E’ stato un fine settimana intenso, quello appena trascorso.
Siam partiti venerdì pomeriggio, appena terminate le attività. Circa 5 ore
d’autobus ci hanno condotto a Diyarbakir, quella che sarebbe la capitale, se il
Kurdistan fosse uno stato. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, il
Kurdistan è una nazione senza stato, i cui territori sono divisi tra Turchia,
Siria, Iraq e Iran. Il popolo curdo conta oltre 40 milioni di persone. Secondo
l’Encyclopædia Britannica, il Kurdistan occupa 190.000 km², mentre ne
occuperebbe 392.000 secondo l’Encyclopædia of Islam (di cui 190.000 km² solo in
Turchia, 125.000 km² in Iran, 65.000 km² in Iraq, e 12.000 km² in Siria).
È un territorio strategicamente rilevante per ricchezza di
petrolio (soprattutto in territorio iracheno). Nel territorio del Kurdistan
turco, invece, continuano a sorgere numerose dighe (nel Tigri e nell’Eufrate).
E’ in questa terra che corre il gasdotto che va dall’Iran alla Turchia e diversi
oleodotti strategici iracheni.
Il popolo curdo discende, probabilmente, dagli antichi Medi,
popolazione che dall'Asia Centrale si diresse, intorno al 614 a.C., verso i
monti dell'Iran. Le forti limitazioni, imposte dall’impero ottomano all’inizio
del XIX secolo, ai privilegi e all’autonomia degli stati curdi, provocarono
numerose rivolte che miravano all’unificazione del popolo curdo e alla sua
autonomia. Quando le potenze europee si affacciarono nel Kurdistan, l’area fu
usata in ottemperanza degli interessi della Gran Bretagna, della Francia, della
Germania e della Russia zarista, pronte a indebolire l’Impero Ottomano.
Terminata la Prima Guerra Mondiale, la nascita di uno stato curdo sembrava non
essere più un sogno. Il trattato di Sévres, firmato il 10 agosto 1920,
prevedeva un Kurdistan autonomo. Questa volta fu l'ostracismo della nascente
Repubblica turca, a impedirne la formazione. Col trattato di Losanna, firmato
nel 1923 da Gran Bretagna, Francia, Italia, Giappone, Grecia e Romania, i
territori abitati dalla popolazione curda furono spartiti tra Turchia, Siria,
Iran e Iraq, e 25 milioni di persone furono dispersi in 5 stati, trasformandosi
in 5 minoranze.
Atatürk fondò la Repubblica Turca nel 1923 e, tra le varie
riforme, affermò il principio dell'unitarietà statale, inconciliabile con
l'esistenza di un'etnia curda all’interno dello stato, alimentando rapporti non
pacifici tra i due popoli. Il 3 marzo del 1924 fu decretata l’interdizione
della lingua e di tutte le espressioni culturali curde; furono chiusi giornali,
scuole e l’Assemblea fu sciolta. Dal 1932 il Kurdistan turco fu tenuto sotto
legge marziale fino al 1946 (vietato agli stranieri fino al 1965), quando la
Turchia iniziò il lungo cammino verso la democrazia e per i kurdi fu uno
spiraglio di luce. Col colpo di stato del 1960, però, la giunta golpista turca
decise di chiudere circa centinaia di kurdi nei campi di concentramento,
esiliarne alcune decine, di escluderne da ogni amnistia i detenuti, turchizzare
tutti i nomi delle località curde.
