martedì 18 febbraio 2014

Il Kurdistan Turco...

E’ stato un fine settimana intenso, quello appena trascorso. Siam partiti venerdì pomeriggio, appena terminate le attività. Circa 5 ore d’autobus ci hanno condotto a Diyarbakir, quella che sarebbe la capitale, se il Kurdistan fosse uno stato. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, il Kurdistan è una nazione senza stato, i cui territori sono divisi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Il popolo curdo conta oltre 40 milioni di persone. Secondo l’Encyclopædia Britannica, il Kurdistan occupa 190.000 km², mentre ne occuperebbe 392.000 secondo l’Encyclopædia of Islam (di cui 190.000 km² solo in Turchia, 125.000 km² in Iran, 65.000 km² in Iraq, e 12.000 km² in Siria).
È un territorio strategicamente rilevante per ricchezza di petrolio (soprattutto in territorio iracheno). Nel territorio del Kurdistan turco, invece, continuano a sorgere numerose dighe (nel Tigri e nell’Eufrate). E’ in questa terra che corre il gasdotto che va dall’Iran alla Turchia e diversi oleodotti strategici iracheni.
Il popolo curdo discende, probabilmente, dagli antichi Medi, popolazione che dall'Asia Centrale si diresse, intorno al 614 a.C., verso i monti dell'Iran. Le forti limitazioni, imposte dall’impero ottomano all’inizio del XIX secolo, ai privilegi e all’autonomia degli stati curdi, provocarono numerose rivolte che miravano all’unificazione del popolo curdo e alla sua autonomia. Quando le potenze europee si affacciarono nel Kurdistan, l’area fu usata in ottemperanza degli interessi della Gran Bretagna, della Francia, della Germania e della Russia zarista, pronte a indebolire l’Impero Ottomano. Terminata la Prima Guerra Mondiale, la nascita di uno stato curdo sembrava non essere più un sogno. Il trattato di Sévres, firmato il 10 agosto 1920, prevedeva un Kurdistan autonomo. Questa volta fu l'ostracismo della nascente Repubblica turca, a impedirne la formazione. Col trattato di Losanna, firmato nel 1923 da Gran Bretagna, Francia, Italia, Giappone, Grecia e Romania, i territori abitati dalla popolazione curda furono spartiti tra Turchia, Siria, Iran e Iraq, e 25 milioni di persone furono dispersi in 5 stati, trasformandosi in 5 minoranze.
Atatürk fondò la Repubblica Turca nel 1923 e, tra le varie riforme, affermò il principio dell'unitarietà statale, inconciliabile con l'esistenza di un'etnia curda all’interno dello stato, alimentando rapporti non pacifici tra i due popoli. Il 3 marzo del 1924 fu decretata l’interdizione della lingua e di tutte le espressioni culturali curde; furono chiusi giornali, scuole e l’Assemblea fu sciolta. Dal 1932 il Kurdistan turco fu tenuto sotto legge marziale fino al 1946 (vietato agli stranieri fino al 1965), quando la Turchia iniziò il lungo cammino verso la democrazia e per i kurdi fu uno spiraglio di luce. Col colpo di stato del 1960, però, la giunta golpista turca decise di chiudere circa centinaia di kurdi nei campi di concentramento, esiliarne alcune decine, di escluderne da ogni amnistia i detenuti, turchizzare tutti i nomi delle località curde.
