco delle grotte. I diversi punti di vista concedono spettacoli non solo agli occhi, ma anche allo spirito. Lì, in quella Cina interna e remota, vi è una delle opere umane più meravigliose che io abbia visto mai. Ci sentiamo fortunate e lo siamo. Spendiamo l’intera mattina con i Buddha, li guardiamo da ogni prospettiva, ci fermiamo per godere la pace, senza prezzo, che il luogo ci regala.


E’ già pomeriggio e il tempo non è sufficiente per recarci al tempio sospeso, a pochi chilometri da Datong, ma dall’altra parte della città. Prendiamo un autobus e, probabilmente, per alcuni passeggeri siamo le prime occidentali che incontrano nella loro vita.



Son tutti molto gentili e curiosi. Facciamo un po’ fatica a capire quale sia il nucleo antico della città, infatti, nel costeggiare le “vecchie” mura, raggiungiamo il capolinea, in una zona periferica. Chiediamo consiglio a dei ragazzi che vivon lì, tutti ben felici di poterci essere d’aiuto. Riprendiamo l’autobus e scendiamo a caso, davanti a una porta monumentale. Passeggiamo per la città, dove stanno ricostruendo le antiche mura che, precedentemente, avevan buttato giù. 




Stanno riconvertendo anche dei vecchi quartieri, ma il nuovo sostituisce inesorabilmente e tristemente le tracce di un passato che si vuole cancellare. All’imbrunire, stanchissime, ma ancora euforiche per la giornata trascorsa, rientriamo in albergo per organizzare il giorno seguente. Siamo indecise se fermarci ulteriormente in città per visitare il tempio sospeso oppure rientrare a Pechino, raggiungere gli altri e prepararci per il rientro in Europa. Purtroppo, il tempo a disposizione è poco, i collegamenti, spesso, tra una zona e l’altra, non sono ottimi e le distanze sono immense. Dobbiamo rinunciare a visitare Ping Yao, ma come dice Baricco “un pretesto per tornare bisogna sempre lasciarselo dietro, quando si parte” e decidiamo di far ritorno a Pechino.

venerdì 27 dicembre 2013

E, d'improvviso, la muraglia!

Lasciamo Tai’an a metà giornata. Facciamo scorta di viveri in stazione (cracker e biscottini). Pechino dista 418 km che percorreremo in treno. Siamo stanche e un po’ provate dalle esperienze che stiamo vivendo, ma siamo comunque cariche e molto motivate e curiose. Siamo a metà del nostro viaggio, dobbiamo ancora conoscere una parte di Cina che m’incuriosisce moltissimo. Arriviamo a Pechino nel pomeriggio, fa molto caldo. Non sappiamo ancora come raggiungere Datong. Col treno pare impossibile, mentre l’opzione più pratica, veloce ed economica pare sia l’autobus. Ci offre il suo aiuto un ragazzo brasiliano, che parla cinese e che si trova in stazione in attesa della sua fidanzata in arrivo dal Brasile (lui ha un’aria conosciuta). Ci fa perdere un po’ di tempo e rischiamo di non riuscire a prendere l’ultimo pullman per Datong. Affaticate, accaldate, con i nostri pesanti zaini prendiamo l’autobus e arriviamo alla stazione. Compriamo i biglietti per Datong. L’ambiente non è tra i più rassicuranti. Vi sono dei ragazzi che ci girano intorno, ci dicono cose incomprensibili. Cerchiamo un posto per sederci in attesa della partenza. La stazione è lurida, davanti a me c’è una bimba poco vestita che si rotola per terra, nella sporcizia,  nell’indifferenza della sua giovanissima mamma.
E’ ora di partire. La signorina che stacca i nostri biglietti è gentilissima, quasi lusingata dalla presenza di due ragazze occidentali. L’autobus non è tra i più moderni. Lasciamo Pechino. Ci aspettano 265 km per raggiungere Datong e oltre tre ore di autobus. La guida è molto avventata, le strade non sono confortevoli e i sorpassi azzardati non sono rarità. La giornata è bellissima, il cielo azzurro e limpido. A un tratto, ecco apparire, sul lato destro, la Muraglia. Improvvisa, maestosa, sinuosa, sofisticata che emerge silenziosa in un paesaggio di montagne verdi e rocciose, mozzafiato. Io emetto un piccolo urlo di sorpresa e stupore per richiamare l’attenzione di Maria Grazia. Lei è quasi addormentata, ma uno spettacolo simile è imperdibile. 