Nella seconda metà degli anni ’60 il movimento nazionalista
curdo si organizzò in partiti rivoluzionari, come il Partito Socialista del Kurdistan
e il Partito Democratico del Kurdistan, che si battevano per la democrazia in
Turchia e l’auto-determinazione per il popolo. Nel 1971, con il secondo
intervento militare, furono arrestati e detenuti in condizioni disumane, sottoposti
a torture e violenze migliaia di cittadini, uomini donne e bambini. Negli anni
’80 continuarono gli arresti sistematici e le torture nei confronti della
popolazione curda: perquisizioni forzate, distruzione di villaggi, arresti
ingiustificati, torture, pene capitali…
Disegnato brevemente il quadro storico, probabilmente con
omissioni importanti e, magari, con qualche inesattezza, posso raccontare la
mia esperienza in città. Siamo arrivati che era già notte. Non abbiamo faticato
a trovare il bar nel quale avremmo dovuto avere appuntamento col nostro
couchsurfer. Abbiamo attraversato una zona non particolarmente tranquilla, o
per lo meno, io non ero serenissima. Camminavamo su un marciapiede dal quale si
diramavano numerose vie e viottoli completamente oscuri. Però, la prima impressione
è stata di una città energica anche in notturna, fibrillante e viva. Sapeva un
po’ di Cina, per il caos. E culturalmente molto, molto lontana da Gaziantep.
Il caffè letterario è carinissimo. Una nuvola di
“internazionalità”: pareti con pietre di mille accesi colori e sedie
variopinte, tantissimi libri (anche in inglese), tra cui alcuni di Susanna
Tamaro e molta gente. Scopriamo che il proprietario del locale è proprio il
nostro couchsurfer, con cui parliamo tramite telefono perché troppo stanco, era
ormai rientrato a casa.
Si raccomanda con un suo dipendente affinché ci
accompagni in un appartamento poco lontano dove abbiamo trascorso la notte. Ceniamo
e ci coccoliamo con cioccolata e salep. Quindi, siamo andati a casa. Il
palazzo, esternamente e negli spazi comuni (scale) è squallido, ma
l’appartamento è abbastanza carino, soprattutto cucina e soggiorno. Dormiamo
bene, a parte un po’ di freddo iniziale. Sveglia presto e colazione al caffè
letterario… Un’ottima cioccolata uguale a quella che preparava nonna Vittoria.
Arriva Suat, dopo oltre un’ora di attesa. E’ un ragazzo di 32 anni, insegna
inglese ed è abbastanza ironico e, forse, un po’ cinico. Ci porge qualche
domanda per conoscerci e poi, con l’espressione di sfida da pugile sul ring ci
stuzzica per porgli tutti i nostri interrogativi. E io lì con curiosità da
sfamare, senza paura. La questione curda, le donne…etc. Secondo lui, nel giro
di 10 anni, il Kurdistan potrebbe divenire indipendente. Maliziosamente, ci
dice che abbiam sbagliato giornata per visitare Diyarbakir, perché la città è
in protesta, in quanto ricorre l’anniversario dell’arresto di un leader curdo,
in carcere dal 1989 solo in quanto capo di un movimento di liberazione. Ci
propone di accompagnarci a vedere la protesta e noi accettiamo. Sappiamo bene,
perché ci è stato detto più volte, che è molto pericoloso, per noi stranieri,
partecipare alle rivolte popolari che ultimamente la Turchia sta vivendo.
Parcheggiamo l’auto e già da lontano vediamo, sentiamo e percepiamo il
coinvolgimento emotivo delle persone e un principio di agitazione. Il popolo di
tutte le età è in strada e nelle piazze. Sono moltissimi i manifesti azzurri
coi quali si chiede la libertà del leader Kurdo e vari sono i giovani col viso
completamente coperto. C’è un palco dal quale, sicuramente, si rivendicano i
diritti repressi dei Kurdi di essere uno stato indipendente e dal quale si
denunciano le oppressioni subite e si chiede la libertà per i prigionieri
politici.
Andiamo via, la polizia è armata fino ai denti. Per le strade accendono
fuochi di protesta e bloccano i passaggi con grossi massi. Scendo dall’auto per
scattare una foto e ci tirano una pietra che colpisce l’auto, sulla quale
risalgo velocemente.
Procediamo e parcheggiamo. C’è un’aria pesante in città,
si capisce che c’è insofferenza e tensione. Suat ci porta nei vicoli storici.
