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venerdì 8 maggio 2015

Nicosia - Cipro

Cipro è un’isola del Mediterraneo, bellissima, immersa fra tre continenti: Africa, Asia ed Europa… Mi accoglie all’imbrunire, proprio lì dove il mito fa nascere la dea Afrodite, fra acque cristalline e colline di un candido calcare che rendono il paesaggio incredibilmente emozionante.
Cipro ha, però, una storia dolorosa e complessa da raccontare. Che sia divisa in due da un muro si sa, ma non si sa… E’ un muro che corre inesorabile per 180 chilometri tagliando l’isola in due parti, in due mondi. Nicosia capita proprio lì, dove il muro separa, senza criteri, stabilendo un qui e un lì… E' l’ultima capitale al mondo divisa, Nicosia.
Il mio ostello, nella città vecchia, si trova a pochissimi passi dai vari “pezzi di muro”, tra una casa e l’altra, come termine ultimo delle mille viuzze accoglienti e ricche di fiori in cui è possibile avventurarsi. 



Le recinzioni sono varie… Non mi è capitato di vedere costruzioni in mattoni, ma specie di bidoni posti uno sull’altro, reticolati spinati, ammassi di terra, sacchi in pile e anche fiori colorati, lì dove sorge il sommarsi del tempo e di “detriti” come lo scorrere inesorabile del tempo sa fare…





In anguste cabine, immobili, passano le ore i giovani soldati dell’Onu per vigilare la “buffer zone”. Questa zona cuscinetto presidiata dall’Onu che separa le due parti varia per larghezza: a Nicosia capita che si riduca fino a 3 metri, ma in altre zone dell’isola arriva ad ampliarsi fino a 7 chilometri. Pare che all’interno della fascia vi siano intrappolati paesi fantasma e uno di essi continui a essere coabitato da turchi e greci ciprioti.
La distanza di pochi metri è la distanza tra due mondi, di una ferita ancora infetta e dolorante. Perché la Repubblica turca di Cipro Nord, non riconosciuta internazionalmente, è considerata una vera e propria occupazione, con migliaia di ciprioti greci che hanno dovuto abbandonare le loro case e che dal 1974 al 2003 non hanno più avuto la possibilità di poter circolare liberamente in quella che precedentemente era la propria città, palcoscenico della loro esistenza. E’ così che mi racconta Maria, giovane ragazza cipriota, esuberante e ricca di energia. Lei non ha vissuto la guerra, le sue emozioni sono ciò che si respira ancora nei focolai domestici, dove la ferita non smette di sanguinare. “Quando ci è stata concessa la possibilità di varcare la green zone, in molti lo hanno fatto per ricongiungersi coi luoghi della propria memoria, spazi familiari di cui per troppi anni sono stati privati. Loro, i turchi, hanno distrutto gran parte delle nostre chiese o le hanno adibite a ciò che hanno voluto, senza rispetto alcuno…” Mi racconta con un misto di dolore e rancore. Mi spiega che la green zone, la linea di demarcazione tra nord e sud, quella che racchiude lo spazio presidiato dall’ONU, deve il suo nome al colore della penna utilizzata dal funzionario britannico che su una cartina ne ha calcato la divisione…
Io ho varcato due volte il confine, la seconda con tanto di timbro sul passaporto. E’ davvero un’altra dimensione. Sembra incredibile come il mondo possa modificarsi in maniera così netta tra un passo e l’altro… E non sono le architetture a modificare l’ambiente, ma il paesaggio umano, l’atmosfera. La vita nella parte turca procede con ritmi differenti e, essendo uno stato non riconosciuto internazionalmente, manca di tanti servizi e attività commerciali per cui molti cittadini varcano “la frontiera” per fare acquisti e supplire le mancanze. Oramai vi è libertà di transito, ma accompagnata da un ragazzo cipriota, percepisco l’attenzione che pone in ogni passo, nello scegliere le vie più o meno illuminate in cui avventurarci.

