lunedì 17 novembre 2014

Alla scoperta dei borghi delle Langhe...

In un paesaggio armonioso di vigneti, pereti e noccioleti, sono vari i borghi delle Langhe, spesso svettanti in collina, che meritano di essere conosciuti. Hanno tutti storia antica che è impossibile non percepire e vedere.
Io ho soggiornato a Guarene (nel Roero) che, immediatamente, ho associato alla cittadina turca della Cappadocia Goreme, non unicamente per assonanza, ma anche per i medesimi colori che in notturna entrambe donano, sebbene inserite in contesti paesaggistici totalmente differenti.
Guarene è un paesino incantevole di circa 3mila abitanti e si differenzia dai più noti poiché, al momento, non son presenti grandi attività a risvegliarne la vita. Vi è un castello che, da poco, è divenuto un elegante albergo, delle belle chiesette, vie in acciottolato, strette e ripide, che lo rendono davvero grazioso. Il paese dona profonda pace, grazie a un ritmo di vita naturale, non ancora cadenzato dal passaggio dei turisti. Essendo su una collina, ho potuto ammirare panorami mozzafiato, su vallate velate di nebbia. 


La casa che mi ha ospitato, ricavata da un antico palazzo ristrutturato, è accogliente, con volte particolarmente belle in gesso fiorentino, ed emana il calore tipico delle abitazioni pronte ad affrontare inverni rigidi: e lì la mia fantasia ha iniziato a volare, immaginando paesaggi innevati da fiaba, consueti durante il periodo invernale e rarità per noi sardi.
A Neive, invece, l’atmosfera è totalmente differente. Anch’esso piccolo centro (poco più di 3mila abitanti) rientra nel circuito dei Paesi più belli d’Italia. E’ molto curato e, appena arrivate, ci regala immediatamente scorci suggestivi con casettine antiche recuperate e, alcune, adibite a strutture ricettive particolari. 


Per raggiungere la piazza centrale ci addentriamo in stradine in acciottolato, superando un arco in pietra. In piazza Italia vi è un bel movimento di turisti attratti dalla bontà dei prodotti locali. Visitiamo il museo della “Donna Selvatica” che nasce con l’intento di ricordare la figura di Romano Levi, produttore, con la sorella Livia, di grappe particolari (distillati di vinacce con l’aggiunta di composizioni d’erbe immerse in bottiglia). La loro fama, inoltre, è legata al fatto che Romano scriveva a mano le etichette delle bottiglie, arricchendole con brevi poesie o disegni raffiguranti curiose figure di donna. La donna selvatica, infatti, fa parte di antichi miti presenti nelle narrazioni alpine. Romano racconta: “Da ragazzino andavo a scuola attraversando le vigne. Tra i filari c'erano spesso i ciabòt, minuscoli ripari dove i vignaioli e i contadini si rifugiavano… Io passavo di lì al mattino e a volte vedevo sbucare da questi ripari donne belle e scarmigliate, un po’ pazze, solitarie, che vivevano spesso ai margini della società paesana. Erano misteriose, senza vincoli, sparivano e poi tornavano, un po’ streghe e un po’ fate. Erano libere, come dovrebbero essere tutte le donne per vivere la parte migliore della vita”.



L’esposizione è carina, soprattutto per le simpatiche immagini della donna selvatica che è possibile scorgere in diverse zone del paese, quasi come un simbolo ricorrente. Però, forse, non è ben chiaro, di primo impatto, il messaggio che con essa si vuole conservare e diffondere per coloro che, come me, non conoscevano la tradizione di distillati di Neive, né la figura di Romano Levi.
La scoperta del paesino si conclude, dopo aver circumnavigato il suo centro storico, con lo sguardo rapito dall’autunno che si arrampica su un bel palazzo, con mille foglie che, mutando colore, donano uno spettacolo tutto da ammirare.


Tappa successiva è Monforte d’Alba, centro del Barolo, abbarbicato anch’esso su una collina. Ho avuto la fortuna di poterlo conoscere sia in versione notturna che pomeridiana. E’ un paese antico, di stradine ripide e strette tra case restaurate. Luci calde risaltano l’atmosfera accogliente di una notte viva e movimentata. Sono vari i ristoranti sorti in case rimodernate; semplici, ma sofisticati, propongono i piatti della zona (io ho potuto gustare la famosa carne cruda all’albese con una generosa spolverata di tartufo bianco d’Alba). 


Così come i locali, tra i quali una vineria, Le Case della Saracca, che sorge in un palazzo nel quale la pietra nuda si alterna alle trasparenze di vetri e plastiche, dal bellissimo effetto, tant’è che prima di accomodarsi, è d’obbligo una visita completa del locale, proprio per ammirarne l’opera. Il pomeriggio, invece, Monforte si mostra sotto altra veste: un paese tranquillo, in cui turisti e visitatori passeggiano per le sue vie. Vi sono bei palazzi di cui stupiscono i colori...




Da 38 anni, ogni estate, si svolge il Monfortinjazz che ospita musicisti di fama internazionale. Gli artisti si esibiscono in un anfiteatro naturale che pare abbia un’ottima acustica e si trova proprio nel cuore del centro storico.


