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martedì 28 gennaio 2014

Adana e Gaziantep - Turchia!

Tra le opzioni sulle varie città da visitare nel fine settimana, alla fine, abbiamo scelto Adana. Ci è sembrata la soluzione più comoda, considerato che il resto dei nuovi volontari si sono uniti a noi e viaggiare in autostop, per lunghe distanze, è complesso quando si è in tanti. Come al solito, ci siamo suddivisi in gruppi e abbiam fissato le 6 del mattino come orario di partenza.  Per raggiungere l’uscita ovest della città abbiamo preso un autobus e, per arrivare ad Adana, a oltre 200 km da Gaziantep, è stato necessario cambiare un’auto, un tir e, per ultimo, un autobus. Ho viaggiato con Edoardo, Charles e Nadesh. Non abbiamo tardato nel trovare la prima auto che ci portasse avanti nel nostro percorso. Il signore, gentilissimo, ci ha regalato un vassoio di dolci freschissimi al pistacchio e miele, tipici di Gaziantep. Dopo, però, il tir ci ha lasciato a metà strada e abbiam dovuto attendere almeno un’ora, prima di trovare altro passaggio.
Passavano poche auto e nessuna diretta ad Adana.



Quando oramai, quasi rassegnati, eravamo quasi pronti a spostarci verso l’autostrada, si è fermato un autobus e l’autista ci ha fatto salire con un sorriso, nonostante il mio “no money”. Abbiamo viaggiato benissimo, assaporando la comodità di un mezzo di trasporto che sembra un lontano ricordo, un lusso proibito per noi volontari. Arrivati ad Adana, verso le 10e30, vi è una pioggia fitta. Attraversiamo la città che ospita quasi un milione e mezzo di abitanti. La prima impressione è di un luogo in cui non esiste bellezza. Sono tanti i palazzoni di 12/15 piani, “dall’effetto Cina”.
L’appuntamento con gli altri è alle 11, davanti alla grande moschea, per cui non ho assolutamente tempo per osservare la stazione degli autobus che sembra, però, un luogo molto interessante, per i tipi umani che mi sembra vi circolino. Un ragazzo ci indica da dove prendere l’autobus cittadino per condurci in centro. Il costo è di due lire, ed è un furgoncino bianco, in cui viaggiamo tutti ammassati. Sforiamo di qualche minuto l’ora X dell’appuntamento, ma eccoci davanti alla grande moschea, che già da lontano ci regala immagini bellissime. 



Vi è un ponte romano i cui restauri, avvenuti nel 2008, sono stati finanziati dalla Siemens e un lungofiume delizioso, con tanto verde, alberi e mille stradine che si districano all’interno di una ricca vegetazione. 
La moschea è davvero maestosa, bianca e l’effetto etereo è accentuato, oltre che dal cielo grigio, dal pavimento color crema. E’ la prima moschea nella quale entro. Ci togliamo le scarpe e dobbiamo metterle in una busta di plastica. Mi danno un foulard rosa col quale devo coprire i capelli. Non è bella, ma maestosa.  


Incontriamo un ragazzo, col suo fratellino, che parla inglese e che vuole spiegarci cosa significhi essere musulmani. Ci dice che possiamo porgli tutte le domande di cui abbiam voglia… Ci sediamo per terra, in cerchio, e lo ascoltiamo. Ci parla della preghiera e le delle varie postazioni, a seconda dell’etnia. Indica, anche, il luogo in cui le donne pregano, in disparte, separate dagli uomini. E racconta un po’ dell’uomo ricchissimo che, circa vent’anni fa, ha costruito la moschea. Pare che nelle sue fondamenta vi abbia nascosto dell’oro, affinché quando un giorno verrà demolita, essa potrà essere ricostruita ancora più maestosa...


Ci riuniamo con gli altri e decidiamo di incamminarci verso il centro per gustare il famoso kebab di Adana che consiste in una fettina di pecora arrosto, con verdure, molto saporito. 


Quindi, proseguiamo nella scoperta della città e Laura e io decidiamo di non rinchiuderci in un museo. Varia poco rispetto a Gaziantep, ma vi sono delle case dalle architetture particolari, di legno.