Gli altri passeggeri si voltano a guardarci, richiamati dal nostro stupore, che quasi non comprendono. La muraglia è lì da secoli e, adesso, ci capita per caso, nella sua naturale placidità. Non ci sono turisti, non c’è la foga di vederla e camminarci sopra. Lei è lì a fare il suo dovere, distendersi per chilometri, dividere, proteggere un territorio dall’altro. Siamo senza parole, viviamo la nostra fortuna in silenzio e l'animo in subbuglio…

Si fa notte e la strada sembra non terminare mai. Arriviamo verso le 22 a Datong. L’autobus si ferma sul ciglio di un marciapiede e, come al solito, veniamo “assalite” da gruppi di tassisti (tutti abusivi) che si propongono di portarci ovunque e tentano di prenderci le valigie. Concordiamo il prezzo e ci facciamo condurre all'hotel che abbiamo prenotato il giorno prima. Sembra un albergo abbastanza confortevole, il prezzo è sotto i 10 euro a notte. Una volta in camera ci rendiamo conto di vari disservizi (luci e internet che non funzionano)… Cambiamo stanza e io crollo addormentata! 

martedì 24 dicembre 2013

La scalata del monte sacro Tai Shan.

Lasciamo l’ostello a metà mattina per recarci alla stazione degli autobus. E’ una giornata di sole a Qufu e la stazione brulica di umanità che ci viene incontro per venderci o proporci qualsiasi cosa. Alcuni ci guardano e ridono tra loro, di noi... Prendiamo l’autobus e il tragitto, per raggiungere la città di Tai'an (provincia dello Shandong, con oltre 5 milioni di abitanti) dovrebbe durare circa un’ora. Lungo il percorso, ai bordi delle strade, si accalcano uomini, motorini, uomini con motorini, bancarelle e curiose esposizioni di mercanzie varie, le più disparate. C’è povertà, intorno.




In breve tempo arriviamo a destinazione. L’autobus sosta in un piazzetta circondata da edifici grigi e fatiscenti. Mi colpisce un uomo con una canotta bianca, è dietro la sua finestra di vetri rotti. La piazza è stracolma di vecchi autobus, posti disordinatamente, e tanta, tantissima gente. Dobbiamo assolutamente trovare un luogo sicuro per lasciare i nostri zaini. Ci indicano un piccolo gabbiotto lì nella piazza, ma si rendono presto conto che ho con me il computer e si rifiutano di prenderlo in custodia. Con un po’ di timore lasciamo i bagagli, ma cerchiamo un altro luogo per il pc (sarebbe impossibile affrontare la scalata del monte con quel peso). Per di più, essendo già ora di pranzo, dobbiamo velocemente intraprendere la salita, per utilizzare il più possibile le ore di luce. 
La città è caotica, ci sono zone sventrate nascoste da pannelli che raccontano “come sarà” , e il contrasto è forte.





Chiediamo informazioni a più persone, ma le indicazioni sono approssimative. Incontriamo una coppia di ragazzi che parlano inglese e ci accompagnano all’autobus per raggiungere la nostra meta. Lo prendiamo e nel giro di 20 minuti ci ritroviamo ai piedi della montagna Tai Shan… Lascio il computer in un piccolo locale in cui si vende di tutto e iniziamo la “scalata”. 
Ci aspettano circa 6000 gradini e un dislivello di 1400 metri. Inizia una ripida salita. Negozietti e piccole aree per meditare ornano la gradinata. E’ questa una delle cinque montagne sacre taoiste della Cina, antichissima, di rara bellezza. Spesso, ad accompagnare il nostro “procedere” vi sono grandi massi con scritte in cinese che, purtroppo, non possono illuminarci col loro significato.





Al principio, la strada è trafficata, vi sono numerose persone in discesa, dall’espressione serena e sorridente. Vi sono anche uomini che, incredibilmente, riescono a trasportare bombole, bidoni d’acqua, utilizzando un sistema di pesi e contrappesi su un bastone che portano a fatica sulle spalle. Inizialmente pensiamo che sia legato a un voto, poi ci rendiamo conto che quello è il loro mestiere, che qualcuno deve approvvigionare le piccole baracche di ristoro lungo tutti i 6000 gradini, che gli hotel in cima hanno necessità di acqua, cibo, calore e qualcuno lo deve, a fatica, fare! 




