Ore 7e30 in associazione, colazione veloce e in cammino verso
Iskenderun. Al solito gruppo, questa volta, si è aggiunta Sheila, una ragazza del
nord della Spagna e, chiaramente, essendo in cinque, ci siam dovuti dividere
per fare autostop. Il sole batteva forte e dopo una lunga attesa, un tassista
ha accompagnato, gratuitamente, Edoardo e me, fuori città, in un punto dal
quale sarebbe stato più semplice trovare un’auto che ci portasse avanti nel
nostro viaggio. Infatti, poco dopo, siam saliti su una macchina confortevole,
ma stracarica, tant’è che abbiam dovuto viaggiare in due, nel sedile a fianco
del conducente. Al volante un uomo giovane, simpatico e molto energico che
cambiava musica di continuo e, ogni pochi minuti, prendeva il cellulare in mano
per chiamare amici o parenti. Nella guida era un po’ distratto ed è capitato di
dovergli ricordare di ritornare nella nostra corsia. Abbiamo rischiato varie
volte di raschiare marciapiedi, di investire una donna che attraversava la
strada con un cespuglio enorme sulla schiena e di scontrarci con un signore
anziano che aveva confuso il senso di marcia… Come se ciò non bastasse, siamo
stati ripresi e registrati cantando Bella Ciao… Quindi, potrebbe ben presto
girare in rete un video con la mia carente performance e con il volto di
Edoardo imperturbabile!
Ci ha offerto acqua e cioccolati e abbiam dovuto insistere affinché
ci facesse scendere dall’auto, nel bel mezzo del niente, poiché era andato ben
oltre l’incrocio per Iskenderun, proseguendo in direzione Adana (dove voleva
condurci per poi prendere un autobus). Lo abbiamo salutato, attraversato la
strada per tornare indietro e aspettato un nuovo passaggio. Si è fermata anche
un’auto-furgoncino con a bordo un’intera famiglia, con tanto di nonni e nipoti,
ma purtroppo non eravamo diretti nello stesso luogo. Quindi, siam saliti, per
un breve tratto, su un tir, ma son stati, successivamente, due ragazzi a condurci a Iskenderun. Il
paesaggio, in prossimità del mare, è completamente differente da quello della
Mesopotamia e regala colori e profumi familiari. Distese di agrumeti e cielo
turchino mi lasciavano intuire che sarebbe stata una giornata magnifica di
primavera, perché la primavera non è soltanto una stagione, ma uno stato
d’animo!
Raggiunta Iskenderun, io ero talmente stordita che pensavo
di essere altrove e di dover continuare, sebbene ancora per poco, il viaggio.
La città è energica. L’atmosfera è completamente differente dalle altre città
visitate. Ci dirigiamo verso il mare, dove abbiamo appuntamento con gli altri.
Inizialmente, ero indifferente all’idea di visitare una città che non avesse
nessun’altra attrattiva che non fosse il Mediterraneo, ma mi sono dovuta
ricredere. Infatti, proprio la presenza di un mare azzurro e infinito, il cielo
limpido, il sole caldo e la serenità dei suoi abitanti, hanno reso la giornata
profondamente rilassante e gioiosa.
Stanca dal sommarsi di giorni difficili
durante la settimana e da viaggi faticosissimi durante i week-end, Iskenderun
mi ha donato un po’ di pace. Dopo una breve passeggiata, ci siam seduti in un
baretto di fronte al mare, in attesa di Laura, Moja e Sheila che sono arrivati
poco dopo. Gli abitanti di Iskenderun sembrano molto più liberi di esprimere se
stessi… Fidanzati che passeggiano tenendosi per mano, qualcuno si abbraccia
davanti al mare e fiumi di bimbi che giocano impazziti negli spazi a loro
dedicati. Quanta energia! E che potenza ha il mare di rendere le persone più
aperte al mondo, più sognatrici e curiose, più libere, tolleranti e serene. Ho
rivissuto le sensazioni di gioia che passeggiare le domeniche di sole alla
Barceloneta mi donava…
Il pomeriggio è volato così, assorbendo più sole e mare
possibile, nell’ozio più totale. E dopo cena abbiam scovato un locale
carinissimo, al sesto e ultimo piano di un palazzo, proprio sul lungomare.
