martedì 28 gennaio 2014

Adana e Gaziantep - Turchia!

Tra le opzioni sulle varie città da visitare nel fine settimana, alla fine, abbiamo scelto Adana. Ci è sembrata la soluzione più comoda, considerato che il resto dei nuovi volontari si sono uniti a noi e viaggiare in autostop, per lunghe distanze, è complesso quando si è in tanti. Come al solito, ci siamo suddivisi in gruppi e abbiam fissato le 6 del mattino come orario di partenza.  Per raggiungere l’uscita ovest della città abbiamo preso un autobus e, per arrivare ad Adana, a oltre 200 km da Gaziantep, è stato necessario cambiare un’auto, un tir e, per ultimo, un autobus. Ho viaggiato con Edoardo, Charles e Nadesh. Non abbiamo tardato nel trovare la prima auto che ci portasse avanti nel nostro percorso. Il signore, gentilissimo, ci ha regalato un vassoio di dolci freschissimi al pistacchio e miele, tipici di Gaziantep. Dopo, però, il tir ci ha lasciato a metà strada e abbiam dovuto attendere almeno un’ora, prima di trovare altro passaggio.
Passavano poche auto e nessuna diretta ad Adana.



Quando oramai, quasi rassegnati, eravamo quasi pronti a spostarci verso l’autostrada, si è fermato un autobus e l’autista ci ha fatto salire con un sorriso, nonostante il mio “no money”. Abbiamo viaggiato benissimo, assaporando la comodità di un mezzo di trasporto che sembra un lontano ricordo, un lusso proibito per noi volontari. Arrivati ad Adana, verso le 10e30, vi è una pioggia fitta. Attraversiamo la città che ospita quasi un milione e mezzo di abitanti. La prima impressione è di un luogo in cui non esiste bellezza. Sono tanti i palazzoni di 12/15 piani, “dall’effetto Cina”.
L’appuntamento con gli altri è alle 11, davanti alla grande moschea, per cui non ho assolutamente tempo per osservare la stazione degli autobus che sembra, però, un luogo molto interessante, per i tipi umani che mi sembra vi circolino. Un ragazzo ci indica da dove prendere l’autobus cittadino per condurci in centro. Il costo è di due lire, ed è un furgoncino bianco, in cui viaggiamo tutti ammassati. Sforiamo di qualche minuto l’ora X dell’appuntamento, ma eccoci davanti alla grande moschea, che già da lontano ci regala immagini bellissime. 



Vi è un ponte romano i cui restauri, avvenuti nel 2008, sono stati finanziati dalla Siemens e un lungofiume delizioso, con tanto verde, alberi e mille stradine che si districano all’interno di una ricca vegetazione. 
La moschea è davvero maestosa, bianca e l’effetto etereo è accentuato, oltre che dal cielo grigio, dal pavimento color crema. E’ la prima moschea nella quale entro. Ci togliamo le scarpe e dobbiamo metterle in una busta di plastica. Mi danno un foulard rosa col quale devo coprire i capelli. Non è bella, ma maestosa.  


Incontriamo un ragazzo, col suo fratellino, che parla inglese e che vuole spiegarci cosa significhi essere musulmani. Ci dice che possiamo porgli tutte le domande di cui abbiam voglia… Ci sediamo per terra, in cerchio, e lo ascoltiamo. Ci parla della preghiera e le delle varie postazioni, a seconda dell’etnia. Indica, anche, il luogo in cui le donne pregano, in disparte, separate dagli uomini. E racconta un po’ dell’uomo ricchissimo che, circa vent’anni fa, ha costruito la moschea. Pare che nelle sue fondamenta vi abbia nascosto dell’oro, affinché quando un giorno verrà demolita, essa potrà essere ricostruita ancora più maestosa...


Ci riuniamo con gli altri e decidiamo di incamminarci verso il centro per gustare il famoso kebab di Adana che consiste in una fettina di pecora arrosto, con verdure, molto saporito. 


Quindi, proseguiamo nella scoperta della città e Laura e io decidiamo di non rinchiuderci in un museo. Varia poco rispetto a Gaziantep, ma vi sono delle case dalle architetture particolari, di legno.