Camminiamo, andiamo avanti, sudiamo, cerchiamo di mantenere sempre il medesimo ritmo, proviamo a bere il meno possibile. Non so né dove, né come sarà la fine, l’invisibile fine, l’inarrivabile fine. Quella strada, quella salita è come il percorso della vita. Ogni passo è caratterizzato da incertezza e novità, dopo ogni curva vi sono paesaggi e persone non noti. Si spera che la meta sia sempre più vicina, ma appare sempre più lontana. E’ un continuo andare, senza arrivare mai, con la disperazione del dover per forza procedere, quasi meccanicamente, senza scelta, per sopravvivere, perché la notte sta scendendo e la salita è sempre più fitta, come l’oscurità. L’ennesima curva, l’ennesima gradinata sembrano essere sempre l’ultima, ma poi si moltiplicano come gocce in una pozzanghera. 
Durante il cammino incontriamo giovani e famiglie. Io provo a interagire con loro, dove possibile. Ho necessità di sapere cosa troveremo in cima, se vi sono alberghi in cui pernottare. Abbiamo pochi soldi con noi, l’accesso alla montagna ci è costato gli yuan che avevamo in tasca e non siamo riuscite a trovare bancomat da cui prelevare. 
I gradini sembrano moltiplicarsi all’infinito, la salita è dura. E’ difficile anche respirare.


Nessuna di noi parla, avanziamo a ritmi diversi. Ogni tanto mi fermo per aspettare Maria Grazia e l’attesa è un darci forza in silenzio, a suon di sguardi. Siamo in due, ma siamo sole. Ognuna procede per sé, ognuna di noi porta dentro motivi, speranze, paure e appigli. La notte dovrà passare, non sappiamo come, né dove, ma passerà, in cima alla terra, senza punti di riferimento che non siano il cielo, la terra stessa e l'oscurità della notte, che scende inesorabile, nel buio della montagna. 
I gradini oramai, non si vedono nemmeno più. Qualcuno sale con delle tenue pile. Rincuora l’animo il passaggio d’esseri umani: non siamo sole, non siamo le uniche a non aver più fiato. L’aria è sempre più rarefatta e noi fradice di sudore, ma la fine sembra sempre un miraggio. Dovrebbe essere vicina, ma sbucano sempre nuove e più ripide salite.
Finalmente, ecco l’ultima, eterna, estrema salita, dopo oltre 6000 gradini e una porta illuminata. Dovrebbe essere lei “l’accesso” a non so dove, a non so cosa.
Siamo arrivate, sono arrivata.
La sensazione è talmente forte che vorrei piangere. Io ho raggiunto, in una buia notte, la cima alla montagna sacra. Il percorso non è stato solamente faticoso, tortuoso e infinito, ma è l’oscurità dell’anima che abbiamo attraversato. Di quei viaggi in cui parti solo e arrivi ancora più solo. Inizia a piovere e fa fresco. Ci guardiamo intorno alla ricerca di riparo. Abbiam bisogno di un luogo in cui trascorrere la notte. Le falene si scontrano le une con le altre. I riflessi di luce esaltano queste pazzie. Entriamo in un hotel, abbiamo pochissimi soldi (e se dovessimo spenderli tutti non avremmo nemmeno un yuan per comprare dell’acqua). Nella hall vi sono delle tende da campo, con all’interno due, tre posti letto. Chiediamo una stanza, per avere un bagno privato. Il costo è nettamente superiore a quanto disponiamo. Proviamo a contrattare. Vi sono anche delle brandine disposte nel corridoio, con persone già adagiate per trascorrervi la notte.



Valutiamo le tre opzioni. Rimaniamo ferme per la camera, ma non vogliono raggiungere un accordo economico con noi. Andiamo via, ma poi ci fermano sulla porta. Accettano la nostra offerta, ma quando ci apprestiamo pagare, ecco la richiesta di una caparra. Non potendo disporre d’altro, andiamo via. Vaghiamo un po’ sotto la pioggia e tra le falene. Non esistono altre strutture ricettive, purtroppo. L’unica speranza è una sala che non riusciamo esattamente a capire cosa sia. Ci avviciniamo, ma  non possono offrirci ospitalità in quanto straniere. Fortunatamente, riconosciamo una coppia di ragazzi col quale mi ero soffermata durante la salita, per chiedere informazioni. Spieghiamo la situazione e la nostra necessità di trovare un qualsiasi riparo per le poche ore che ci separano dall’alba. Il ragazzo, tra i cinesi più intelligenti e furbi mai avvicinati, tratta con i signori che regolano l’accesso alla struttura. Dice loro che siamo americane, compagne d’università e riesce a convincerli a concederci un divano, nello scantinato, più un cappotto verde e ampio, per poterci proteggere dal freddo della notte. Dividiamo con lui la quota pagata e ci rannicchiamo sul divano per trovare un po’ di conforto. Non esistono bagni e, meno male, la salita ha prosciugato i liquidi del nostro corpo. Riesco a riposare un pochino e presto è ora di rimettersi in moto. Purtroppo, a causa della pioggia, non riusciamo a godere dell’alba, che pare sia di rara bellezza. Scendiamo, senza fatica, ammirando panorami meravigliosi che, nel buio della notte, avevamo perso.