Nella seconda metà degli anni ’60 il movimento nazionalista curdo si organizzò in partiti rivoluzionari, come il Partito Socialista del Kurdistan e il Partito Democratico del Kurdistan, che si battevano per la democrazia in Turchia e l’auto-determinazione per il popolo. Nel 1971, con il secondo intervento militare, furono arrestati e detenuti in condizioni disumane, sottoposti a torture e violenze migliaia di cittadini, uomini donne e bambini. Negli anni ’80 continuarono gli arresti sistematici e le torture nei confronti della popolazione curda: perquisizioni forzate, distruzione di villaggi, arresti ingiustificati, torture, pene capitali…
Disegnato brevemente il quadro storico, probabilmente con omissioni importanti e, magari, con qualche inesattezza, posso raccontare la mia esperienza in città. Siamo arrivati che era già notte. Non abbiamo faticato a trovare il bar nel quale avremmo dovuto avere appuntamento col nostro couchsurfer. Abbiamo attraversato una zona non particolarmente tranquilla, o per lo meno, io non ero serenissima. Camminavamo su un marciapiede dal quale si diramavano numerose vie e viottoli completamente oscuri. Però, la prima impressione è stata di una città energica anche in notturna, fibrillante e viva. Sapeva un po’ di Cina, per il caos. E culturalmente molto, molto lontana da Gaziantep.
Il caffè letterario è carinissimo. Una nuvola di “internazionalità”: pareti con pietre di mille accesi colori e sedie variopinte, tantissimi libri (anche in inglese), tra cui alcuni di Susanna Tamaro e molta gente. Scopriamo che il proprietario del locale è proprio il nostro couchsurfer, con cui parliamo tramite telefono perché troppo stanco, era ormai rientrato a casa. 
Si raccomanda con un suo dipendente affinché ci accompagni in un appartamento poco lontano dove abbiamo trascorso la notte. Ceniamo e ci coccoliamo con cioccolata e salep. Quindi, siamo andati a casa. Il palazzo, esternamente e negli spazi comuni (scale) è squallido, ma l’appartamento è abbastanza carino, soprattutto cucina e soggiorno. Dormiamo bene, a parte un po’ di freddo iniziale. Sveglia presto e colazione al caffè letterario… Un’ottima cioccolata uguale a quella che preparava nonna Vittoria. Arriva Suat, dopo oltre un’ora di attesa. E’ un ragazzo di 32 anni, insegna inglese ed è abbastanza ironico e, forse, un po’ cinico. Ci porge qualche domanda per conoscerci e poi, con l’espressione di sfida da pugile sul ring ci stuzzica per porgli tutti i nostri interrogativi. E io lì con curiosità da sfamare, senza paura. La questione curda, le donne…etc. Secondo lui, nel giro di 10 anni, il Kurdistan potrebbe divenire indipendente. Maliziosamente, ci dice che abbiam sbagliato giornata per visitare Diyarbakir, perché la città è in protesta, in quanto ricorre l’anniversario dell’arresto di un leader curdo, in carcere dal 1989 solo in quanto capo di un movimento di liberazione. Ci propone di accompagnarci a vedere la protesta e noi accettiamo. Sappiamo bene, perché ci è stato detto più volte, che è molto pericoloso, per noi stranieri, partecipare alle rivolte popolari che ultimamente la Turchia sta vivendo. 
Parcheggiamo l’auto e già da lontano vediamo, sentiamo e percepiamo il coinvolgimento emotivo delle persone e un principio di agitazione. Il popolo di tutte le età è in strada e nelle piazze. Sono moltissimi i manifesti azzurri coi quali si chiede la libertà del leader Kurdo e vari sono i giovani col viso completamente coperto. C’è un palco dal quale, sicuramente, si rivendicano i diritti repressi dei Kurdi di essere uno stato indipendente e dal quale si denunciano le oppressioni subite e si chiede la libertà per i prigionieri politici. 