Alcune anche ben recuperate. E siamo felicissime quando troviamo la moschea che cercavamo, della quale si intravedeva in lontananza il minareto. E’ una moschea molto grande, risalente al 1500. Ha un tetto particolare con varie cupole. Entriamo in una specie di atrio e c’è una donna, totalmente vestita di nero, che sorridendo mi dice di nascondermi i capelli nel cappuccio del mio giubbotto. E’ l’ora della preghiera per cui non possiamo visitare l’interno, ma siamo comunque incantante dalla sensazione che il tempo si sia fermato al suo interno.




All'ingresso, ondate di piccioni si fiondano sul pavimento stracolmo di briciole lì per sfamarli. Dobbiamo raggiungere di corsa gli altri perché è già ora di mettersi in marcia per rientrare a Gaziantep in autostop, sperando che l’imbrunire non arrivi troppo velocemente. Siamo un gruppo consistente e vi sono un po’ di incertezze su quale sia la direzione dell’autostrada verso la quale rivolgerci. Perdiamo del tempo camminando nel senso contrario rispetto a quello che dovremmo prendere, costeggiando l’autostrada nella quale sfrecciavano tir e auto. Per rientrare a Gaziantep, questa volta, abbiamo impiegato 6 ore. Ci hanno dato un passaggio 3 tir che, stracarichi, camminavano a 40 all’ora. Ci siamo rannicchiati nello spazio che hanno dietro i sedili e aspettato che il tempo passasse. Il secondo autista ci ha lasciato in un parking quando era già notte ed è stato abbastanza complesso trovare un altro passaggio per Gaziantep. Ci ha consigliato di raggiungere il parking nell’altro versante dell’autostrada, dal quale sarebbero partiti tir con direzione Gaziantep. Quindi, abbiamo attraversato le due corsie dell' autostrada di corsa, in un momento in cui era, praticamente, deserta e abbiamo raggiunto la zona di sosta. Lì ci aspettavano dei ragazzi, amici del camionista, con cui abbiamo viaggiato fino alla stazione degli autobus di Gaziantep. E da lì, dopo circa mezz’ora, abbiamo raggiunto casa, esausti. In seguito a questa esperienza ho deciso che viaggiare in autostop non sarà più una regola, ma una possibilità (d’accordo con me Edoardo e Laura), soprattutto per brevi distanze e in piccoli gruppi.


Domenica è stato il giorno dell’improvvisazione. Nessun piano, solo godersi lentamente la giornata. Mi son svegliata presto perché mi sarebbe piaciuto andar fuori città. Verso le 8 ero già in associazione, sperando che qualcuno di buona volontà venisse con me. Arrivata Laura, abbiamo deciso di rimanere a Gaziantep e di cercare un bar accogliente e carino per far colazione. Così abbiamo provato il caffè turco e del pane dolce con olive… E, felici di esser libere, di dimenticarci le incombenze dell’associazione e la necessità degli altri volontari di uscire sempre tutti insieme, ci siamo inoltrate in vie sconosciute, seguendo unicamente l’istinto.



Appena poco distanti dal centro caotico della città vi sono vie poverissime, e zone stracolme di macerie e io, veramente, non riesco a capirne la causa… E quanto momentanea sarà questa situazione. Proviamo a rientrare verso il centro, troviamo delle bancarelle colorate sparse qua e là, ma non è così semplice orientarsi, tutte le vie sembrano uguali. 



Finalmente raggiungiamo una piazza conosciuta e possiamo dirigerci in un cafe letterario che abbiamo scovato durante la passeggiata del mattino. E’ delizioso: una casetta coloratissima e dalle poesie scritte sulle pareti, ricordano i versi di grandi poeti turchi, tra cui quelli di Hikmet. Trascorriamo lì un po’ del nostro pomeriggio, con grande serenità, buona musica e un ambiente adatto ad assecondare qualsiasi ispirazione. Credo di aver trovato il mio buen retiro a Gaziantep, un luogo di calore e conforto nel quale spenderò più di una serata…


lunedì 27 gennaio 2014

Gaziantep Zeugma Mosaic Museum

Venerdì pomeriggio ho visitato il famoso Gaziantep Zeugma Mosaic Museum che si trova quasi immediatamente fuori dalla città. Abbiamo preso un autobus e il percorso è durato almeno 20 minuti. Siamo scesi in una zona povera, con palazzi fatiscenti, ricca di negozietti e artigiani ed è lì che sorge moderno e maestoso il museo che fa da contrasto al paesaggio circostante.