La discesa è rapida, in meno di due ore raggiungiamo una piazzuola dalla quale partono gli autobus che conducono a una delle entrate (che poi scopriamo non essere quella dalla quale abbiamo iniziato il nostro pellegrinare). Quindi, dobbiamo assolutamente ritrovare il localino per riprendere possesso del mio pc. Siamo stanche, ma nel giro di un’ora risolviamo il problema. Percorriamo il tragitto a ritroso per raggiungere la stazione. Ci fermiamo in un fast food per utilizzare i bagni e a farci strada è una signora, che pare lo utilizzi quotidianamente. Quindi, raggiungiamo la stazione, i nostri zaini sono sani e salvi e ci incamminiamo verso la stazione dei treni. Ci aspetta un lungo viaggio per raggiungere Datong…

Qufu, la città di Confucio.

Per raggiungere Qufu (provincia dello Shandong, circa 60 mila abitanti) da Nanchino abbiam preso un treno super veloce e moderno. E’ il medesimo che fa la tratta Shanghai-Beijing. Chiaramente, i nostri compagni di viaggio hanno tutt’altro aspetto rispetto a quelli della tratta Shanghai-Nanchino. E anche i sedili sono decisamente differenti. E’ un treno di lusso, questo. E, in poche ore arriviamo a destinazione. Piove, piove tantissimo, senza sosta. E solo per riuscire a trovare un taxi che ci porti in ostello ci bagniamo come spugne. Per le condizioni meteo siam costrette ad accontentarci di un taxi abusivo, imponiamo velocemente il nostro prezzo e via! Alla guida c’è un ragazzo e al suo fianco un amico. Il percorso per raggiungere l’ostello è lungo e guardiamo stupefatte il paesaggio attorno a noi… La città è completamente allagata e piena di fango. La macchina attraversa pozzanghere che sembrano laghi e smuove onde d’acqua altissime, tant’è che il timore è di rimanervi imprigionate. Attraversiamo vie grigie e tristi, di niente intorno. Dopo oltre 20 minuti raggiungiamo l’ostello. Dall’esterno sembra una casa accogliente. Apre il portone una ragazza carina e minuta. Ci stava aspettando e questa sensazione è piacevole. Ci dà tutte le indicazioni del caso e ci accompagna in camera, attraversando un cortile all’aperto (sempre sotto la pioggia). La camera è essenziale, semplice e accogliente. Chiediamo se è possibile utilizzare una lavatrice e ce la indica. Sinceramente, non avevo mai visto niente del genere: è una lavatrice a due cestelli. Il primo è dove avviene il lavaggio vero e proprio, nel quale tu puoi (anzi devi) infilar le mani per aiutare la macchina durante il lavaggio, l’altro è quello in cui gli abiti vengono centrifugati e il trasferimento da un cestello all’altro deve avvenire manualmente. Esperienza anche questa: almeno riesco a lavare i miei jeans!



Una cosa bellissima di quest’ostello è la presenza di un bar-ristorante al piano terra. E’ possibile consumare delle ottime colazioni e anche pranzare o cenare un po’ quel che si vuole. Dopo vari giorni di viaggio e di piccole scomodità, mi sembra di essere in paradiso. Era davvero necessario trovare ospitalità in un luogo simile, per riposare un po’. Per questo decidiamo di fermarci due notti in città.

Amo fare colazione lentamente e in solitaria. E' un momento impagabile che adoro spendere con me stessa. L'ostello, arricchisce questo fondamentale momento tutto mio regalandomi, letteralmente, una finestra sul mondo. Ho davanti a me Qufu che si risveglia e che si appresta ad affrontare una nuova giornata. Guardare la strada di fronte a me è fonte di varie riflessioni. Infatti è estremamente interessante notare come i cinesi vivano la strada: essa non appartiene unicamente alle auto o ai motorini, ma è di chiunque debba andare "da qualche parte". Vi transitano, infatti, a varie velocità, mezzi a motore (dalle forme più varie e curiose) a quelli umani. Quindi, è possibile vedere famigliole su carretti, uomini in bicicletta, risciò, vecchie auto, gruppi di 3 - 4 uomini ben stretti sui motorini e persone che camminano tranquillamente a piedi nel bel mezzo dello sfrecciare altrui. E' una sensazione quasi rilassante il vedere tutta questa varietà in pochi metri di visuale. Mi fa pensare anche alla concezione che essi hanno della vita umana e che mi pare di percepire. La vita è una continua lotta per la sopravvivenza e come qualsiasi battaglia, si fa di tutto per vincerla, ma è necessario esser pronti a rassegnarsi qualora non sia possibile salir sul podio. Questa sensazione la si respira a ogni passo. In Cina si vive vivendo, un po' come si faceva da noi prima del boom economico.