Andiamo via, la polizia è armata fino ai denti. Per le strade accendono fuochi di protesta e bloccano i passaggi con grossi massi. Scendo dall’auto per scattare una foto e ci tirano una pietra che colpisce l’auto, sulla quale risalgo velocemente.



Procediamo e parcheggiamo. C’è un’aria pesante in città, si capisce che c’è insofferenza e tensione. Suat ci porta nei vicoli storici. Vediamo il famoso minareto staccato dalla moschea ed entriamo nel futuro nuovo locale di Suat, nel quale sono a lavoro alcuni muratori. Sarà sicuramente delizioso…Promette benissimo! E’ una casa armena, su più piani, con architetture ricercate.


Continuiamo la passeggiata. Visitiamo una moschea meravigliosa, Ulu Cami, costruita nel 1091 una delle più antiche dell’Anatolia e una delle più importanti del mondo islamico. 




Ha volte in legno finemente decorate e, nonostante sia in ristrutturazione, possiamo scorgere la bellezza del patio esterno, l’eleganza dei capitelli…



Un breve giretto al mercato e decidiamo di metterci in viaggio per Hansakeyf, piccolo villaggio che sul Tigri che rischia di essere totalmente sommerso dalle acque, qualora il governo turco riesca nell’intento di costruire una diga nelle vicinanze. Prendiamo un piccolissimo autobus bianco, di quelli in cui si viaggia tutti stipati e, dopo una breve sosta a Batman, via verso il suggestivo paesino sul Tigri. Vi arriviamo dopo un’ora di viaggio. Fa freddo, pioviggina e, soprattutto, soffia un vento gelido. Il paesaggio, color biscotto, è mozzafiato e il villaggio che si abbarbica sulla collina, svetta sul Tigri e sulle rovine color miele di un ponte antichissimo.


Peccato che il freddo non ci faccia assolutamente godere la bellezza del luogo. Son da poco trascorse le 16 e noi non abbiamo ancora pranzato. Lo facciamo in una terrazza all’aperto sul fiume, giusto per rischiare una sincope. Io opto per un pesce alla brace e imbandiscono la tavola con una bellissima e saporita insalata, focacce, altri tipi di verdure e un dolce di biscotto al cioccolato.


Mangiamo di fretta, circondati da gatti fastidiosi che elemosinano resti di cibo. Terminato il pranzo, ci concediamo un giro veloce nel bazar, dove i commercianti si affrettano a mettere al sicuro dal vento e della pioggia le mercanzie, scattiamo qualche foto e prendiamo al volo il pullmino per Midyat. Al mio fianco, una ragazza che lavora in banca a Batman, cerca di comunicare con me, ma conosce solamente poche parole in inglese. Arrivati a Midyat, la stazione è deserta e decidiamo all’unanimità di prendere un taxi per raggiungere l’albergo. Il tassista possiede anche un negozio di alimentari in stazione che chiude per accompagnarci. L’albergo sembra ricavato da una struttura antica, è accogliente, ma spesso un po’ pacchiano, riesce comunque a donarci il calore di cui abbiamo forte necessità. 


Si trova appena fuori Midyat, circondato da altri alberghi che mi sembrano essere monasteri cristiani riconvertiti. Il paesaggio è molto bello e trasmette una piacevole sensazione di pace e serenità: campi coltivati racchiusi in muretti a secco e greggi di pecore, bianche e nere, che pascolano per le vie della zona antica. In lontananza, a disegnare il panorama, i campanili delle chiese, le case color miele… C’inoltriamo nelle stradine che portano il peso e il mistero degli anni con la voglia di percepirne i segreti e le intimità delle case blindate.


Per strada i bimbi giocano con biglie e a paradiso. Sembra di essere nei racconti della fanciullezza di mia madre. 


Ogni tanto, si apre qualche portone che nasconde ampi cortili e la vita ben protetta degli abitanti di Midyat. E che profumi arrivano dalle case… Si sentono pecore belare e galli cantare e il tutto crea un’atmosfera incantata che mi fa affermare con certezza che la zona antica di Midyat è uno dei centri turchi più belli che io abbia visitato, dalla personalità forte e dalla bellezza spontanea!