Avevo letto commenti estremamente positivi sul suo alto livello, ma come sempre funge le regola “se non vedo, non credo” e, anche questa volta, sono rimasta sbalordita. Quello del mosaico di Gaziantep è uno dei musei più belli, curati e di forte impatto che io abbia mai visitato. La struttura, come ho già detto, è grande e moderna e pare, a prima vista, quasi totalmente estranea al quartiere in cui sorge, ma se ci si passeggia un po’ più a lungo ci si rende conto che tutto, lì, si incastra in modo naturale, così come è naturale l’evoluzione, quella incessante (che non sta risparmiando nemmeno Gaziantep).




All’interno, la prima cosa che colpisce, è l’atmosfera che è stata creata. Sembra, appunto, di essere nell’antica Zeugma, grazie alle luci, alla disposizione delle colonne e alla ricreazione delle stanze. Zeugma è una città sulle rive dell’Eufrate, fondata all’incirca nel 300 a. C. da un generale di Alessandro Magno, poi conquistata dai romani, dai persiani, dai crociati e dagli arabi.
I mosaici, alcuni molto ben conservati, sono di una bellezza estrema. Spesso, davanti a tali opere d’arte, non ci si sofferma nel collocarle in un determinato periodo storico e culturale, che ne aumenta la magnificenza.


L'accostamento dei colori delle minuscole tessere, visi ed espressioni ritratti con minuzia e dovizia che riescono trasmettere sensazioni ed emozioni, le geometrie ricercate e il gran gusto sia nell’utilizzo dei colori, ma anche nell’elaborazione dei disegni non fa che ulteriormente confermare la grandezza delle popolazioni che hanno abitato questi territori, secoli fa…



All’ingresso vi sono meravigliosi effetti ottici che ricreano la vita dei pesci rossi nelle acque delle vasche con i mosaici.

Poi, la disposizione delle colonne, il ricreare gli ambienti delle ville dove i mosaici fungevano da pavimenti, la grande immagine del paesaggio circostante la città, il gioco di luci e la possibilità di poter godere di varie visuali (anche ad altezze differenti) rende la visita al museo davvero un’esperienza imperdibile.
Nel museo vi è custodito il famoso mosaico della gipsy girl che è diventato simbolo della città di Gaziantep.


Vi sono varie ipotesi sull’appartenenza di quel viso: alcuni sostengono possa essere addirittura Alessandro Magno, con il mistero legato a un’espressione ambigua, che non ne lascia cogliere realmente l’anima. Davanti a questo mito, insomma, la città di Gaziantep sta cercando di ricalcare la sua immagine, identità e un elemento di riconoscimento di cui ha, secondo me, forte bisogno.
Per rientrare a casa abbiamo preso un autobus cittadino… E la città si è mostrata in tutta la sua grandezza. E’ estesa Gaziantep, e le varie zone non hanno caratteristiche distintive l’una dall’altra, per cui è molto semplice perdersi, senza evidenti punti di riferimento.



Venerdì, insomma, è volato così… Con un sospiro di sollievo per essere riuscita a visitare un museo che mi ha immerso, totalmente, nella storia di questo territorio, nella sua grandezza passata, e mi permette di apprezzare con maggior consapevolezza questa esperienza.

domenica 26 gennaio 2014

Bamibini siriani a Gaziantep.

I bambini siriani sono di una meraviglia senza confini. Sono davvero i più bei bambini che io abbia mai incontrato. A Gaziantep, vicino all’associazione, circola un gruppo di bimbi dai 5 ai 9 anni, quasi certamente fratelli o, comunque, uniti da stretti legami. E’ probabile che vivano tutti insieme, nella stessa casa, visto che mi è stato detto che molte famiglie, scappate dalla Siria a causa della guerra, prendono in affitto un unico appartamento che poi viene popolato da 3, 4 o più famiglie. I bambini sono vestiti in maniera poverissima, poco coperti, spesso con gli abiti a brandelli. Sono molto sporchi e trasportano dei grandi sacchi in spalla. Mercoledì e giovedì ho avuto la fortuna di spendere parte del pomeriggio con loro. Siamo andati al parco per girare un video e loro sono stati degli ottimi attori-protagonisti.  Per me è stata una serata davvero magnifica perché i bambini siriani sanno insegnare cosa sia la generosità, la dignità, l’attenzione per il prossimo e la delicatezza dei modi. Giocano con la gioia dei bambini liberi, giocano con tutta la fame di divertimento che possono, con tutta l’energia che hanno in corpo. 