Usciamo per esplorare la città di Confucio. A Qufu vi sono la casa, il tempio e il cimitero, inseriti nella lista dei Patrimoni dell'Umanità tutelati dall'Unesco.
Alla porta dell'ostello vi sono una schiera di cinesi, con i loro risciò, che vorrebbero accompagnarci ovunque.



Decidiamo, però, di fare una passeggiata e raggiungere la casa e il tempio a piedi, poichè si trovano a poche centinaia di metri.  Dedichiamo la mattinata ad ammirare la magnificenza della dimora e del tempio di Confucio. Sono strutture dagli ampi spazi, i soffitti di legni intarsiati e dipinti sono di grande eleganza e di superba bellezza.





E' una visita emozionante. Pensare che quelle stanze, corridoi e quei meravigliosi giardini, immersi in una palpabile quiete, siano state sorgenti di pensiero di uno dei filosofi più grandi e potenti della storia dell'umanità.





Nel pomeriggio ci rechiamo al cimitero. Prendiamo un risciò. Contrattiamo con una donna il prezzo per andata e ritorno (dovrebbe quindi attenderci all'uscita). Il cimitero è un enorme parco nel quale vi sono seppelliti tutti i discendenti di Confucio oltre 3000 persone. E' un giardino bellissimo, di viottoli immersi in una natura rigogliosa...
Siamo estasiate da Qufu. E' una visita calma e silenziosa, un camminare lento, un seguire i ritmi di questo "paese" cinese, il più diverso incontrato e visitato durante questo lungo viaggio. E' un luogo turistico, ma non troppo. Non esistono grattacieli, la vita si svolge per le strade. Sembra di aver fatto un viaggio nel passato, non troppo remoto, della Cina.

lunedì 23 dicembre 2013

Shanghai - Nanchino...

Zaini in spalla, prendiamo l’autobus e di corsa verso la stazione. A Shanghai ­­­e, di sicuro, nelle più grandi metropoli cinesi, ne esistono di due generi: le super moderne e tecnologiche, quelle dalle quali salirai su un treno velocissimo e lussuoso e i tuoi vicini saranno cinesi di un certo tipo, e poi ci sono le altre. Noi, in questa occasione, abbiamo scelto le altre!
Con noi, una marea d’umanità in attesa. L’atmosfera era quanto di più affascinante potesse esserci. Famiglie cariche di bagagli accomodate sul pavimento ricreavano il focolare domestico e, nel frattempo, ci guardavano come fossimo aliene. Lavoratori stracarichi di bagagli impacchettati e trasportati nei modi più impensabili e geniali, creavano delle file interminabili.



Sedili di legno, tendine celesti con bordi dorati, tutti a stretto, strettissimo contatto e molti, senza nemmeno un posto a sedere, ingombravano il già angusto corridoio tra i sedili. Il viaggio è durato quattro ore…Uno dei percorsi umanamente più belli della mia vita. Chi dormiva nelle posizioni più improbabili, chi addentava la cose più improbabili, chi si tagliava le unghie e chi osservava chi si tagliava le unghie, chi ci sorrideva, chi ci scrutava con allegra curiosità, chi con paura.




