L’Assunta a Orgosolo è un’esperienza
che sognavo di vivere da vari anni, ma puntualmente capitava un deludente
contrattempo che rimandava all’anno successivo la mia partecipazione. Quest’anno,
finalmente, ci son riuscita.
Siam partite venerdì mattina, con
gran calma. Al principio, l’idea era scoprire, lungo il percorso, angoli di
Sardegna sconosciuti e un po’ nascosti, ma poi, passo dopo passo, ci siam
ritrovate a Orgosolo e ne abbiamo approfittato per una passeggiata
per ripassare i vecchi murales, ammirare i nuovi e godere della piacevole
atmosfera di festa.
Appena dopo pranzo, nelle vie del
paese, a intermittenza, capitava di incontrare cavalli e cavalieri: chi semplicemente
passeggiava, chi addobbava il proprio cavallo per la processione davanti all’uscio
di casa, chi al bar…
Tutto con gran naturalezza, senza che i cavalli fossero
eccessivamente a disagio con l’asfalto e il centro abitato, già ricco di
visitatori curiosi, ma non particolarmente chiassosi.
Intorno alle 17, come delicate
apparizioni, capitava di scorgere donne col coloratissimo abito tradizionale,
in solitaria o sostenute con decisione dalle madri, che si dirigevano verso una
stretta stradina in discesa, per poi eclissarsi velocemente. Apparivano come
luminosissime luci in una notte oscura e sparivano improvvisamente, lasciando nei
visitatori un assaggio della magia che la processione, così sentita, avrebbe
donato ai fortunati.
Abbiamo deciso, quindi, d’inoltrarci
nei vicoli per raggiungere la candida chiesetta dell’Assunta, addobbata con
bandierine che dal campanile si diramavano a raggiera, mosse senza sosta dal
vento. Il piazzale, al quale si accede tramite un arco in muratura bianco, era
già colmo di cavalli che continuavano, comunque, ad arrivare e il suono delle moltissime
campanelle delle bardature rendevano ancor più frizzante l’atmosfera.
Sono entrata nella chiesetta, stipata
di fedeli, per assistere alla messa. Volevo vivere la funzione, non essere una
semplice spettatrice estranea. Desideravo calarmi il più possibile nel rito,
con delicatezza. La messa si è svolta (con un pochino di delusione) in italiano,
mentre i canti, meravigliosi, in sardo. Quindi, ho atteso che la processione
avesse inizio. I primi a uscire dal piazzale, a piccoli gruppi, son stati i
cavalli, in numero infinito. Successivamente, un gruppo di donne, capelli
ordinatamente raccolti sulla nuca, gonna scura e ampia a coprir le gambe,
sguardo serio, fierezza e determinazione.
Quindi, i ragazzi del comitato che
hanno organizzato la festa e il gruppo delle donne e uomini in abiti
tradizionali, tutti rigorosamente in due file.
E poi il popolo dei fedeli e dei
curiosi. Noi l’abbiamo seguita per un tratto per poi fermarci per ammirarla e
per ascoltare l’Ave Maria in sardo, un canto che sgorga dalle viscere e nelle
viscere arriva. Un sommarsi di voci e di silenzi. Ed è in una situazione
simile, in cui è visibilmente netto il confine tra chi vive “una cosa” e chi è
lì per guardarla, che ti chiedi quanto sia giusto “il turismo” e quali siano i limiti
affinché non si intacchi la realtà delle cose e quanta pazienza è necessario
avere per accettare occhi curiosi su emozioni profonde…
Terminata la processione, cavalli
e cavalieri si son lanciati in corse sfrenate in una larga e dritta via del
paese, transennata da corde su entrambi i lati, durante le quali tentavano,
ogni tanto, qualche acrobazia.
Con l’Assunta a Orgosolo, venerdì,
son felice di aver esaudito un piccolo sogno…
A medas annos!






