Son tornata a Firenze dopo
quindici anni dalla prima volta. Ho ricordi netti, di angoli ben definiti e di
momenti spensierati con persone care adesso lontane. Com’è capitato con tutte le città che ho
visitato di fretta, ovvero senza disfare zaini e valige, le seconde volte son
intensamente diverse, così tanto da non intaccarne ricordi e percezioni, e divenire,
nella mia memoria, città differenti.
Son arrivata in un pomeriggio di
cielo grigio, poi scoppiato in generose piogge che non hanno cessato nelle due serate spese tra vie, ponti e piazze
per le quali Firenze è sognata e resa inconfondibile nel mondo. Non nascondo
che, probabilmente complice la fastidiosa pioggia, son stata avvolta da un velo
di malinconia di cui non riesco a trovare spiegazione.
Ad accogliermi calorosamente è
stata la mia amica Donata, fiorentina da generazioni. E’ stato un piacere,
finalmente, poter donare una cornice alla sua “vita invernale”, considerato che
quella estiva l’abbiamo spesa per anni insieme, in Sardegna. Ho conosciuto il suo
“famoso” quartiere, scuole e piazze che mi ero sempre divertita a immaginare.
Lei vive alle Cure, zona residenziale di Firenze, poco lontana da Fiesole che è
possibile ammirare in lontananza. Leggo su internet che il nome della zona è da
ricondurre alla parola “curandaio” che era colui che si preoccupava di lavare
le pezze di lino affinché perdessero ruvidità e divenissero candide. Una volta
esaurita la necessità di queste antiche tecniche di lavorazione dei tessuti, il
termine è rimasto per indicare, appunto, le “curandaie”, le “lavandaie” che
usufruivano delle acque del Mugnone che attraversa il quartiere rendendolo
davvero particolare.
Mi chiedo, con nemmeno eccessiva
curiosità, cosa son stata, questa volta, io per Firenze: di certo non una
turista. Forse, una semplice visitatrice o, ancor più aridamente, una passante.
Ho adorato il vivere la pacata quotidianità di un quartiere profondamente
fiorentino, dove lo spettro dei turisti affamati d’arte e di scorci da
fotografare, è un remoto bisbiglio. Soprattutto mi ha felicemente colpito la
predisposizione dei suoi abitanti nel voler chiacchierare con chiunque
incontrino per strada. Ricordo una signora anziana che, colta impreparata da un
improvviso acquazzone (che ho subito pienamente anch’io) e totalmente fradicia,
mi ferma e dice: “Esco sempre con l’impermeabile in borsa. Questa volta no, ma
almeno avevo una busta per i capelli”. O la signora Serena, occhi celesti e
pelle chiara s’incanta al solo ricordarla la Sardegna in cui amava trascorrere
vacanze. E’ così felice che i forestieri apprezzino la bellezza e l’arte della
sua città che al bar San Marco mi offre un dolcetto a base di crema e frutta. La
ragazza del forno (che ho frequentato quotidianamente) dove mi è stato detto si
produce una delle più buone schiacciate della zona. Sono stati numerosi gli
approcci e contatti umani che hanno reso l’esperienza fiorentina piacevole… I fiorentini
hanno fare deciso, un’eleganza naturale non ostentata, una forte appartenenza
alla città che trapela dallo sguardo e un profondo senso civico impresso nelle
singole azioni. Unica voce fuori dal coro, la signora di una cartoleria in
piazza Gaetano Salvemini, nella quale son entrata perché avevo necessità di stampare
il check-in on line e, dopo avermi risposto che non offriva quel servizio, con
durezza mi ha imposto di non continuare con altre richieste e di uscire dal suo
negozio. Un gesto di cattiveria gratuita e di negazione d’aiuto a cui non trovo
spiegazione, né logica. Nonostante ciò, sabato Firenze mi ha finalmente
regalato un cielo azzurro e un bel sole che mi ha concesso di goderne l’armonica
bellezza e di respirare l’energia rilassata di queste giornate che lentamente
precedono le vacanze natalizie…