Corrono come trottole, ma si fermano per allacciare con premura le scarpe ai piedi della sorellina e per infilarle, correttamente, la destra e la sinistra, se nella velocità di rialzarsi da un capitombolo le ha indossate velocemente, invertendole. Vi è una bimba, deliziosa, che sembra uscita da un film di Fellini, vestita con calzamaglie a righe bianche e nere che mettono in evidenza un simpaticissimo corpo paffutello, porta ai piedi due zoccoletti colorati, differenti l'uno dall'altro e ha uno sguardo che “se ne frega di tutto”. Vi è la sorellina maggiore, di una bellezza rara. Ha capelli così arruffati, impossibili da pettinare. Li porta sempre legati. Indossa una felpina color melanzana e pantaloni grigi. Ha la pelle ambrata, con le guance rosee e un sorriso magnifico. E’ lei, senza dubbio, il capobanda. Complice l’età, ma anche un carattere di ferro e grande sensibilità, se le si ricorda la sua situazione, anche bruscamente, come è successo nel baretto del parco. Vi è il bambino alternativo che porta sempre una cuffietta calda, beige che lo distingue dal resto del gruppo. 
E poi c’è il mio preferito, dolcissimo piccolo uomo, che appena mi vede corre da me e non mi lascia un secondo. E’ come se con me si sentisse al sicuro, pieno di attenzioni. Sono bambini non abituati alla sporcizia in cui son costretti a vivere. Si guarda nelle immagini che ci scattiamo per gioco e si vergogna della macchia grigia che gli riempie la guancia, e la copre con la mano, per non essere cristallizzata nell’eternità di una foto.





I bambini di Siria, sono generosi. Se tu gli doni un pane, un dolce o qualsiasi cosa, loro vogliono compartirla con chi gli sta vicino e sono pronti a privarsene. Non è educazione, ma un modo di essere, di vivere, di aiutarsi a vicenda, sono sentimenti spontanei. I bambini di Siria, perle scampate alla guerra, sono quanto di meglio questo mondo abbia avuto la fortuna di ospitare.
Mi è stato raccontato che le famiglie siriane non sono ben accette in città poiché, tra le varie cose, a causa del loro arrivo gli affitti delle case sono fortemente lievitati anche per i turchi. Al parco sono stata testimone di alcune interazioni tra i bambini siriani e turchi, la maggior parte dei quali sono diffidenti e non vogliono unirsi in gruppo nemmeno per scattare una foto tutti insieme. Sono distaccati, e ho assistito a una scena in cui un piccolo turco confronta le sue scarpe nuovissime e alla moda con quelle enormi, distrutte e luride del bambino siriano che non ha emesso una sillaba. Ma posso anche dire che i turchi sono anche persone molto generose e che, molti di loro, davanti a un bambino che ha fame, non si tirano indietro.

Allah protegga i nostri bambini di Siria… Questo è quanto, finora, posso dire…  



mercoledì 22 gennaio 2014

Kilis, a un passo dalla Siria.

Domenica siamo andati a Kilis. Avevo letto di una cittadina deliziosa sul confine con la Siria, nella guida di Laura, la ragazza di Granada. Norbert, Shabi, Edoardo, Giacomo, Laura, Silvia e io, divisi in 3 gruppi. Io son con Shabi, il ragazzo ungherese. Inizia l’autostop, ma dobbiamo aspettare un po’ prima di esser caricati. Il primo che ci offre un passaggio è un ragazzo simpatico e c’è posto anche per Giacomo e Silvia… Entriamo in auto e, immediatamente, ci inonda un profumino delizioso di pane appena sfornato. Lui capisce che ne siamo estasiati e ce ne dona uno che ci dividiamo con generosità e che sbraniamo con avidità. Ci lascia dopo qualche chilometro e ci separiamo da Silvia e Giacomo. La seconda auto è molto spaziosa e il ragazzo turco che siede al mio fianco e che non smette un attimo di sorridermi, chiede se sono sposata e io rispondo affermativamente, senza esitazioni!
Ci lasciano anche loro poco dopo in una zona particolare con delle piccolissime montagnette di terra. Si fermano due ragazzi molto gentili, il sedile posteriore è pienissimo di materiale edilizio e, sul pavimento, vi sono una sorta di lance. Ci rannicchiamo e, comunque, riusciamo a viaggiare comodamente. Il paesaggio intorno è molto verde, i terreni sembrano fertili e molto produttivi e, sparse qua e là, vi sono case a due piani, di forma quadrata, per lo più non terminate e con panni stesi di mille colori. Arriviamo a Kilis, siamo a circa 10 chilometri dalla Siria. La città è viva e popolata. Subito, al semaforo, una donna siriana chiede qualche moneta ed è come un “benvenuti nell’anticamera dell’inferno”.
Scendiamo dall’auto, salutiamo i ragazzi e c’incamminiamo verso il mercato nel quale abbiamo appuntamento con gli altri volontari. Siamo in anticipo e ne approfittiamo per fare un giretto tra le vie del bazar semi-deserto perché oggi è domenica. La città non è niente di particolare. E’ molto povera, molto trafficata, ma di quel traffico semplice, poco sofisticato. E si vede che è una città al confine con la guerra, dove si respira la provvisorietà dei passanti.



