Gaziantep, sud est della Turchia, al confine con la Siria, è
la città nella quale farò la volontaria per un progetto di educazione
ambientale rivolto alla cittadinanza locale. La prima settimana è trascorsa
allegramente. Le attività sono state varie, ma rilassate e molto divertenti.
Lunedì è stata la giornata dei giochi per conoscersi meglio e iniziare a creare
lo spirito di gruppo. Io mi son divertita tanto. E mi pare davvero un bel
gruppo, il mio. Mi piace moltissimo il fatto che ognuno si senta davvero libero
di esprimere se stesso, senza aver la necessità di dimostrare quel che non è. Nel
pomeriggio saremmo dovuti uscire per il city tour, ma a causa di una
pioggerellina è stato rimandato. Quindi, ansiosissima di vedere un pochino di
questa nuova città mi sono unita al gruppo, guidato da Pampa (un ragazzo turco
dell’associazione), che aveva necessità di cambiare dei soldi.
La città si presenta, subito, martoriata. I marciapiedi sono
semi-distrutti, spesso in ricostruzione, fango ovunque, voragini a ogni passo.
Anche le auto si muovono disordinatamente, rilasciando nell’aria fumi
irrespirabili. Intorno a noi varie pasticcerie e negozi, e il caos aumenta
quanto più procediamo verso il centro.
La primissima impressione su Gaziantep è di una città triste, di una
città dura e complessa. A tratti sa di Cina, in altri di est Europa. E’ molto
grigia, complice un cielo amorfo.
Martedì è la giornata dedicata alla realizzazione di un
video. Decidiamo la trama e c’incamminiamo in centro per girare alcune scene.
Io sono felicissima perché muoio davvero dalla curiosità di scoprire questa città
di confine, di cui conosco pochissimo. C’è molto freddo, il cielo è ovattato,
ma vi è una luce particolare. Percorriamo una via popolare di negozi, case e
qualche bar esclusivamente per uomini. Proseguiamo, ed ecco una zona nella
quale son state demolite molte palazzine e le macerie giacciono ancora lì
intorno. Dovrebbe essere, questo, il quartiere armeno e sono tanti i muratori a
lavoro per recuperarlo. Pare che ci sia dietro un progetto di sviluppo
turistico della città.
Le pareti delle case sono color crema e c’è un’atmosfera
particolare, grazie anche a una luce rarefatta e un cielo che minaccia neve.
L’ambiente è davvero surreale, sembra una città di guerra, una città ancora in
paurosa attesa.

Giriamo l’angolo e, seduti
su un muretto, scheletro di una palazzina incompiuta, in mezzo e sulla polvere,
mentre addentano dei candidi pezzi di pane, ecco un gruppetti di bambini
siriani. Il più piccolo avrà circa 5 anni e 9 il più grande. Probabile che due
o tre siano fratelli. Sono scuri, alcuni poco vestiti, nonostante le
temperature. Indossano abiti vecchi e molto impolverati. Riusciamo a comunicar
con loro grazie a Mohammed che, essendo di origine marocchina, parla arabo.
Proponiamo loro di partecipare al nostro video e accettano molto, molto
divertiti. Non smettono un attimo di ridere, di sorrisi meravigliosi, di denti
bianchissimi che fortemente contrastano con la pelle ambrata e il corvino dei
capelli. Non smettono un secondo di schernirsi. Mi guardano, ridono e si
nascondono utilizzando, a vicenda, il corpo del vicino. Sono meravigliosi!