Nicosia, in giornate roventi, tra case eleganti erose dal tempo e street art in ogni dove, mi dona la reale sensazione che le sue antiche e strette vie nascondano angoli deliziosi, alcuni estremamente curati dai suoi abitanti, la cui scoperta regala piccole gioie frammentate da profondi silenzi…

lunedì 24 marzo 2014

Sul fiume Evros: a cavallo tra Turchia e Grecia.

Il sogno era di vivere e superare il confine tra Turchia e Grecia, tra Turchia ed Europa. Tempo fa ho letto un interessante libro su un viaggio in Grecia, quella delle persone, della quotidianità, della crisi economica e tale lettura ha contribuito ad alimentare la mia curiosità. Sono sempre stata attratta dai confini e da come in essi si fondino gli incontri e gli scontri, sul come da essi si declinino le sfumature e si evolvano lentamente le differenze. Per questo ho camminato tra la Turchia e la Grecia, a piedi, con una gioia immensa.

Siam partite un po’ a caso, Laura e io.

Prima tappa è stata la turca Edirne, città della Tracia che in molti chiamano ancora Adrianopoli. Antica capitale dell’impero ottomano, si trova a pochi chilometri dalla Grecia e dalla Bulgaria. Siamo arrivate nel tardo pomeriggio, dopo un viaggio di circa 5 ore (e forse più) in autobus. Il sole tramontava e donava al paesaggio una luce primaverile bellissima, quella da notti infinite. Purtroppo era troppo tardi per oltrepassare la frontiera e abbiamo dormito a casa di un ragazzo, dottorando in letteratura turca. Ci ha offerto un ottimo durum e parlato con affetto di questa calma e graziosa città confusa tra Europa e Oriente, dove i menù son scritti in 4 lingue diverse e tre alfabeti differenti…  Il nostro couchsurfer non ha mai conosciuto l’estero, sogna un viaggio in Inghilterra e di parlare fluentemente l’inglese. Ci ha portato sul ponte del fiume Evros (perché io lo desideravo fortemente) da cui abbiamo avuto la possibilità di ammirare un’immensa luna specchiarsi nelle sue acque. Di lì a poco inizia l’Europa e io ho provato una profonda tristezza nel pensare a quel punto come un limite, come un divieto per i non europei, come una prigione.



E’ questa una zona particolare. Una porta d’Europa a cui non si pensa. O, per lo meno, in Italia non si è parlato e non si continua parlare dei disperati provenienti da Turchia, Siria, Afghanistan, Pakistan e Bangladesh etc. che, attraverso l’Evros e una lingua di terra di circa 12 chilometri, tentano l’ingresso in Europa. E’ una zona che ha da raccontare sofferenze e speranze. Nel 2012 lo stato greco ha iniziato la costruzione di un muro nei 12 chilometri di terra che corrono lungo il confine con la Turchia…


La giornata inizia presto e prima delle 9 siamo già per strada. Facciamo colazione in un bar del centro, da un signore gentilissimo. Poi, di corsa, a visitare la moschea Selimiye, commissionata dal sultano Selim II e costruita dall'architetto Mimar Sinan fra il 1568 ed il 1574. Viene considerata tra i più importanti esempi di architettura ottomana e paragonata, per bellezza e maestosità, alla moschea Blu di Istanbul. 


E’ una giornata meravigliosa di sole caldo, la città regala la calma e serenità di un piccolo paese, nonostante i suoi 140mila abitanti e il trascorrere delle ore avviene lentamente. La sensazione di pace ci accompagna nel bazar coperto antecedente la moschea e nella moschea stessa, al cui interno siamo in pochissimi, così da poterne godere la sua bellezza in tranquillità.



Facciamo una bella passeggiata per la via principale, quella ricca di negozi, di persone e io ho la netta sensazione di essere in un luogo ibrido, a volte Turchia, altre qualsiasi cittadina del Mediterraneo. 