Ritroviamo il resto del gruppo e proseguiamo con la nostra passeggiata. Vi sono alcune case carine, dalle architetture ricercate e risalenti all’inizio del secolo, ma non sono assolutamente ben conservate. Vi è una moschea (the Tekke Mosque) risalente al 16esimo secolo, architettura ottomana, elegante, con giochi di colore e decorazioni elaborate, ma non possiamo entrarvi perché sono i minuti della preghiera e nessuno vuole aspettar là fuori che termini.






Per strada circolano tantissimi siriani, alcuni con passaporto si son trasferiti una volta scoppiata la guerra, ma vivono sicuramente in condizioni dignitose, altri, invece, hanno trovato rifugio nei campi profughi dislocati lungo la frontiera. Si riconoscono per la pelle più scura e ambrata rispetto ai turchi. Si riconoscono per i colori e la miseria dei loro abiti. Ragazze che indossano solo calze ai piedi e scene fortissime di fame. Sono due quelle di cui sono stata spettatrice. La prima ha coinvolto un gruppetto di bambini sui 5/7 anni. Ci si sono avvicinati per chiederci dei soldi e Norbert ha dato loro il suo kebab...esattamente in quell’istante han provato l’un con l’altro a strapparselo dalle mani, con una ferocia che solo l’uomo affamato riesce a tirar fuori. Era spirito di sopravvivenza, quello. E io l’ho visto lucido, negli occhi del bambino che azzannavano. La seconda, riguarda invece, due bambine di una bellezza rara. Erano leggermente distanti l’una dall’altra, provando a ottenere più soldini o cibo possibile dai passanti. A una di loro abbiam dato un dolce e una banana, e la gioia è esplosa e, subito, ha chiamato la sua sorellina o amichetta per correre a condividere la sua ricchezza. Ci hanno ringraziato con degli occhi impagabili, di gioia e di allegria, ma anche di riconoscenza.
Kilis è famosa anche per l’alcol e le sigarette a buon mercato, ma non abbiam fatto provviste. Ci siam presto rimessi in moto per rientrare a Gaziantep. Abbiam fatto metà del viaggio con un ragazzo siriano, molto gentile e simpatico. Ci ha lasciato vicino a un lago, dove ci saremmo dovuti incontrare col resto del gruppo.


Con Shabi ed Edoardo dobbiamo attraversare un punto di scolo delle acque e non esiste nessun passaggio ben definito. Proviamo a costruirlo con dei sassi, ma sono carenti… e alla fine sprofondiamo nel fango con grande dispiacere delle mie scarpe. Ci ripuliamo, riposiamo, alcuni di noi mangiucchiano qualcosa e poi via di nuovo in attesa di qualcuno che ci accompagni a Gaziantep.


Ci prende un ragazzo, amante dell’Italia, psicologo in un ospedale. E’ diretto in aeroporto e ci lascerà lì vicino. Poi, prima esperienza con l’autobus urbano. A colpirmi è stato il fatto che tutti paghino la corsa, senza avere un effettivo biglietto. Spesso, quando l’autobus è stracolmo, i soldini arrivano all’autista con un passaggio di mano in mano (così come il resto, qualora qualcuno non abbia la cifra giusta).

E’ ancora pieno pomeriggio e siamo già di ritorno a Gaziantep, in associazione, felice di aver conosciuto una nuova realtà, non compresa appieno, ma forse, è prematuro ed è necessario vedere, ascoltare e sentire ancora…

lunedì 20 gennaio 2014

L'Eufrate e la Mesopotamia...

