venerdì 14 febbraio 2014

Bambini siriani a Gaziantep 2

Un martedì di quelli in cui si ha poca voglia di fare. Giornata tiepida già da presto. Usciamo per girare alcune scene in centro e attraversiamo il vecchio quartiere armeno che, secondo me, è tra i più belli e delicati di Gaziantep, ma è anche tra quelli più disastrati. Abbiamo scoperto, tristemente, che è popolato da moltissime famiglie siriane che vivono in condizioni incredibili. Fiumi di bambini nella povertà più estrema, immersi nella polvere, nella sabbia, nel fango e nel gelo di pochi mattoni, posti uno sull’altro senza nessun collante, senza nessun isolamento contro il freddo pungente. Ho sbirciato nella sottile fessura di una porta socchiusa e, dentro il cortile, una moltitudine di bimbi coloratissimi, impegnati in giochi furibondi.


Riconosco una dei miei bambini. Ci seguono per giocare, ma anche per avere qualche soldino. 



Adesso sappiamo dove alcuni di loro abitano e, finalmente, possiamo dare inizio al “food project” che consiste nel ritirare prodotti prossimi alla scadenza, in alcuni negozi di alimentari della zona, e cucinare per i siriani che hanno necessità di un pasto caldo.
Lasciamo i bambini e proseguiamo alla ricerca di luoghi sommersi da spazzatura, non difficili da individuare. Abbiamo girato alcune immagini vicino a un ristorante e il proprietario ci viene incontro e saluta Ayhan calorosamente.  Si abbracciano e baciano come consuetudine e si capisce immediatamente la stima che li unisce, nonostante non riescano a comunicare facilmente, in quanto uno siriano, l’altro turco.
Il signore siriano ci vuole assolutamente invitare un the e insiste per farci entrare nel suo locale. Siamo un gruppo numeroso, sicuramente più di 20. Riempiamo una lunga tavolata un po’ titubanti, ma super curiosi di poter vivere quest’ esperienza di un luogo così radicato nel quartiere, di un’ accoglienza così spontanea. 


Anche i clienti ci guardano divertiti, poi pian piano si abituano alla nostra presenza. Il locale è di quelli autentici, onde d’azzurro, rosso e rosa colorano le pareti. 


Dopo pochi minuti, i nostri tavoli si riempiono di patatine con deliziose salse d’aglio e dolciastre, e di falafel, sorta di polpette, da intingere nell’humus.


Tutto molto saporito e soprattutto inaspettato. Il padrone del locale scatta alcune foto con noi che pubblica immediatamente su Facebook. Ah, santi social network e il loro potere rivoluzionario di connettere il mondo!
Con questo gesto, posso dire, che i turchi sono tra i popoli più ospitali che io abbia, finora, mai conosciuto!

In serata la lezione di turco è stata annullata per un workshop con un funzionario delle Nazioni Unite che ci ha parlato del piano sulla sicurezza della città di Gaziantep. Con le nostre risposte contribuiremo a far capire quali paure affliggono cittadini e visitatori, e aiutare a rendere Gaziantep una città più accogliente e piacevole da vivere. Il progetto, gestito dell’UNDP, in collaborazione col governo turco, è stato finanziato dell’Unione Europea. Molti volontari si sono lamentati e hanno vissuto l’incontro come una perdita di tempo. Hanno criticato il fatto che non fosse una serata “dedicata” a noi e alla nostra “crescita”. Il mio punto di vista è diverso: è stato interessante partecipare al workshop e soprattutto venire a conoscenza delle azioni che si stanno sviluppando per migliorare il senso di appartenenza a una città, per l’attenzione che si sta rivolgendo al cittadino. Percepire il lavoro e gli sforzi che si stanno ponendo in essere, le energie che si stanno sollecitando per rendere la Turchia un paese sempre più “moderno”.

I pomeriggi, appena dopo pranzo, verso le 14, sono momenti preziosi che dedichiamo ai bambini siriani e a tutti coloro che vogliano unirsi per giocare con noi. Prendiamo pallone e frisbee e andiamo al parco. Formiamo un grande cerchio e iniziamo a giocare. Tempo 5 minuti e gruppetti di bambini iniziano a spuntare da ogni dove… Ed è bellissimo quando arrivano i miei bambini: ci vedono da lontano e iniziano a correre, agitando le braccia per salutarci. Lasciano i loro sacchi con lo stesso vigore col quale getterebbero via tutte le avarizie che la vita sta loro dedicando… E corrono tutti su di me, ad abbracciarmi e iniziare a giocare. Poi, si allontanano un attimo e corrono alla fontana per sciacquarsi il viso. 


Sono affettuosissimi e deliziosi. E ieri, con mia fortissima sorpresa, la mia bambina capobanda si è presentata col velo che le nascondeva i capelli.
Non era tumultuosa e agguerrita come sempre e non ha partecipato ai giochi di cui è, solitamente, una simpatica protagonista. Oggi, invece, è tornata a essere la solita peste e mi sono rasserenata.



Giocare al parco sta divenendo, oramai, consuetudine. Lentamente, si stanno unendo a noi anche bambini turchi e, oltre ai miei, anche altri bimbi siriani (di migliori condizioni economiche). Giocare insieme, insegnarsi a tirare il frisbee a vicenda, il cedersi il pallone per dare la possibilità a tutti di calciare, sono piccoli grandi gesti per crescere insieme, conoscersi, accettarsi e, soprattutto aiutarsi. Chissà che giorno dopo giorno i bambini siriani riescano a trovare, in questa nuova terra, uno spazio per loro, che non sia solo quello di raccogliere spazzatura.

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