martedì 29 aprile 2014

Albania!

Sono arrivata in Albania in tarda serata, costeggiando il lago di Ohrid e ammirandone la sua estrema bellezza. 


Gigo, Sara e io abbiamo superato la frontiera senza nessun problema e, per un breve tratto, abbiamo dato un passaggio a una poliziotta che vi lavora. La prima tappa è stata Pogradec, ma giusto per cena. Abbiamo assaporato un pesce delizioso in salsa d’arancia e poi nuovamente in viaggio verso Korca, graziosissima e antica cittadina, distante meno di un’ora. Siamo arrivati a tarda notte e, alla ricerca di un luogo in cui dormire, abbiamo attraversato rapidamente affascinanti stradine e piazzette del centro, appesantite di passato, in cui regnava un silenzio sacro.
La primissima impressione sull’Albania è di un paese molto molto accogliente, gente semplice e sorridente: insomma, mi son sentita immediatamente a casa!
Korca ci ha regalato una tiepida giornata di sole, un mercato disordinato in cui si potevano trovare aspirapolveri di millesima mano, così come cellulari, tutti i pezzi di ricambio possibili e immaginabili, biciclette e molto altro, confuso in banchetti allestiti velocemente e su tovaglie, coperte e tappeti stesi per terra per poggiare la mercanzia. Il mercato è stato una meravigliosa occasione per sprofondare nella quotidianità di questa cittadina albanese. A Korca tutti hanno una Mercedes, modelli vecchi, dai colori più disparati e, a volte, più colori insieme.




Subito dopo pranzo ci siam messi in viaggio: direzione sud, verso  Gjirokastra, poco lontani dal confine con la Grecia.  Il viaggio è stato lunghissimo, nonostante la distanza, di per sé, non fosse tanta. Le strade sono antichissime, disastrate e molto pericolose. Abbiamo attraversano una zona montuosa di una bellezza estrema, così come estreme son ancora le condizioni di vita dei pochi che vi abitano e delle vie di comunicazione. 




Le strade costeggiano le montagne, abbracciandole con generosità in percorsi sinuosi che lasciano senza fiato per bellezza e paura. Sembra quasi di esser sospesi nel ventre delle montagne, con strapiombi ai piedi e ghiacciai ai vertici.  E, d’improvviso, un’ondata di serenità regalata da un velocissimo incontro al rallentatore. Lo sapevo già da lontano che quel momento sarebbe stato speciale ed ero pronta a viverlo a pieni occhi, a pieni polmoni. Ho abbassato il finestrino e atteso, guardando lontano l’avvicinarsi dell’evento. Si distingueva, chiaramente, il bianco del quadrupede e il nero di colei che sedeva sopra, come le donne facevano. E’ incredibile come ben si sposava con la luce del sole che si allontanava per illuminare altri mondi e il marron-verde di queste montagne d’Albania alle quali non avevo mai pensato prima. Le passiamo accanto e, senza perder compostezza, ci saluta e il suo sorriso è così dolce da essermi familiare e riconduco a lei la stessa consapevolezza di mondo che mi mostrava ogni istante mia nonna Franziska. 



Non posso che continuare a provare felicità a ogni curva, ormai. E tutto quello che fino a quel momento non aveva senso, finalmente lo ha!
Siamo arrivati a Gjirokastra che era già notte. Abbiamo alloggiato in una casa antica nella quale Gigo era già stato.  E’ un paese carinissimo che si arrampica su una collina generosa. Patrimonio Unesco, il tessuto urbano, ben conservato, testimonia che il paese è stato abitato con continuità durante i secoli e le sue peculiari architetture raccontano l’impero ottomano imperniato di Balcani.


Vi è una massiccia fortezza dalla quale è possibile ammirare il paese che si presenta in un grigio omogeneo, grazie ai tetti di pietra delle case e il selciato. E poi lo sguardo si perde nella vallata e lì puoi trascorrere ore…


E poi nuovamente in viaggio verso Saranda, cittadina di mare, dove si stanno costruendo senza sosta palazzoni per turisti e, per ora, totalmente deserti.  Abbiamo pranzato in uno spiazzo davanti al mare e ho ragione di credere che l’isola dinnanzi ai nostri occhi fosse Korfù.


A Saranda ho saluto Gigo e Sara, preso un piccolo autobus-furgoncino (di quelli in cui si viaggia stipati) e sono arrivata, a notte inoltrata, a Tirana. Ha piovuto per tutto il tragitto e per percorrere poco più di 200 km abbiamo impiegato oltre sei ore. La gente d’Albania è così gentile che una signora che viaggiava con me mi ha dato un passaggio, con la sua famiglia, per raggiungere l’ostello in cui mi attendevano. 