Prendiamo un taxi, così come consigliato per raggiungere Pazarkule, contrattiamo il prezzo e via… Pochi minuti e siamo lì, davanti a mitragliatrici, militari e fili spinati a farci timbrare il passaporto e a fare il salto tra Turchia e Grecia. Camminiamo per qualche centinaio di metri e poi si ferma un docente universitario di Orestiada, la città greca che vogliamo raggiungere. Lui insegna matematica e ci accompagna in città, incuriosito dalle motivazioni della nostra visita. Ci dice che la città non ha niente da offrire e, a bassa voce, che prima si viveva bene, ma adesso la crisi finanziaria ha cambiato le cose. Ci lascia nella piazza principale, prendiamo un cappuccino al sole e io rinasco! Ci rilassiamo per poco meno di un’ora, facciamo una passeggiata per le vie squadrate di questa città di passaggio, giovanissima, costruita ai primi del Novecento quando i cristiani dell'Anatolia (circa un milione e mezzo di persone) vennero trasferiti in Grecia, mentre i cittadini greci di fede islamica (circa 300mila) furono trasferiti in Turchia, in seguito al trattato di Losanna, nel 1923.
In città girano tantissimi militari, le case sembrano abbastanza nuove e ben tenute, ma il baretto davanti alla fermata degli autobus è ricchissimo di donne anziane che hanno stampato in volto la semplicità dei paesini da cui provengono e nei quali son dirette. 



Decidiamo di non fermarci oltre. Compro una focaccia deliziosa con olive e pomodori, sale e olio (e rinasco ancora una volta!) e via sull’autobus verso Alessandropoli. Due ore di viaggio attraverso le verdissime terre greche e vari minuscoli paesini arriviamo a destinazione. Chiediamo in giro alla ricerca di un albergo semplice, poco costoso e vicino al centro. Ne troviamo velocemente uno prossimo alla stazione, davanti al mare, che sarà la nostra dimora per 3 giorni. 
E lì, proprio davanti a noi, questa scritta che mi sbatte in faccia cosa silenziosamente è accaduto e, forse, continua lentamente ad accadere: 



Alessandropoli, città sul mare di 66mila abitanti, sembra la classica cittadina per le vacanze con locali accoglienti e moderni, tantissimi negozi, ristoranti e alberghi. C’è movimento per strada e tanti giovani. Lo spettro della crisi, però, aleggia nelle espressioni degli abitanti che, nonostante l’estrema gentilezza, lasciano trapelare un velo oscuro di preoccupazione. Passeggiamo sul lungomare, scendiamo al porto, in spiaggia e respiriamo a pieni polmoni l’aria dal forte profumo di sale. 



Guardiamo in lontananza l’isola di Samotracia.


Mangiamo con gusto pesce fritto, insalata greca e non lasciamo nemmeno una goccia d’olio in nessuno dei vari piatti: troppo, troppo prezioso!


Ci siam recate a Feres, paesino a pochi chilometri da Alessandropoli, per visitare la sua antica chiesa greco-ortodossa di Panagia Kosmosoteira, risalente al 1152.


I dipinti alle pareti, opera della Scuola di Costantinopoli, sono in forte degrado, ma lasciano ancora godere la loro armonia e delicatezza delle forme e dei colori. 



E poi il delta del fiume Evros, delicata zona umida, parco nazionale. L’autobus ci ha lasciate in prossimità dei resti della città romana termale di Adrianopoli.


Avanziamo un poco, superiamo un piccolo ponte e raggiungiamo il centro per le escursioni. Con un furgoncino abbiam percorso qualche chilometro ed ecco, in lontananza, fenicotteri, pellicani e tanti altri volatili.  Prendiamo una piccola barca di legno e raggiungiamo un’isoletta nella quale scendiamo per fare una breve passeggiata. 



Dopo l’escursione ci lasciamo suggerire una casa di campagna che funge anche da ristorante. Ci accolgono con grande calore e ci preparano dell’ottimo pesce freschissimo, polpi e insalata innaffiati da un vino bianco frizzantino, con un retrogusto particolare.


Terminato il pranzo, attendiamo sul ciglio della strada che passi l’autobus. Dopo 15 minuti d’attesa c’incamminiamo verso Loutros paese deserto, con un unico personaggio particolare in giro per strada a bordo di un motorino scassato…
Rientriamo ad Alessandropoli col desiderio di visitare l’isola di Samotracia il giorno seguente, ma purtroppo a causa di orari strampalati che mal si sposano con la necessità di rientrar presto a Istanbul, dobbiamo ahimè rinunciare…