Arrivate a Nanchino (città dello Jiangsu, con circa 8 milioni di abitanti), non siamo riuscite a trovare una guida della città in inglese e ci siam fidate dei consigli di un ragazzo occidentale che vive lì da qualche anno. Abbiamo preso la metro, cercando di raggiungere l’ostello indicato nella guida.
Ed ecco a noi la Cina più caotica e disordinata che un po’ avevo dimenticato dopo Pechino e Shanghai, e un caldo incredibile. Tentiamo di orientarci, ma è difficile. Dobbiamo cercare un ostello, un letto. Siamo stanche, gli zaini pesano e fa veramente caldo. ­­Decidiamo di dividerci. Maria Grazia va alla ricerca dell’ostello e io mi fermo con i bagagli.
L’ostello è al completo. Dobbiamo rimetterci in marcia e cercare assolutamente un luogo in cui trascorrere la notte. Chiediamo ai passanti, ma nessuno ci capisce oppure si vergognano di comunicar con noi, nel loro inglese stentato. Vedo un albergo. Lascio Maria Grazia coi bagagli ed entro per chiedere informazioni. Anche lì stessa scena: non mi capiscono e ridacchiano, vergognose, di continuo. Spiego a gesti che sono alla ricerca di una camera. Dico che siamo in due, contratto il prezzo e voglio vederla prima di prenderla. Mi accompagnano e la camera è discreta. Nel frattempo, però, leggo che nel medesimo stabile c’è anche un ostello (quindi, forse, si riesce a risparmiare), chiedo a che piano si trovi e salgo alla sua ricerca, sperando in una sistemazione più economica. Arrivo al sesto piano e ad accogliermi ci son due ragazze dietro un bancone. A me, piuttosto che un ostello, pare un centro estetico. Le ragazze son lì col cotone tra le dita dei piedi che si smaltano le unghie a vicenda e ridacchiano, perché in effetti, non c’era altro che in quella situazione si potesse fare. Rido anch’io!
Spiego che sono alla ricerca di una camera in cui trascorrere la notte. Comunichiamo con google translator. Mi dicono che non possono ospitarci perché per legge possono accogliere unicamente cinesi. Le imploro, ma niente, non possono. Quindi, dopo essermi fatta consigliare un ostello, le saluto, ringrazio e raggiungo Maria Grazia, felice per la notizia. Adesso il problema è raggiungerlo, però. Siamo stremate. Il caldo e la fatica ci han divorato le energie. Proviamo a fermare un taxi. Ma nessuno ci dà retta. Siamo occidentali, han timore di non comprenderci e nemmeno si fermano. Ci passano davanti come se fossimo di vetro. Alla fine (dopo oltre due ore) un taxi si ferma. Legge l’indirizzo che gli mostro e ci dice “No!” E io, a mani giunte: “please, please, please!” e lui: “Ok!” . Saltiamo su quasi incredule, sospiro e sorriso: questo viaggio ci piace!
Guidano come pazzi a Nanchino, il tassista impreca senza pietà ed è la prima volta che vedo un cinese imbestialirsi al volante!
Attraversiamo la città, arriviamo in ostello e inizialmente ci dicono di essere al completo. Insistiamo e riusciamo a farci dare una camera… Esauste crolliamo nei duri letti di Nanchino!
Ci risvegliamo sotto un bell’acquazzone e uscire di casa è quasi impossibile per il fango. Aspettiamo un po’ e ne approfittiamo per continuare a riposarci. La pioggia si attenua e ci avventuriamo per la città che subito si mostra energica, ricca di storia e molto interessante.







Non avessimo già prenotato l’ostello a Qufu ci saremmo fermate un giorno in più… Quindi, di corsa all’ostello, zaino in spalla e attendiamo una coppia di simpatici cinesi, in vacanza a Nanchino, che si son offerti di accompagnarci in stazione. Son molto simpatici e chiacchierar con loro è veramente piacevole.
Studiano in America perché credono che formarsi all’estero sia nettamente migliore. Parliamo dei problemi della Cina e loro riescono ad avere una visione più libera del loro Paese rispetto ai giovani che ho avvicinato ad Harbin. Stiam rischiando di perdere il treno, li salutiamo e io penso “chissà se ci rincontreremo mai” … E, nel frattempo, li catturo in un’immagine… Qufu arriviamo!

martedì 12 novembre 2013

Fez - Marocco.

Stanotte ho dormito a Fez. Ho trovato uno squallidissimo albergo davanti a una delle entrate della medina.  
La porta della mia camera non chiudeva dall’interno e un signore molto gentile, che parla solo arabo, le ha inflitto, sghignazzando, due colpi secchi di martello e sistemato dei gancetti per chiudere la porta con un lucchetto. Le coperte erano vecchie e luride, le lenzuola e l’asciugamano forse… I coprifili della porta del bagno stracciati dalla parete, la porta con uno squarcio grande quanto la bocca di un forno. La doccia perdeva acqua di continuo e dal bagno si diffondeva un forte odore di fogna e che raggiungeva ill corridoio esterno. Ma la fortuna è che, nonostante mi avessero detto che non avrei avuto internet in camera, ogni tanto son riuscita a connettermi.
La notte è stata lunga. Ho dormito poco. Dalla strada arrivavano rumori che narravano una notte interessante in corso.
Qui a Fez, nella sua medina, siamo indietro di 500 anni almeno. Le strade si moltiplicano, si restringono, si articolano, si ingarbugliano. Ti fanno penetrare nell’oscurità, nell’incertezza, nell’intestino della città e della vita. E lì non puoi avere paura perché quella ti sbrana. Non son luoghi per chi ha il timore dentro. Ti si aprono varchi di mondi a ogni passo che raccontano il passaggio elegante e umido di vite misteriose e magiche. I pavimenti, le loro meravigliose decorazioni, le porte finemente incise e dipinte, le fontane, i mosaici: un inchino alle antiche maestrie!
I cani abbaiano. Le strade, adesso, appartengono a chi non ha niente da perdere, a chi si gioca ogni istante. Verso le 5 del mattino risuona un canto, amplificato col megafono. E' un richiamo religioso, dura a lungo ed è solamente per chi in quelle vie ci è nato, ci vive e ne è intriso. Non è per me. Però me lo godo,  fortunata testimone.
Arriva, faticosamente, il giorno. Scendo per fare colazione alle 8e30, come mi è stato raccomandato. Mi fanno accomodare in terrazza. Il sole è già molto forte, nonostante l’orario. Posso scegliere tra latte, caffè e te. Arriva il caffellatte, accompagnato da un cestino di pane, un piattino con del formaggino e uno con la marmellata di albicocche.  Mi affretto a spalmare sul pane prima l’uno, poi l’altra curiosa e un po’ dubbiosa del connubio, ma il sapore è piacevole. Cerco di mangiar velocemente poiché bastano solo pochi istanti per essere assaliti dalle vespe.