Sabato è un giorno di libertà per noi volontari e, quindi, ci siamo suddivisi in vari gruppi e abbiamo organizzato la nostra prima trasferta. A guidarci, sia nella scelta, che nell'organizzazione del percorso sono stati i volontari qui da qualche mese che conoscono abbastanza bene cosa sia degno di una visita. 
Sveglia prestissimo e appuntamento alle 7 in associazione. Tutti di gran corsa, ma puntualissimi, abbiamo popolato la cucina di GEGED per far rifornimento d’energie. I volontari son soliti muoversi in autostop e per raggiungere Eski Halfeti è necessario recarsi all’uscita della città, in autostrada. Siamo suddivisi in 4 gruppi, di 3 persone ognuno. In ogni gruppo vi è almeno un ragazzo e qualcuno che abbia almeno una basica conoscenza del turco. Io son nel gruppo con Shabi e Boris, due ragazzi ungheresi.  Per raggiungere Eski Halfeti prendiamo 3 macchine. Inizialmente, a caricarci è un signore molto gentile che ci lascia a Birecik. Il paesaggio è incredibile: la cittadina si sviluppa in salita, arrampicandosi su una sorta di collina, in cima della quale vi sono i resti di un castello. Lo spettacolo è davvero bellissimo, un costone roccioso si dirama per vari metri, proteggendo il centro abitato e seguendo il corso dell’Eufrate. 


Abbiamo superato il ponte e posso dire di essere, ufficialmente, in Mesopotamia. Una terra che da quando ho iniziato ad accumulare nozioni è entrata a far parte, con la sua magnificenza, del mio immaginario…E io, adesso, poggio i miei piedi su questa fertile terra e vorrei quasi tornare indietro nel tempo affinché quella bambina che sognava al pensiero dei giardini pensili di Babilonia e che imparava che Mesopotamia significa “terra in mezzo a due fiumi”, il Tigri e l’Eufrate, potesse vedermi lì, e magari, esserne fiera di riuscire a trasformare un mito in realtà. Ho poco tempo per incantarmi, è necessario trovare un’altra auto che ci conduca avanti. Si ferma un furgoncino, riordinano il cassone e ci accomodiamo senza fiatare. Shabi è seduto su una bombola, io sulla custodia di un trapano e Bori su una valigetta d’attrezzi. I due ragazzi, gentilissimi, ci lasciano a Yeni Halfeti e facciamo un brevissimo tratto a piedi e il paesaggio ha dei colori meravigliosi: terra di un rosso intenso, simile a quella marocchina, e scheletri d’alberi bianchi (che credo siano di pistacchio), ogni tanto intervallati da viali di pietra bianchissima, sbriciolata. 



Ci carica un’altra macchina, loro son già in 4, per cui un passeggero passa davanti e si stringono, in due, sul sedile. Sono loro ad accompagnarci fino alle rive dell’Eufrate che prima di essere raggiunte iniziano a regalare spettacoli preziosi, di colori che si accentuano, contrapponendosi alle montagne intorno che ne disegnano il corso. Lì sulle rive dell’Eufrate sorgono vari villaggi, tutti pressoché molto poco abitati e, quasi abbandonati. Le case sono semi-distrutte, ma hanno forme delicate che si sposano benissimo col paesaggio circostante e ne fanno profondamente parte.


Prendiamo un battello, che a suon di musica turca, ci accompagna per ammirare Rumkale dalla storia antichissima che racconta il passaggio di vari popoli. E’ incredibile pensare al tempo che ha forgiato le cave alle pareti, che ha visto questa terra essere fiorente e conquista di numerosi popoli che vi han lasciato tracce meravigliose del loro passaggio.  


Vi è anche una moschea sommersa dalle acque, con il minareto che emerge in solitaria e, secondo quanto raccontano, pare ci siano anche vari villaggi nei fondali di questo fiume dalla storia millenaria.



Facciamo rientro al villaggio, vi è anche una moschea abbandonata, ma che credo si stia lentamente tentando di recuperare.
Lentamente, ci incamminiamo per far rientro a Gaziantep. Pare non sia assolutamente sicuro fare autostop all’imbrunire, quindi, nel primissimo pomeriggio siam già col braccio teso, in attesa di qualche automobilista di buon cuore. Questa volta siamo Edoardo, Anna (una ragazza polacca) ed io. Inizialmente, ci carica un signore in macchina col suo figlioletto. Ci lascia a Yeni Halfeti e da lì son dei ragazzi a volerci accompagnare fino a Gaziantep, ma noi decidiamo di scendere a Birecik, considerato che è ancora presto, il sole è alto e vorremo visitare il paese. E’ graziosa Birecik, vi è un mercato in cui decidiamo di non addentrarci per inoltrarci nelle vie della quotidianità. 