E da Tirana, attraversata velocemente e in cui ho avuto degli incontri indimenticabili, ho raggiunto nuovamente Ohrid… Per poi far rientro in Macedonia.


venerdì 25 aprile 2014

Bitola e il villaggio incantato di Trnovo, Macedonia!

Bitola è una delle città più importanti della Macedonia, nel profondo sud del paese, poco distante dal confine con la Grecia. E’ circondata da montagne meravigliose, con punte ancora candidamente innevate e una vegetazione che regala panorami emozionanti anche mentre si attraversa la strada.
Il centro alterna meravigliose palazzine erose dal tempo, trasudanti rakija e poesia, con quelle ricoperte di nuovo e colori vivi.







Le strade sono ampie e il sole vi trova comodamente spazio, esaltando la sensazione di vivacità e di accoglienza che mi trasmette, donandomi suggestivi disegni di cielo.


Ci ripieghiamo, attorcigliamo nelle vie storiche della città cercando di non tralasciare nessun canto nostalgico, celato in intonaci stanchi. D’improvviso si percepisce musica ancora soffocata da vie che si susseguono, separandoci. Dopo pochi istanti, sbucano tre uomini con i loro strumenti a disegnare, senza errori, le loro identità. Procedono con passo pesante, ma rapido e deciso, per imporci i loro suoni e spillarmi 50 denari con un morso, come un cane rabbioso. Penso che nessun gesto, nessun passo potesse essere più azzeccato per questa mia prima esperienza ravvicinata, in terra macedone, col mondo Rom.



Ed ecco, un altro gruppo di donne Rom, alcune giovanissime in abiti strizzati in corpo, pelle ambrata, con la giusta dose di polvere che la strada ti butta addosso. Hanno chiome ricche a scaldare spalle nude e far immaginare visi aggressivi che non esistono perché, a guardarle negli occhi, trovi sguardi che si perdono in laghi d’inespressività. Ad accompagnarle vi son tre donne, coperte di colore, agitano tamburelli per far ballare i corpi giovani, sfrontati come solo loro sanno essere, nel prendere la forma dell’uomo che le invade.


E lì, Ramona si rende conto della magia che sto vivendo, in quella che sembra la sporca strada di un circo squallido e decadente. Così mi racconta, fissandomi intensamente negli occhi, di suo nonno zingaro, bellissimo e vagabondo. Mentre la carovana era ferma, accanto alla città, ha conosciuto la nonna, strappandola alla banalità della quotidianità e all’approvazione della famiglia. Mi guarda così intensamente, che i suoi occhi rumeni e celesti sembrano due sfere di cristallo in cui puoi leggere l’intensità degli istanti, degli attimi per poi andare oltre e riflettersi in un profondo senza fine.

A pochissimi chilometri da Bitola, all’ingresso del parco nazionale Pelister, vi è il villaggio di Trnovo, nelle vicinanze del quale passa l’antichissima via Egnatia che collegava l’Adriatico con l’Egeo. Sorge immerso in una natura meravigliosa e in una pace senza tempo.



E’ un villaggio semplice, di poche case di contadini e, in proporzione, di molti bimbi e giovani. Gli abitanti son di una gentilezza e genuinità infinita ed è facile essere invitati nelle loro case per un caffè. Io ho alloggiato all’hotel Sator, accogliente e confortevole villa sulla strada per il villaggio, palcoscenico adatto per interessanti momenti di crescita, stimolanti riflessioni e divertimento puro. Ed è qui che ho vissuto una delle sensazioni più intense della mia vita quando, aprendo la finestra del bagno, di primissimo mattino, dopo una doccia bollente, ho scoperto che il sole tiepido del giorno precedente era unicamente un ricordo sommerso dal candore compatto della neve che si adagiava generosa ovunque.





Esempio meraviglioso di come le cose possano accadere e cambiare, rivoluzionariamente, d’improvviso. Son cose rare, ma accadono. Ed essendo rare lasciano strascichi d’emozione e ti convincono ulteriormente di quanto la vita possa essere magica, se solo si ha la fortuna di trovarsi nell’istante e luogo esatto in cui le magie avvengono: e io a Trnovo, all’hotel Sator, circondata da persone meravigliose, sono stata fortunata!

martedì 22 aprile 2014

Skopje, Macedonia!