Quindi, riorganizzo lo zaino e son pronta per inoltrarmi negli intestini di questa antica e verace città.
Non ho paura, ma inizio a sentirmi più sicura quando mi rendo conto che in molti mi scambiano per una del luogo. Ogni tanto qualcuno cerca di vendermi le proprie mercanzie. Mi fermo per dei braccialetti e lì un ragazzo si offre di accompagnarmi su una terrazza dalla quale posso ammirare la moschea (la cui entrata è interdetta ai non musulmani). E’ molto grande, racchiude anche l’Università ed è per questo che ha due minareti. I tetti son di un verde smeraldo bellissimo e anche ammirare Fez dall’alto è estremamente suggestivo.  




Visitiamo la casa dell’ebreo berbero (così è conosciuto ai più) nella quale è possibile acquistare oggetti meravigliosi. Poi visitiamo un’altra casa disposta su tre piani, ampie stanze in cui si vendono tappeti bellissimi, sia fatti a mano che a telaio. 



Di seguito eccoci nei locali dove una cooperativa di donne, sempre a telaio, creano sciarpe e copriletto. E lì son quasi costretta ad acquistarne una in lana di cammello, di un giallo potente ricavato dallo zafferano.
E poi verso l’albergo, in quanto è presto ora di volare in Italia: 
Salam Marocco!

Fez, le concerie e storie di vita...

Non ho dedicato molto tempo a Meknes, non l’ho conosciuta in profondità, però è già ora di un’altra avventura: mi aspetta Fez e la sua medina dalle 9000 vie.
Partiamo in treno. Con noi, pure Zakaria. Incontreremo un suo amico francese appena in stazione. Guelle, questo è il nome del  ragazzo bretone che conosce bene l’Africa. E’ venuto in Marocco con la propria auto e ha come destinazione la Mauritania. Tutti insieme ci addentriamo brevemente nella medina, visitiamo le concerie e, l’odore è così forte, che mi viene capogiro, ma lo spettacolo è davvero unico! 



Poi tutti in auto per raggiungere la casa di un amico di Guelle che si trova appena fuori Fez, sulle colline, da dove si domina la città e non se ne vede la fine. Il sole e alto, ma c’è un’aria fresca. Il cielo è sempre di un azzurro intenso. Lungo il percorso, sul ciglio della strada, quintali di lana di pecora ammassati.


Veniamo accolti con estrema gentilezza. Ci viene offerto il solito te dolcissimo alla menta e poi, in un’altra stanza, un bel pranzo solo per noi… Pesce, pomodori e cetrioli, riso bollito con patate e la classica pecora speziata con ottime patate. Io sbrano tutto velocemente e con gusto e questo pasto mi farà anche da cena.



Il ragazzo francese è in Africa per lavoro. Infatti, il suo è un lavoro particolare: sotto ordinazione, trasporta in Africa vecchie auto che acquista e sistema un po’ in Europa. La macchina nella quale stiamo viaggiando, per esempio, diventerà un taxi in Mauritania ed è stranissimo il solo pensiero. 
Trascorriamo una serata piacevole e poi saluto i miei compagni di viaggio e mi appresto a vivere in solitaria la mia ultima giornata prevista in Marocco!

Marocco e le sue terre estreme: direzione Missour!

Passa a prenderci Zakaria, un amico di Saad di Meknes. Lui è un musicista disoccupato. Facciamo il pieno di benzina (50 euro) e si parte! In teoria, per raggiungere Missour, ci vorrebbero 4 ore, in pratica ne impieghiamo 5.
Viaggiare per le strade del Marocco è davvero interessate, il paesaggio cambia velocemente e spesso, offrendo tanti spunti di riflessione. Attraversiamo un lungo tratto interamente coltivato a cipolle, sebbene in modo a me sconosciuto. Probabilmente è una tecnica legata all’aridocoltura, ma dovrei informarmi meglio.