Mangiamo un kebab piccantissimo e credo di aver perso per alcune ore l’essenza stessa dell’esistenza delle papille gustative, per cui mi impegno a eliminare tutti i peperoncini gialli e il prezzemolo, secondo me, in eccesso. 


Decidiamo di incamminarci verso Gaziantep. Per trovare passaggio, è necessario attraversare il ponte e tra la polvere e lo smog raggiungiamo un punto di passaggio obbligato per gli automobilisti. Si ferma un piccolo autobus e l’autista, gentilissimo, ci fa salire gratis. Arriviamo a Gaziantep e, ancora, dobbiamo macinare qualche chilometro a piedi, prima di raggiungere l’associazione, stanchissima, ma super super soddisfatta per la bellezza della giornata…

sabato 18 gennaio 2014

Primi giorni a Gaziantep.

Gaziantep, sud est della Turchia, al confine con la Siria, è la città nella quale farò la volontaria per un progetto di educazione ambientale rivolto alla cittadinanza locale. La prima settimana è trascorsa allegramente. Le attività sono state varie, ma rilassate e molto divertenti. 
Lunedì è stata la giornata dei giochi per conoscersi meglio e iniziare a creare lo spirito di gruppo. Io mi son divertita tanto. E mi pare davvero un bel gruppo, il mio. Mi piace moltissimo il fatto che ognuno si senta davvero libero di esprimere se stesso, senza aver la necessità di dimostrare quel che non è. Nel pomeriggio saremmo dovuti uscire per il city tour, ma a causa di una pioggerellina è stato rimandato. Quindi, ansiosissima di vedere un pochino di questa nuova città mi sono unita al gruppo, guidato da Pampa (un ragazzo turco dell’associazione), che aveva necessità di cambiare dei soldi.
La città si presenta, subito, martoriata. I marciapiedi sono semi-distrutti, spesso in ricostruzione, fango ovunque, voragini a ogni passo. Anche le auto si muovono disordinatamente, rilasciando nell’aria fumi irrespirabili. Intorno a noi varie pasticcerie e negozi, e il caos aumenta quanto più procediamo verso il centro.  La primissima impressione su Gaziantep è di una città triste, di una città dura e complessa. A tratti sa di Cina, in altri di est Europa. E’ molto grigia, complice un cielo amorfo.
Martedì è la giornata dedicata alla realizzazione di un video. Decidiamo la trama e c’incamminiamo in centro per girare alcune scene. Io sono felicissima perché muoio davvero dalla curiosità di scoprire questa città di confine, di cui conosco pochissimo. C’è molto freddo, il cielo è ovattato, ma vi è una luce particolare. Percorriamo una via popolare di negozi, case e qualche bar esclusivamente per uomini. Proseguiamo, ed ecco una zona nella quale son state demolite molte palazzine e le macerie giacciono ancora lì intorno. Dovrebbe essere, questo, il quartiere armeno e sono tanti i muratori a lavoro per recuperarlo. Pare che ci sia dietro un progetto di sviluppo turistico della città. 


Le pareti delle case sono color crema e c’è un’atmosfera particolare, grazie anche a una luce rarefatta e un cielo che minaccia neve. L’ambiente è davvero surreale, sembra una città di guerra, una città ancora in paurosa attesa.  



Giriamo l’angolo e, seduti su un muretto, scheletro di una palazzina incompiuta, in mezzo e sulla polvere, mentre addentano dei candidi pezzi di pane, ecco un gruppetti di bambini siriani. Il più piccolo avrà circa 5 anni e 9 il più grande. Probabile che due o tre siano fratelli. Sono scuri, alcuni poco vestiti, nonostante le temperature. Indossano abiti vecchi e molto impolverati. Riusciamo a comunicar con loro grazie a Mohammed che, essendo di origine marocchina, parla arabo. Proponiamo loro di partecipare al nostro video e accettano molto, molto divertiti. Non smettono un attimo di ridere, di sorrisi meravigliosi, di denti bianchissimi che fortemente contrastano con la pelle ambrata e il corvino dei capelli. Non smettono un secondo di schernirsi. Mi guardano, ridono e si nascondono utilizzando, a vicenda, il corpo del vicino. Sono meravigliosi! 