venerdì 14 febbraio 2014

Bambini siriani a Gaziantep 2

Un martedì di quelli in cui si ha poca voglia di fare. Giornata tiepida già da presto. Usciamo per girare alcune scene in centro e attraversiamo il vecchio quartiere armeno che, secondo me, è tra i più belli e delicati di Gaziantep, ma è anche tra quelli più disastrati. Abbiamo scoperto, tristemente, che è popolato da moltissime famiglie siriane che vivono in condizioni incredibili. Fiumi di bambini nella povertà più estrema, immersi nella polvere, nella sabbia, nel fango e nel gelo di pochi mattoni, posti uno sull’altro senza nessun collante, senza nessun isolamento contro il freddo pungente. Ho sbirciato nella sottile fessura di una porta socchiusa e, dentro il cortile, una moltitudine di bimbi coloratissimi, impegnati in giochi furibondi.


Riconosco una dei miei bambini. Ci seguono per giocare, ma anche per avere qualche soldino. 



Adesso sappiamo dove alcuni di loro abitano e, finalmente, possiamo dare inizio al “food project” che consiste nel ritirare prodotti prossimi alla scadenza, in alcuni negozi di alimentari della zona, e cucinare per i siriani che hanno necessità di un pasto caldo.
Lasciamo i bambini e proseguiamo alla ricerca di luoghi sommersi da spazzatura, non difficili da individuare. Abbiamo girato alcune immagini vicino a un ristorante e il proprietario ci viene incontro e saluta Ayhan calorosamente.  Si abbracciano e baciano come consuetudine e si capisce immediatamente la stima che li unisce, nonostante non riescano a comunicare facilmente, in quanto uno siriano, l’altro turco.
Il signore siriano ci vuole assolutamente invitare un the e insiste per farci entrare nel suo locale. Siamo un gruppo numeroso, sicuramente più di 20. Riempiamo una lunga tavolata un po’ titubanti, ma super curiosi di poter vivere quest’ esperienza di un luogo così radicato nel quartiere, di un’ accoglienza così spontanea. 


Anche i clienti ci guardano divertiti, poi pian piano si abituano alla nostra presenza. Il locale è di quelli autentici, onde d’azzurro, rosso e rosa colorano le pareti. 


Dopo pochi minuti, i nostri tavoli si riempiono di patatine con deliziose salse d’aglio e dolciastre, e di falafel, sorta di polpette, da intingere nell’humus.


Tutto molto saporito e soprattutto inaspettato. Il padrone del locale scatta alcune foto con noi che pubblica immediatamente su Facebook. Ah, santi social network e il loro potere rivoluzionario di connettere il mondo!
Con questo gesto, posso dire, che i turchi sono tra i popoli più ospitali che io abbia, finora, mai conosciuto!

In serata la lezione di turco è stata annullata per un workshop con un funzionario delle Nazioni Unite che ci ha parlato del piano sulla sicurezza della città di Gaziantep. Con le nostre risposte contribuiremo a far capire quali paure affliggono cittadini e visitatori, e aiutare a rendere Gaziantep una città più accogliente e piacevole da vivere. Il progetto, gestito dell’UNDP, in collaborazione col governo turco, è stato finanziato dell’Unione Europea. Molti volontari si sono lamentati e hanno vissuto l’incontro come una perdita di tempo. Hanno criticato il fatto che non fosse una serata “dedicata” a noi e alla nostra “crescita”. Il mio punto di vista è diverso: è stato interessante partecipare al workshop e soprattutto venire a conoscenza delle azioni che si stanno sviluppando per migliorare il senso di appartenenza a una città, per l’attenzione che si sta rivolgendo al cittadino. Percepire il lavoro e gli sforzi che si stanno ponendo in essere, le energie che si stanno sollecitando per rendere la Turchia un paese sempre più “moderno”.