Modernissimo, circondato da vetrate col tetto che si apriva ogni 5 minuti per
far uscire il fumo (proibito) dei clienti. Un ragazzo biondo, occhi chiari, ci
intratteneva con la sua allegra e movimentata musica turca che alcuni ragazzi
non han resistito al non ballarla. Non è possibile bere nessun tipo di alcolico
e ho optato per un frappè delizioso di mango e panna montata. A causa di alcune
inspiegabili controversie, sorte tra il cameriere e la cassiera, non abbiam
speso nemmeno una lira. Stupiti, siam rientrati nel nostro piccolo albergo (non
abbiamo trovato nessun couchsurfer che ci ospitasse). Domenica, sveglia presto,
colazione e partenza in autostop alla volta di Antakia/Hatay (in italiano
Antiokia), città antichissima nella lingua di terra turca più infima, tra la
Siria e il mar Mediterraneo. Inizialmente, abbiam preso, sempre gratuitamente,
un autobus che ci ha lasciato a Belen, paesino di montagna, in cui anche i
minareti sono disegnati per combattere neve e gelo. Dopo oltre mezz’ora
d’attesa, saliamo tutti e cinque su un tir ed eccoci ad Antakia. L’autista è un
uomo siriano che prosegue per la sua terra, poco distante.
In viaggio, si percepisce l’aria di Siria, ed è pesante… Anche un carro armato fermo a un posto di blocco con polizia super armata e tante le basi militari.
In viaggio, si percepisce l’aria di Siria, ed è pesante… Anche un carro armato fermo a un posto di blocco con polizia super armata e tante le basi militari.
Antakia, sorge sul fiume Oronte, è stata fondata nel 300
a.C. da Seleuco, generale di Alessandro Magno. All’apparenza è una città molto
povera e impolverata. La zona che corre lungo il fiume, abbastanza moderna, si
differenzia sostanzialmente dalle costruzioni che se ne allontanano. Palazzi
preziosi, ma decadenti si moltiplicano e sono varie le case che nascondono
tesori.
Una nonnina dolcissima ci permette di accedere al patio della sua
casa, nel quale sorgono due imponenti alberi di arance e limoni che si
intrecciano. Ogni camera si rivolge verso il patio e ha una funzione ben
distinta: alcune sono lì per custodire provviste di cibo, un’altra per
cucinarlo, etc.
Passeggiamo per la città alla ricerca della sinagoga che non
troviamo.
Vi sono alcune chiese cristiane, deliziose e antichissime moschee e,
appena fuori dal centro, alle pendici di una collina, circondata da piccole
grotte, sorge la chiesa di San Pietro, che pare sia tra le più antiche al
mondo, dove i cristiani perseguitati si riunivano, segretamente, in preghiera. Purtroppo,
non ci è stato concesso l’ingresso in chiesa poiché tutta la zona è soggetta a
lavori per la messa in sicurezza…Che tristezza e delusione!
Quindi, ci siamo
incamminati per iniziare l’autostop.
Il viaggio è durato oltre sette ore ed è stato estenuante!
Inizialmente, siam saliti sull’auto di due ragazzi che ci han accompagnato per
10 chilometri, quindi, loro stessi hanno fermato un professore universitario diretto
a Malatya, col quale avremmo dovuto percorrere un bel tratto. Poco dopo, però, ricevuta la chiamata della
moglie che si era dimenticata il borsellino in macchina, è tornato indietro,
promettendoci di passare a prenderci nel giro di 10 minuti. Noi, però, non
abbiamo atteso e siam saliti sul primo tir che si è fermato, diretto a Mardin,
ma che sarebbe passato nei pressi di Gaziantep. Verso le 20, ci ha lasciato in
una delle entrate della città. Abbiamo ripreso con l’autostop, ma di notte è molto
difficile e pericoloso. Si è fermato un autobus di linea e subito abbiamo corso
come pazzi per raggiungerlo, ridendo e correndo. Ci ha caricato gratuitamente e,
essendo al completo, ci hanno fatto sedere sui gradini e sul corridoio. Una
volta su, ad accoglierci son state le risa e la curiosità dei passeggeri che
provavano a comunicare con l’inglese che avevano a disposizione. E’ stato
divertente, insomma! E dopo circa un’ora siamo arrivati a casa esausti: dopo pochi minuti ero già addormentata
profondamente!












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