E se penso al peso della guerra che si portano addosso, mi tremano le gambe. Mi viene da chiedere che cosa ci facciano, così piccoli, così soli in giro per la città… Sembrano di quei bambini abituati e veloci nel cavarsela da soli, nel modo in cui si svincolano tra le auto, con cui parlano col panettiere, per come si prestano al nostro lavoro, al nostro gioco. Hanno occhi che ridono come tutti i bambini dovrebbero, ma chissà quanto dolore han già conosciuto. Di quelli indescrivibili.


Giriamo le scene necessarie, inondiamo i bimbi di dolci e facciamo ritorno in associazione, dove ci aspetta la seconda parte del lavoro, che verrà completata in serata. Alle 17 inizia la prima lezione di turco, sempre spassosa e divertente. Dovremmo imparare, almeno, a comunicare in maniera basilare con commercianti e passanti.
Aspetto mercoledì con molta ansia: è la giornata della fotografia, ovvero dovremmo uscire a catturare immagini che raccontino l’inquinamento e la scarsa sensibilità legata ai rifiuti in città, per poi esporle in un liceo della zona. Ci dividiamo in gruppi e ci dirigiamo in una zona in cui vive il ceto medio: molti palazzoni grigi, traffico e una grande concentrazione di officine per auto. Scattiamo foto alla spazzatura sparsa qua e là, nei cortili dei palazzi, nei giardini, all’interno delle macchine abbandonate, suscitando la curiosità degli abitanti.   


Mentre, durante il pomeriggio, facciamo il famoso city tour: arriviamo ad un antichissimo castello (in restauro a causa di un crollo interno avvenuto lo scorso anno) e procediamo verso il bazar coperto, ricco di negozi d’artigiani e spezie, per poi proseguire tra le vie di negozi a cielo aperto, una sorta di ZTL alla quale non hanno permesso d’accesso le auto. Il bazar è molto tranquillo, poco trafficato e i commercianti son estremamente diversi da quelli marocchini, molto più pacati e poco invadenti.




Terminiamo la giornata in un baretto delizioso, dove i giovani turchi amano trascorrere le serate ad ascoltar musica dal vivo e fumare narghilè. E’ un luogo davvero tipico, molto allegro e vivo. Vi è una donna che seduta sul pavimento prepara pane di continuo, e uno spazio al centro del locale è arredato con cuscini e tavoli rotondi, per chi volesse comodamente fumare e ascoltar musica. Mi piace guardarmi intorno, la gioventù turca è eterogenea, almeno in apparenza. Si vedono ragazze vestite in modi diversi, ognuna, probabilmente, libera di esprimere la propria personalità. E’ molto forte vedere insieme due amiche, una con i capelli al vento, l’altra col capo coperto e provare a immaginare se siano differenti i modi con cui affrontano la vita.
Giovedì abbiamo fatto una sorta di flash mob nel cortile di un liceo. Durante l’intervallo, abbiamo gettato per terra delle bottiglie di plastica e aspettato che qualche studente ne raccogliesse almeno una e la gettasse nel cestino. Quindi, abbiamo iniziato a simulare una partita di basket con le stesse bottiglie, provando a coinvolgere nel gioco gli studenti (nel frattempo i megafoni trasmettevano per tutto il cortile una musica movimentata, che è cambiata dopo circa 3 minuti e abbiamo iniziato a ballare in cerchio. Io mi son divertita tantissimo, sebbene pare che l’effetto visivo del flash mob non fosse incisivo. Però, sarà esperienza per la prossima volta. Siamo riusciti, comunque, a catturare la curiosità degli studenti che han giocato con noi…
Venerdì abbiamo pulito in profondità l’associazione e nel pomeriggio ci siamo concessi una meravigliosa passeggiata in alcune zone molto povere e popolari della città. La gente qui è davvero gentilissima e molto generosa e sono i gesti che non ti aspetti che riempiono davvero il cuore…

Insomma, la prima settimana è volata con nuove avventure, feste e nuovi amici da capire, apprezzare, aiutare. Son davvero molto felice di poter vivere questa esperienza. Vi è in associazione un’atmosfera umana, di aiuto reciproco e non esiste competizione che, ultimamente, ha caratterizzato e, un po’ avvelenato, alcune situazioni della mia vita…