E se
penso al peso della guerra che si portano addosso, mi tremano le gambe. Mi viene
da chiedere che cosa ci facciano, così piccoli, così soli in giro per la città…
Sembrano di quei bambini abituati e veloci nel cavarsela da soli, nel modo in
cui si svincolano tra le auto, con cui parlano col panettiere, per come si
prestano al nostro lavoro, al nostro gioco. Hanno occhi che ridono come tutti i
bambini dovrebbero, ma chissà quanto dolore han già conosciuto. Di quelli
indescrivibili.
Giriamo le scene necessarie, inondiamo i bimbi di dolci e
facciamo ritorno in associazione, dove ci aspetta la seconda parte del lavoro,
che verrà completata in serata. Alle 17 inizia la prima lezione di turco,
sempre spassosa e divertente. Dovremmo imparare, almeno, a comunicare in
maniera basilare con commercianti e passanti.
Aspetto mercoledì con molta ansia: è la giornata della
fotografia, ovvero dovremmo uscire a catturare immagini che raccontino
l’inquinamento e la scarsa sensibilità legata ai rifiuti in città, per poi
esporle in un liceo della zona. Ci dividiamo in gruppi e ci dirigiamo in una
zona in cui vive il ceto medio: molti palazzoni grigi, traffico e una grande
concentrazione di officine per auto. Scattiamo foto alla spazzatura sparsa qua
e là, nei cortili dei palazzi, nei giardini, all’interno delle macchine
abbandonate, suscitando la curiosità degli abitanti.

Mentre, durante il pomeriggio, facciamo il
famoso city tour: arriviamo ad un antichissimo castello (in restauro a causa di
un crollo interno avvenuto lo scorso anno) e procediamo verso il bazar coperto,
ricco di negozi d’artigiani e spezie, per poi proseguire tra le vie di negozi a
cielo aperto, una sorta di ZTL alla quale non hanno permesso d’accesso le auto.
Il bazar è molto tranquillo, poco trafficato e i commercianti son estremamente
diversi da quelli marocchini, molto più pacati e poco invadenti.


Terminiamo la giornata in un baretto delizioso, dove i
giovani turchi amano trascorrere le serate ad ascoltar musica dal vivo e fumare
narghilè. E’ un luogo davvero tipico, molto allegro e vivo. Vi è una donna che
seduta sul pavimento prepara pane di continuo, e uno spazio al centro del
locale è arredato con cuscini e tavoli rotondi, per chi volesse comodamente
fumare e ascoltar musica. Mi piace guardarmi intorno, la gioventù turca è eterogenea,
almeno in apparenza. Si vedono ragazze vestite in modi diversi, ognuna,
probabilmente, libera di esprimere la propria personalità. E’ molto forte
vedere insieme due amiche, una con i capelli al vento, l’altra col capo coperto e provare a immaginare se siano differenti i modi con cui affrontano
la vita.
Giovedì abbiamo fatto una sorta di flash mob nel cortile di
un liceo. Durante l’intervallo, abbiamo gettato per terra delle bottiglie di
plastica e aspettato che qualche studente ne raccogliesse almeno una e la
gettasse nel cestino. Quindi, abbiamo iniziato a simulare una partita di basket
con le stesse bottiglie, provando a coinvolgere nel gioco gli studenti (nel
frattempo i megafoni trasmettevano per tutto il cortile una musica movimentata,
che è cambiata dopo circa 3 minuti e abbiamo iniziato a ballare in cerchio. Io
mi son divertita tantissimo, sebbene pare che l’effetto visivo del flash mob
non fosse incisivo. Però, sarà esperienza per la prossima volta. Siamo
riusciti, comunque, a catturare la curiosità degli studenti che han giocato con
noi…
Venerdì abbiamo pulito in profondità l’associazione e nel
pomeriggio ci siamo concessi una meravigliosa passeggiata in alcune zone molto
povere e popolari della città. La gente qui è davvero gentilissima e molto
generosa e sono i gesti che non ti aspetti che riempiono davvero il cuore…
Insomma, la prima settimana è volata con nuove avventure,
feste e nuovi amici da capire, apprezzare, aiutare. Son davvero molto felice di
poter vivere questa esperienza. Vi è in associazione un’atmosfera umana, di
aiuto reciproco e non esiste competizione che, ultimamente, ha caratterizzato e,
un po’ avvelenato, alcune situazioni della mia vita…