Vediamo il famoso minareto staccato dalla moschea ed entriamo nel futuro nuovo
locale di Suat, nel quale sono a lavoro alcuni muratori. Sarà sicuramente
delizioso…Promette benissimo! E’ una casa armena, su più piani, con architetture
ricercate.
Continuiamo la passeggiata. Visitiamo una moschea meravigliosa, Ulu
Cami, costruita nel 1091 una delle più antiche dell’Anatolia e una delle più importanti
del mondo islamico.
Ha volte in legno finemente decorate e, nonostante sia in
ristrutturazione, possiamo scorgere la bellezza del patio esterno, l’eleganza
dei capitelli…
Un breve giretto al mercato e decidiamo di metterci in
viaggio per Hansakeyf, piccolo villaggio che sul Tigri che rischia di essere
totalmente sommerso dalle acque, qualora il governo turco riesca nell’intento
di costruire una diga nelle vicinanze. Prendiamo un piccolissimo autobus
bianco, di quelli in cui si viaggia tutti stipati e, dopo una breve sosta a
Batman, via verso il suggestivo paesino sul Tigri. Vi arriviamo dopo un’ora di
viaggio. Fa freddo, pioviggina e, soprattutto, soffia un vento gelido. Il paesaggio,
color biscotto, è mozzafiato e il villaggio che si abbarbica sulla collina,
svetta sul Tigri e sulle rovine color miele di un ponte antichissimo.
Peccato
che il freddo non ci faccia assolutamente godere la bellezza del luogo. Son da
poco trascorse le 16 e noi non abbiamo ancora pranzato. Lo facciamo in una
terrazza all’aperto sul fiume, giusto per rischiare una sincope. Io opto per un
pesce alla brace e imbandiscono la tavola con una bellissima e saporita
insalata, focacce, altri tipi di verdure e un dolce di biscotto al cioccolato.
Mangiamo di fretta, circondati da gatti fastidiosi che elemosinano resti di
cibo. Terminato il pranzo, ci concediamo un giro veloce nel bazar, dove i
commercianti si affrettano a mettere al sicuro dal vento e della pioggia le mercanzie,
scattiamo qualche foto e prendiamo al volo il pullmino per Midyat. Al mio
fianco, una ragazza che lavora in banca a Batman, cerca di comunicare con me,
ma conosce solamente poche parole in inglese. Arrivati a Midyat, la stazione è
deserta e decidiamo all’unanimità di prendere un taxi per raggiungere
l’albergo. Il tassista possiede anche un negozio di alimentari in stazione che
chiude per accompagnarci. L’albergo sembra ricavato da una struttura antica, è
accogliente, ma spesso un po’ pacchiano, riesce comunque a donarci il calore di
cui abbiamo forte necessità.
Si trova appena fuori Midyat, circondato da altri
alberghi che mi sembrano essere monasteri cristiani riconvertiti. Il paesaggio
è molto bello e trasmette una piacevole sensazione di pace e serenità: campi
coltivati racchiusi in muretti a secco e greggi di pecore, bianche e nere, che
pascolano per le vie della zona antica. In lontananza, a disegnare il panorama,
i campanili delle chiese, le case color miele… C’inoltriamo nelle stradine che
portano il peso e il mistero degli anni con la voglia di percepirne i segreti e
le intimità delle case blindate.
Per strada i bimbi giocano con biglie e a
paradiso. Sembra di essere nei racconti della fanciullezza di mia madre.
Ogni
tanto, si apre qualche portone che nasconde ampi cortili e la vita ben protetta
degli abitanti di Midyat. E che profumi arrivano dalle case… Si sentono pecore
belare e galli cantare e il tutto crea un’atmosfera incantata che mi fa
affermare con certezza che la zona antica di Midyat è uno dei centri turchi più belli che io abbia visitato, dalla personalità forte e dalla bellezza
spontanea!







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