Sono arrivata a Skopje senza nessuna idea di come potesse essere la città e, in generale, la Macedonia intera. Sapevo, unicamente, fosse una terra dalla natura rigogliosa e, spesso, superlativa, ricchissima di corsi d'acqua che regalano spettacoli.
Il sole è già tramontato al mio arrivo e l'aeroporto, col suo nome mastodontico "Alexander The Great", accoglie i visitatori con la magnificenza di una struttura robusta, ma senza il sovraffollamento che naturalmente ci si aspetterebbe e, con un'imponente statua che ti ricorda, ancora una volta, che questa era (probabilmente) la patria di un grandissimo condottiero, che non siamo assolutamente in luogo qualsiasi, remoto, ristretto, ritagliato, raggrinzito dalla storia.
Salgo sull'autobus dove è possibile pagare il biglietto sia in euro che in dinari. Si parte e con mille occhi provo a capire dove mi trovo, dove sono arrivata dopo meno di due ore di volo, se è davvero un luogo così diverso e lontano da me. Sono i Balcani, da sempre sentiti, mitizzati o disprezzati, spesso guardati con paura, diffidenza, come fossero "altro", così come loro si definiscono, nel bene e nel male. Anche i nomi delle principali arterie che conducono in città son dedicate al grande condottiero e a Madre Teresa di Calcutta, altro grande esempio di cui andar fieri.
La natura è davvero esplosiva, casette qua e là che sarebbero potute essere la fonte d'ispirazione per gli impressionisti francesi e colline verdi che ornano i movimenti delle strade come preziosi ricami su tovaglie antiche.
Arriviamo in città e, dopo un'estesa periferia, l'autobus mi lascia in una sorta di sottopassaggio oscuro che fatico a identificare come la stazione centrale, ma lo è! Scendo, mi guardo intorno, chiedo informazioni, sulla direzione da intraprendere per raggiungere il mio ostello.
La città è grigia e poco accogliente, ma grazie all'estrema gentilezza e disponibilità dei suoi abitanti riesco a raggiungere l'ostello con facilità, visto che si trova poco distante dalla stazione.
A un primo e prolungato sguardo l'ostello sembra chiuso, nessun segnale di vita. Fermo un passante per chiedere informazioni e, gentilmente, chiama il proprietario che arriva dopo circa 10 minuti a bordo di una moto stile Harley Davidson. L'ostello è deserto, cumuli di macerie, polvere e materiale edile all'ingresso. Mi mostra la camera provando a riordinarla velocemente e spruzzando profumo ovunque. Rimango leggermente interdetta fin quando non bussano alla porta due sud-coreane in giro per l'Europa. Divideranno la camera con me e, memore dell'esperienza turca, penso che le coreane capitino nel posto giusto, al momento giusto!
Skopje, a mio avviso, non è una bella città. Distrutta dal terremoto del 1963 non conserva angoli suggestivi, Il centro sovrabbonda di sculture di bronzo, di piedistalli pacchiani, di ponti sovraffollati di personaggi che, per qualche motivo, si vuole ricordare.






Vi è il mausoleo di Madre Teresa di Calcutta che non suscita nessuna voglia di essere visitato internamente. Attraverso un antico ponte in pietra m'inoltro nella parte turca della città che si sviluppa in graziose viuzze ricche di negozi e di case di pochi piani, qualche moschea, qualche chiesa ortodossa, ma senza particolari stupori.




Forse, gli angoli di Skopje che preferisco son quelli più popolari, con palazzoni che rimandano all'epoca comunista. Scritte sui muri che non riesco a decifrare, edifici vecchi, ma affascinanti e tutto quel verde disordinato che cresce spontaneo ovunque e che Clement Gilles chiamerebbe "terzo paesaggio" (con tutte le ricchezze che in esso si determinano). Forse il fascino di Skopje è incastonato lì, tra palazzi offuscati da tempo, comunismo e misteriose parole macedoni...



martedì 1 aprile 2014

Istanbul...

Se Istanbul fosse un colore, sarebbe quello dei fumi delle navi che s’incontrano col cielo, i colori del saluto, del passaggio, delle partenze, dell’azzurro in divenire… I gialli, rossi, arancioni delle spezie, i dorati e i turchesi dei mosaici, i colori soavi delle decorazioni delle moschee, quelli decisi dei vetri liberty nelle stazioni, il giallo degli impermeabili dei pescatori sul ponte Galata, l’oscurità delle vie più misteriose. 
Se fosse un profumo sarebbe quello dei mari che si bagnano, dei pesci alla brace, dell’aria speziata nei mercati. 
Istanbul è un canto nostalgico, il sorriso sincero dei suoi abitanti, la pazienza dei pescatori, il vociare monotono dei suoi mercanti, il saluto delle navi in transito e il garrito dei gabbiani.
Istanbul è il caos perfetto delle sue strade, le salite che spaventano e le discese che frenano. 
Istanbul è tutto ciò che non vedi, ma immagini… 
Istanbul è un desiderio espresso, è una promessa mantenuta, è un sogno compiuto. 
E’ una città di contraddizioni e differenze nette.  
Istanbul è Istanbul.