Alcune anche ben recuperate. E siamo felicissime quando troviamo la moschea che cercavamo, della quale si intravedeva in lontananza il minareto. E’ una moschea molto grande, risalente al 1500. Ha un tetto particolare con varie cupole. Entriamo in una specie di atrio e c’è una donna, totalmente vestita di nero, che sorridendo mi dice di nascondermi i capelli nel cappuccio del mio giubbotto. E’ l’ora della preghiera per cui non possiamo visitare l’interno, ma siamo comunque incantante dalla sensazione che il tempo si sia fermato al suo interno.




All'ingresso, ondate di piccioni si fiondano sul pavimento stracolmo di briciole lì per sfamarli. Dobbiamo raggiungere di corsa gli altri perché è già ora di mettersi in marcia per rientrare a Gaziantep in autostop, sperando che l’imbrunire non arrivi troppo velocemente. Siamo un gruppo consistente e vi sono un po’ di incertezze su quale sia la direzione dell’autostrada verso la quale rivolgerci. Perdiamo del tempo camminando nel senso contrario rispetto a quello che dovremmo prendere, costeggiando l’autostrada nella quale sfrecciavano tir e auto. Per rientrare a Gaziantep, questa volta, abbiamo impiegato 6 ore. Ci hanno dato un passaggio 3 tir che, stracarichi, camminavano a 40 all’ora. Ci siamo rannicchiati nello spazio che hanno dietro i sedili e aspettato che il tempo passasse. Il secondo autista ci ha lasciato in un parking quando era già notte ed è stato abbastanza complesso trovare un altro passaggio per Gaziantep. Ci ha consigliato di raggiungere il parking nell’altro versante dell’autostrada, dal quale sarebbero partiti tir con direzione Gaziantep. Quindi, abbiamo attraversato le due corsie dell' autostrada di corsa, in un momento in cui era, praticamente, deserta e abbiamo raggiunto la zona di sosta. Lì ci aspettavano dei ragazzi, amici del camionista, con cui abbiamo viaggiato fino alla stazione degli autobus di Gaziantep. E da lì, dopo circa mezz’ora, abbiamo raggiunto casa, esausti. In seguito a questa esperienza ho deciso che viaggiare in autostop non sarà più una regola, ma una possibilità (d’accordo con me Edoardo e Laura), soprattutto per brevi distanze e in piccoli gruppi.


Domenica è stato il giorno dell’improvvisazione. Nessun piano, solo godersi lentamente la giornata. Mi son svegliata presto perché mi sarebbe piaciuto andar fuori città. Verso le 8 ero già in associazione, sperando che qualcuno di buona volontà venisse con me. Arrivata Laura, abbiamo deciso di rimanere a Gaziantep e di cercare un bar accogliente e carino per far colazione. Così abbiamo provato il caffè turco e del pane dolce con olive… E, felici di esser libere, di dimenticarci le incombenze dell’associazione e la necessità degli altri volontari di uscire sempre tutti insieme, ci siamo inoltrate in vie sconosciute, seguendo unicamente l’istinto.



Appena poco distanti dal centro caotico della città vi sono vie poverissime, e zone stracolme di macerie e io, veramente, non riesco a capirne la causa… E quanto momentanea sarà questa situazione. Proviamo a rientrare verso il centro, troviamo delle bancarelle colorate sparse qua e là, ma non è così semplice orientarsi, tutte le vie sembrano uguali. 



Finalmente raggiungiamo una piazza conosciuta e possiamo dirigerci in un cafe letterario che abbiamo scovato durante la passeggiata del mattino. E’ delizioso: una casetta coloratissima e dalle poesie scritte sulle pareti, ricordano i versi di grandi poeti turchi, tra cui quelli di Hikmet. Trascorriamo lì un po’ del nostro pomeriggio, con grande serenità, buona musica e un ambiente adatto ad assecondare qualsiasi ispirazione. Credo di aver trovato il mio buen retiro a Gaziantep, un luogo di calore e conforto nel quale spenderò più di una serata…