Superiamo una zona semi-desertica per raggiungere Ifran, una famosa località di montagna, dove i marocchini benestanti si concedono giornate di relax. Non sembra assolutamente di essere in Marocco, bensì in un qualsiasi paesino montano europeo.
Proseguiamo ed ecco a noi una zona fortemente desertica, inospitale all’uomo. La terra è arida e non esistono colori distanti dal giallo secco a dar sollievo. Le colline si susseguono fedeli a se stesse. Ogni tanto, nel bel mezzo del niente, compaiono degli esseri  umani sui bordi delle strade che seguono o guardano da lontano le loro greggi. Gli insediamenti umani sono scarsi, poche case di fango e paglia sparse qua e là, circondate da cumuli di rifiuti.



Il paesaggio non è più rassicurante. Mi sento al confine con la vita, perché il deserto lo è. Mi sento nella pancia della terra, lontana da tutto e tutti, indifesa e sola. Cerco di dominare questa sensazione perché avere paura, in queste situazioni, non è utile, né se lo si può permettere. Bisogna unicamente sapere che un vento soffia e assecondarlo per sopravvivere.



Ci troviamo nel regno dei berberi, prossimi al confine con l’Algeria. E’ una delle zone più povere del Marocco. Appena fuori dalle mura di un villaggio ci ferma un signore totalmente vestito di bianco. E’ diretto a Missour e ci chiede un passaggio.


Con mia curiosità e gioia, viaggerà con noi. Si siede sul sedile posteriore e rimane ben rannicchiato nel suo lato. Osserva tutto, sembra timoroso e non parla, mi guarda con occhi sgranati quando si rende conto che non sono marocchina.
Arriviamo a Missour. Ad accoglierci l’amico di Saad, Josef. Il signore in bianco ci saluta calorosamente e ci invita nel suo villaggio.


C’incamminiamo verso casa di Josef e ad accoglierci vi è una tavola imbandita di mille dolci. Ci togliamo le scarpe davanti al tappeto, ci accomodiamo su un grande divano e ci lavano le mani con una caraffa e una sorta di bacinella d’argento. Inizialmente, penso che il nostro pranzo sarà a base di dolci, ma ho decisamente da ricredermi quando, poco dopo mezz’ora, i dolci vengono velocemente sostituiti da peperonate, insalate di cetrioli e pomodori, e da un grande piatto a base di pecora cucinata con spezie, prugne, albicocche e noccioline (tutti prodotti nell’oasi vicino al paese). Il pane è fatto in casa dalla mamma di Josef, così come la gran parte delle pietanze a tavola: tutto delizioso! A servirci, oltre a Josef, ci sono i due fratelli minori e, successivamente, di rientro da un lungo viaggio, si intrattiene con noi il padre, vestito con un abito “tipico” grigio (sebbene ogni tanto si assenti per pregare). La madre la si vede circolare nell’andito accanto alla sala da pranzo per gran parte della giornata, senza che venga a salutarci.




Usciamo di casa per visitare dei villaggi in cui risiedono nonni e zii di Josep e poi dovremmo addentrarci nell’oasi e verso il fiume che la nutre. Nel frattempo, abbiamo la fortuna di assistere a una cerimonia particolare, ovvero la famiglia della sposa, a suon di tamburi, carica su un furgoncino la dote che le è destinata. Ammirato lo spettacolo, si parte. Conosciamo i parenti vari e il cugino di Josef si unisce a noi per le prossime tappe. E’ un confronto molto interessante: Josef studia ingegneria agraria a Meknes, è intelligente e molto attivo. Ha studiato per due mesi in una cittadina della Francia centrale e aspira a frequentare un master in Inghilterra o negli Stati Uniti. Lui vorrebbe cambiare le sorti della sua terra, della sua città, rendendola più accogliente per la vita umana. Raggiungiamo una zona verde, un grande rettangolo di olivi, albicocchi, mandorli che ricevono linfa vitale dal fiume che scorre lì vicino.





Di ritorno a casa ci aspetta una ricca e deliziosa merenda. Finalmente, la dolcissima mamma si siede con noi, intorno al tavolo. E’ molto composta e parla solamente se interpellata, ma ci dimostra tanto affetto e calore.  Ci sono due cose che mi colpiscono: siamo nel pieno deserto, immersi nell’estrema povertà, ma il padre di Josef riesce tranquillamente a comunicare con noi in un discreto inglese e il grande e diffuso uso dei social network (soprattutto Facebook e Twitter) per comunicare col mondo intero.
Ci riposiamo un po’ e poi in viaggio verso Meknes. Ci aspettano 5 ore di cielo stellato del deserto Marocchino. Ci consigliano un’altra strada rispetto a quella della mattina nella quale, in alcuni punti, potrebbero esserci dei ladroni.

A Meknes arriviamo verso l’una del mattino, sani e salvi e con una grande esperienza di cui far tesoro!