I pomeriggi, appena dopo pranzo, verso le 14, sono momenti preziosi che dedichiamo ai bambini siriani e a tutti coloro che vogliano unirsi per giocare con noi. Prendiamo pallone e frisbee e andiamo al parco. Formiamo un grande cerchio e iniziamo a giocare. Tempo 5 minuti e gruppetti di bambini iniziano a spuntare da ogni dove… Ed è bellissimo quando arrivano i miei bambini: ci vedono da lontano e iniziano a correre, agitando le braccia per salutarci. Lasciano i loro sacchi con lo stesso vigore col quale getterebbero via tutte le avarizie che la vita sta loro dedicando… E corrono tutti su di me, ad abbracciarmi e iniziare a giocare. Poi, si allontanano un attimo e corrono alla fontana per sciacquarsi il viso. 


Sono affettuosissimi e deliziosi. E ieri, con mia fortissima sorpresa, la mia bambina capobanda si è presentata col velo che le nascondeva i capelli.
Non era tumultuosa e agguerrita come sempre e non ha partecipato ai giochi di cui è, solitamente, una simpatica protagonista. Oggi, invece, è tornata a essere la solita peste e mi sono rasserenata.



Giocare al parco sta divenendo, oramai, consuetudine. Lentamente, si stanno unendo a noi anche bambini turchi e, oltre ai miei, anche altri bimbi siriani (di migliori condizioni economiche). Giocare insieme, insegnarsi a tirare il frisbee a vicenda, il cedersi il pallone per dare la possibilità a tutti di calciare, sono piccoli grandi gesti per crescere insieme, conoscersi, accettarsi e, soprattutto aiutarsi. Chissà che giorno dopo giorno i bambini siriani riescano a trovare, in questa nuova terra, uno spazio per loro, che non sia solo quello di raccogliere spazzatura.

martedì 11 febbraio 2014

Iskenderun e Hatay nella profonda Turchia.

Ore 7e30 in associazione, colazione veloce e in cammino verso Iskenderun. Al solito gruppo, questa volta, si è aggiunta Sheila, una ragazza del nord della Spagna e, chiaramente, essendo in cinque, ci siam dovuti dividere per fare autostop. Il sole batteva forte e dopo una lunga attesa, un tassista ha accompagnato, gratuitamente, Edoardo e me, fuori città, in un punto dal quale sarebbe stato più semplice trovare un’auto che ci portasse avanti nel nostro viaggio. Infatti, poco dopo, siam saliti su una macchina confortevole, ma stracarica, tant’è che abbiam dovuto viaggiare in due, nel sedile a fianco del conducente. Al volante un uomo giovane, simpatico e molto energico che cambiava musica di continuo e, ogni pochi minuti, prendeva il cellulare in mano per chiamare amici o parenti. Nella guida era un po’ distratto ed è capitato di dovergli ricordare di ritornare nella nostra corsia. Abbiamo rischiato varie volte di raschiare marciapiedi, di investire una donna che attraversava la strada con un cespuglio enorme sulla schiena e di scontrarci con un signore anziano che aveva confuso il senso di marcia… Come se ciò non bastasse, siamo stati ripresi e registrati cantando Bella Ciao… Quindi, potrebbe ben presto girare in rete un video con la mia carente performance e con il volto di Edoardo imperturbabile!
Ci ha offerto acqua e cioccolati e abbiam dovuto insistere affinché ci facesse scendere dall’auto, nel bel mezzo del niente, poiché era andato ben oltre l’incrocio per Iskenderun, proseguendo in direzione Adana (dove voleva condurci per poi prendere un autobus). Lo abbiamo salutato, attraversato la strada per tornare indietro e aspettato un nuovo passaggio. Si è fermata anche un’auto-furgoncino con a bordo un’intera famiglia, con tanto di nonni e nipoti, ma purtroppo non eravamo diretti nello stesso luogo. Quindi, siam saliti, per un breve tratto, su un tir, ma son stati, successivamente,  due ragazzi a condurci a Iskenderun. Il paesaggio, in prossimità del mare, è completamente differente da quello della Mesopotamia e regala colori e profumi familiari. Distese di agrumeti e cielo turchino mi lasciavano intuire che sarebbe stata una giornata magnifica di primavera, perché la primavera non è soltanto una stagione, ma uno stato d’animo!
Raggiunta Iskenderun, io ero talmente stordita che pensavo di essere altrove e di dover continuare, sebbene ancora per poco, il viaggio. La città è energica. L’atmosfera è completamente differente dalle altre città visitate. Ci dirigiamo verso il mare, dove abbiamo appuntamento con gli altri. Inizialmente, ero indifferente all’idea di visitare una città che non avesse nessun’altra attrattiva che non fosse il Mediterraneo, ma mi sono dovuta ricredere. Infatti, proprio la presenza di un mare azzurro e infinito, il cielo limpido, il sole caldo e la serenità dei suoi abitanti, hanno reso la giornata profondamente rilassante e gioiosa.




