Sveglia presto, appuntamento alle 8 del mattino per vivere
l’esperienza di trovarsi in una piantagione di marijuana. Dicono che l’aria
fresca del mattino esalti il profumo delle piante. L’ostello dorme ancora,
stremato dalla musica notturna. Usciamo con qualche minuto di ritardo. Fa
fresco e la luce del sole che sorge, sulle mura turchesi delle case, regala
attimi stupendamente sospesi. Sembra un paese tra le nuvole, protetto dalle sue
imponenti montagne. Sa di dolcezza, sebbene i suoi abitanti spesso non lo
siano. A volte pare che questi luoghi non appartengano loro, perché l’estrema
luminosità si contrappone all’oscurità di sguardi e atteggiamenti nei confronti
del visitatore straniero.
Attraversiamo il paese che, ancora, dorme, e
c’incamminiamo verso la montagna. La sensazione è che essa sia una sorta di
madre per gli uomini di questa zona, una sorta di complice che li protegge
dall’altrove, sia esso un luogo, siano essi uomini. La costeggiamo, le
camminiamo dentro, superando piccole casette e angoli completamente selvaggi.
Raggiungiamo la piantagione dopo circa mezz’ora… E' prossima al centro abitato e
si possono godere dei panorami mozzafiato: il sole illumina e la montagna
oscura angoli di paese, a intervalli di tempo. L’aria è ancora frizzantina e la
natura si stiracchia… Il ragazzo che si offre di accompagnarci è
di poche parole, ha ancora il peso della notte sulle spalle e, probabilmente,
sulla testa. Arriviamo a destinazione e bussiamo alla porta di una casetta
semplice, costruita con materiali di fortuna. I cani abbaiano. Aspettiamo
qualche istante e un uomo (di cui non ho mai saputo il nome) con una felpa
gialla spunta fuori. Si sta svegliando proprio in questo istante e ci chiede
alcuni secondi per prepararsi ad affrontare il nuovo giorno. Nel frattempo ci
fa accomodare su un tronco d’albero. Con un bidone arancione raccoglie
dell’acqua dal fiume che scende purissima dalla montagna e ci prepara un
dolcissimo te alla menta. Abbiamo il tempo di guardarci intorno: c’è molto
disordine nelle campagne marocchine, è un territorio totalmente al servizio
dell’uomo.
Ecco che sulla spalla porta due grandi sacchi plastificati
bianchi, uno alla volta. Il primo è stato poggiato su un tavolo e, all’interno,
vi erano dei mazzi di cannabis essiccati. Mentre, nel secondo vi erano le
foglie già sminuzzate. Quindi, prende un grande piatto concavo, lo spolvera
velocemente con la mano e lo ricopre con un telo nero e poroso, legato ben
stretto. Questa operazione richiede un po’ di tempo, ma subito dopo vi
riversa pugni generosi di foglie che poi ricopre con la tela bianca che, a sua
volta, lega ben stretta. Quindi, inizia a battere due stecchette di legno a
suon di musica e per qualche minuto. Scarta l’involucro e una polvere
marron-verde riempie il piatto in tutta la sua ampiezza.
Io rimango un po’ delusa, speravo di vedere le piante in
tutta la loro bellezza, mentre scopro che son state tagliate ad agosto, perché
il freddo invernale le brucia. Quindi, rientriamo nel centro abitato e ne
approfittiamo per esplorare una pacifica e bellissima zona, quella in cui
arriva un piccolo fiume dalle montagne e le donne si ritrovano per fare il
bucato. Pare che sia una scena che richiama lo sguardo curioso di fotografi e
visitatori. In effetti, sembra di essere in un dipinto vivente. Vi troviamo due
donne, una non vuole assolutamente essere immortalata, mentre l’altra,
accompagnata dai suoi due bambini, mi veste con gli abiti tipici del luogo.
Nel frattempo, le sue due pesti (ma soprattutto la bambina) si divertono a farsi fotografare e non sono mai stanchi di ridere di gusto e di ammirare le loro immagini per sempre impresse in una pellicola…
Nel frattempo, le sue due pesti (ma soprattutto la bambina) si divertono a farsi fotografare e non sono mai stanchi di ridere di gusto e di ammirare le loro immagini per sempre impresse in una pellicola…
E’ ancora presto, la città è sgombera di turisti. E’ un
piccolo paese preso d’assalto soprattutto da spagnoli, tutti pronti a catturare
le magie di luce e colore, ma anche la quotidianità di chi a Chefchaouen ci
vive, di chi non conosce altra vita che quella offerta dalla città blu. Ed è
per questo che in molti manifestano forte ostilità di fronte all’obiettivo di
una macchina fotografica.