Stanca dal sommarsi di giorni difficili durante la settimana e da viaggi faticosissimi durante i week-end, Iskenderun mi ha donato un po’ di pace. Dopo una breve passeggiata, ci siam seduti in un baretto di fronte al mare, in attesa di Laura, Moja e Sheila che sono arrivati poco dopo. Gli abitanti di Iskenderun sembrano molto più liberi di esprimere se stessi… Fidanzati che passeggiano tenendosi per mano, qualcuno si abbraccia davanti al mare e fiumi di bimbi che giocano impazziti negli spazi a loro dedicati. Quanta energia! E che potenza ha il mare di rendere le persone più aperte al mondo, più sognatrici e curiose, più libere, tolleranti e serene. Ho rivissuto le sensazioni di gioia che passeggiare le domeniche di sole alla Barceloneta  mi donava…



Il pomeriggio è volato così, assorbendo più sole e mare possibile, nell’ozio più totale. E dopo cena abbiam scovato un locale carinissimo, al sesto e ultimo piano di un palazzo, proprio sul lungomare. Modernissimo, circondato da vetrate col tetto che si apriva ogni 5 minuti per far uscire il fumo (proibito) dei clienti. Un ragazzo biondo, occhi chiari, ci intratteneva con la sua allegra e movimentata musica turca che alcuni ragazzi non han resistito al non ballarla. Non è possibile bere nessun tipo di alcolico e ho optato per un frappè delizioso di mango e panna montata. A causa di alcune inspiegabili controversie, sorte tra il cameriere e la cassiera, non abbiam speso nemmeno una lira. Stupiti, siam rientrati nel nostro piccolo albergo (non abbiamo trovato nessun couchsurfer che ci ospitasse). Domenica, sveglia presto, colazione e partenza in autostop alla volta di Antakia/Hatay (in italiano Antiokia), città antichissima nella lingua di terra turca più infima, tra la Siria e il mar Mediterraneo. Inizialmente, abbiam preso, sempre gratuitamente, un autobus che ci ha lasciato a Belen, paesino di montagna, in cui anche i minareti sono disegnati per combattere neve e gelo. Dopo oltre mezz’ora d’attesa, saliamo tutti e cinque su un tir ed eccoci ad Antakia. L’autista è un uomo siriano che prosegue per la sua terra, poco distante.


In viaggio, si percepisce  l’aria di Siria, ed è pesante… Anche un carro armato fermo a un posto di blocco con polizia super armata e tante le basi militari.
Antakia, sorge sul fiume Oronte, è stata fondata nel 300 a.C. da Seleuco, generale di Alessandro Magno. All’apparenza è una città molto povera e impolverata. La zona che corre lungo il fiume, abbastanza moderna, si differenzia sostanzialmente dalle costruzioni che se ne allontanano. Palazzi preziosi, ma decadenti si moltiplicano e sono varie le case che nascondono tesori.




Una nonnina dolcissima ci permette di accedere al patio della sua casa, nel quale sorgono due imponenti alberi di arance e limoni che si intrecciano. Ogni camera si rivolge verso il patio e ha una funzione ben distinta: alcune sono lì per custodire provviste di cibo, un’altra per cucinarlo, etc.




Passeggiamo per la città alla ricerca della sinagoga che non troviamo.



Vi sono alcune chiese cristiane, deliziose e antichissime moschee e, appena fuori dal centro, alle pendici di una collina, circondata da piccole grotte, sorge la chiesa di San Pietro, che pare sia tra le più antiche al mondo, dove i cristiani perseguitati si riunivano, segretamente, in preghiera. Purtroppo, non ci è stato concesso l’ingresso in chiesa poiché tutta la zona è soggetta a lavori per la messa in sicurezza…Che tristezza e delusione!


Quindi, ci siamo incamminati per iniziare l’autostop.
Il viaggio è durato oltre sette ore ed è stato estenuante! Inizialmente, siam saliti sull’auto di due ragazzi che ci han accompagnato per 10 chilometri, quindi, loro stessi hanno fermato un professore universitario diretto a Malatya, col quale avremmo dovuto percorrere un bel tratto.  Poco dopo, però, ricevuta la chiamata della moglie che si era dimenticata il borsellino in macchina, è tornato indietro, promettendoci di passare a prenderci nel giro di 10 minuti. Noi, però, non abbiamo atteso e siam saliti sul primo tir che si è fermato, diretto a Mardin, ma che sarebbe passato nei pressi di Gaziantep. Verso le 20, ci ha lasciato in una delle entrate della città. Abbiamo ripreso con l’autostop, ma di notte è molto difficile e pericoloso. Si è fermato un autobus di linea e subito abbiamo corso come pazzi per raggiungerlo, ridendo e correndo. Ci ha caricato gratuitamente e, essendo al completo, ci hanno fatto sedere sui gradini e sul corridoio. Una volta su, ad accoglierci son state le risa e la curiosità dei passeggeri che provavano a comunicare con l’inglese che avevano a disposizione. E’ stato divertente, insomma! E dopo circa un’ora siamo arrivati a casa esausti:  dopo pochi minuti ero già addormentata profondamente!

venerdì 7 febbraio 2014

Mardin: Mesopotamia!

Appena poco dopo pranzo ci siamo messi in viaggio per Mardin, cittadina curda a est di Sanliurfa, poco lontana dal confine con l’Iraq. Abbiamo deciso di viaggiare in autostop e, mentre lasciavamo la città e c’incamminavamo verso la sua uscita, il sole splendeva in maniera particolare e io mi sono sentita molto felice. Eravamo Laura, Moha, Edoardo e io…


Mentre speravamo che qualche auto ci caricasse, un automobilista turco ha donato a Moha e Laura 20 lire, per prendere l’autobus e rinunciare ai rischi dell’autostop. Noi, invece, abbiamo perseverato col nostro piano e dopo aver preso un autobus cittadino per raggiungere l’uscita della città, siamo stati caricati da un ragazzo col quale abbiamo percorso oltre 100 chilometri, sempre più nel cuore della Mesopotamia turca. Già buio, ci ha lasciato a Viransehir, a 5 chilometri dalla frontiera blindata con la Siria…Ed è per questo che appena scesi dall’auto un signore ci ha seguito per oltre un chilometro, chiedendoci se volessimo oltrepassare il confine. Dopo aver più volte ripetuto che non era assolutamente nostra intenzione, lo abbiamo ignorato e così, rassegnato, è tornato verso il centro della città. Abbiamo cercato un bordo-strada che fosse il più illuminato possibile e abbiamo atteso che qualcuno si fermasse. Dopo pochi minuti ecco Ibrahim col suo tir, all’interno del quale niente era lasciato al caso: tendine e frange colorate in qualsiasi punto ci fosse un appiglio, adesivi raffiguranti passi del corano e una specie di tappeto di pecora bianco sul cruscotto.



Ci siam dovuti togliere le scarpe e subito per noi una busta di dolci e dentro una scatola, avvolta in un foglio a quadretti, la torta al cioccolato preparata dalla carinissima moglie che ci ha mostrato, orgogliosamente, in foto. Ibrahim è stato gentilissimo e abbiamo riso tanto durante il tragitto. Prima di salutarci ci ha fatto salire su un autobus (che ha pagato lui) e si è raccomandato con l’autista che ci lasciasse alla fermata degli autobus di Ofis e da lì, oramai a notte fonda, ne abbiam preso un altro che ci ha condotto a Mardin. 


Sul piccolo pullman bianco si viaggia stipati, e abbiamo catturato immediatamente la curiosità di tutti e i meno timidi hanno iniziato a porci domande e a collegare le nostre nazionalità a squadre e giocatori di calcio. A Mardin, la nostra meta era il Leylan Caffè, dove ci aspettava il nostro couchsurfer. Sapevamo, unicamente, che il bar si trovava nella zona storica della città, ma ci siam fidati di un giovane uomo alto, dal cappotto e capelli corvini che pareva conoscesse bene il luogo del nostro appuntamento. Quindi, siam saltati giù dall’autobus con lui che, invece, voleva invitarci a casa sua per un tea con il padre, la madre e le sorelle. Ha insistito tantissimo, risultando anche molto pesante. Eravamo in ritardo e non potevamo assolutamente accettare. Quindi, per l’ennesima volta lo abbiamo ringraziato e poi, saliti su un ulteriore autobus diretto al centro storico, salutato.
Non è stato difficile trovare il Leylan, carinissimo caffè letterario, in un’antica costruzione recuperata, con musica dal vivo. Il nostro couchsurfer ci è venuto incontro e ci siamo accomodati al suo tavolo, con gli amici. A primo impatto ci son sembrati un po’ diversi rispetto alla gran parte dei turchi, molto più occidentali. Quindi, siam saliti in 7 in un’auto per accompagnare i due amici a casa, tappa al supermarket per comprare birre e patatine e poi cena con kebab tipico di Mardin.
XXX è il mio primo couchsurfer… Un tipo un po’ particolare che spara domande a raffica, senza aspettare risposte. Non capiamo molto bene quale sia il suo lavoro: commerciante, videomaker, musicista, esperto di finanza… Dormiamo in una casa che, effettivamente, non è quella in cui abita. E’ di sicuro la casa di una donna per le varie tracce femminili disseminate in ogni angolo. Ci mette a disposizione due divani.
Mardin non delude le aspettative. Fa freddo, siamo a oltre mille metri, ma la giornata è limpida e il sole esalta i colori della città. Dall’alto possiamo ammirare un panorama suggestivo, a tratti può sembrar mare quello che si vede in lontananza…








Invece è una sterminata pianura che termina lì dove lo sguardo non arriva più. Vi sono varie chiese cristiano-assire, in una è in corso la celebrazione della messa. Sento il canto delle donne e mi piacerebbe moltissimo capire chi esse siano, come vadano vestite… Provo a guardare dalla serratura, ma non riesco a mettere a fuoco… Poco dopo una ragazza entra in chiesa con un paio di zeppe con tacco 15: eccomi stupita e accontentata! Continuiamo con la scoperta della città, visitiamo moschee, baretti, negozietti e saliamo fino alle pendici del castello. Mardin è una città dalle architetture raffinate, dai colori caldi e i cui abitanti sono molto diversi da quelli delle città turche già conosciute: io non sono riuscita a collocarli e a collocarmi. Credo che quando si parli di ricchezza culturale di questa zona della Turchia ci si riferisca a questa forte diversità che si percepisce velocemente, a occhio nudo, anche per il passante distratto.





Al rientro, questa volta, prendiamo l’autobus. Il viaggio dura oltre 5 ore e sembra senza fine. A metà percorso la polizia controlla tutti i nostri bagagli, alla ricerca di chissà cosa…
Il rientro a Gaziantep è un po' duro e devo prepararmi fisicamente e psicologicamente alla nuova settimana...