Barolo, comune con meno di mille abitanti, lo visitiamo velocemente. Vi è una via, ricca di visitatori e qualche osteria, che conduce al castello, con un museo dedicato alla cultura del vino. E’ un paese con casette curate, ma non eccelle in bellezza, sebbene sia immerso in un paesaggio incantevole.



Infine, la cittadina di riferimento per i paesini delle Langhe: Alba, nota anche come la città delle cento torri, di cui se ne conservano circa una decina. Ha storia antica e un centro storico che non nasconde la fisionomia medievale. Non l’ho visitata in profondità, ma ho goduto dell’energia e dell’atmosfera che si respira nella vie principali in occasione di manifestazioni importanti che si svolgono nei week-end autunnali, legati alla promozione dei pregiati prodotti eno-gastronomici per cui è nota e visitata.


Nonostante il poco tempo a disposizione e la fretta che ha caratterizzato i miei spostamenti, le Langhe e i suoi paesini si son dimostrati luoghi accoglienti e ideali per giornate rilassanti, ma allo stesso tempo all’insegna della cultura, dello svago e della bellezza, capaci di offrire una varietà di iniziative di alto spessore. La sensazione è, però, di una visione e conoscenza parziale di questa terra che spero possa colmarsi in una visita futura.

www.monfortinjazz.it

venerdì 7 novembre 2014

Finalmente le Langhe!

Le Langhe, scrigno di castelli e storia, sono una regione del Piemonte dalla forte identità che, il 21 giugno, ha visto riconosciuto il valore del suo paesaggio vitivinicolo come patrimonio dell’umanità tutelato dall’Unesco.
Nel mio immaginario hanno da sempre rappresentato un esempio di buona gestione del territorio e di come, seguendo la naturale e storica vocazione, si possa ottenere un successo diffuso, volano per nuovi progetti.
L’autunno pare essere tra i periodi più fortunati per assaporare le sfumature dei paesaggi e il gusto dei suoi prodotti. Io credo, però, che le Langhe siano una di quelle zone la cui bellezza muta allo scorrere delle stagioni, offrendo varietà di colori e di prospettive a seconda del periodo e del clima.
Sono arrivata in tempo per la fiera internazionale del rinomato tartufo bianco di Alba. Prima tappa l’immenso stabilimento della Ferrero per la mostra di Felice Casorati, del quale abbiamo apprezzato profondamente l’arte delicata, ma complessa e originale.
Per pranzo ci siamo recate alla fiera. All’interno del padiglione, preso d’assalto da turisti e visitatori, un moltiplicarsi d’eccellenze prodotte nella zona: nocciole, vini, salumi, formaggi, manufatti e il tartufo, re incontrastato della manifestazione. Giusto poco dopo l’ingresso, sulla sinistra, lo stand dell’azienda agricola Altalanga (http://altalangaaziendaagricola.it/) che unisce imprenditori agricoli di lunga esperienza e giovani che hanno scelto di “raccogliere la sfida della terra”. Impossibile resistere al richiamo delle nocciole. Dal signore nello stand, di cui purtroppo non conosco il nome, ecco un sacchetto con i vari tipi di nocciole, dono da portare con me in Sardegna e gesto bellissimo che non scorderò. 




Procediamo lentamente, immergendoci nell’atmosfera dell’evento: curiosi uomini, dai tratti delineati e dalle espressioni fiere son lì per presentare al mondo il loro tartufo. 



E intenditori, buongustai, semplici turisti con l’acquolina pronti ad acquistarne o, solamente a degustarne nelle versioni offerte dai cuochi in fiera. 
Per capire le Langhe è fondamentale calarsi nella cultura del luogo, legata indissolubilmente alla terra. I paesaggi sono di una bellezza rilassante, ma contemporaneamente inebriante. Meravigliosi giochi di colore, rossi di varie intensità immersi in una moltitudine di verdi e le mille declinazioni del giallo e dell’oro; l’esaltazione della natura nelle forme e nei giochi di prospettiva impresse dagli uomini. Vi è una leggera nebbia che sfuma le colline e i profili dei borghi abbarbicati, con castelli in vetta. Le curve seguono, sinuose, le vigne curatissime che raggiungono i loro cigli, contribuendo alla sensazione d’essere un tutt’uno con l’ambiente.




Nelle Langhe-Roero ci sono circa mille cantine, la gran parte a conduzione familiare. Sono vari i vini che vi si producono. Il Dolcetto, la Barbera, ma il più conosciuto e pregiato è il Barolo, dal vitigno Nebbiolo (come il Barbaresco, il Nebbiolo d’Alba e il Langhe Nebbiolo). Significa che le varie declinazioni di vini che si ottengono dal medesimo vitigno sono legate alle caratteristiche del terreno in cui viene coltivato, alle metodologie di fermentazione, affinamento e maturazione. La ricchezza di colori che le vigne offrono, concentrati in spazi ristretti, ricalcano la molteplicità dei vini prodotti… E, questo è, secondo me, un aspetto meraviglioso: la varietà nata dalla terra ed esaltata dall’uomo, in tutte le sue sfaccettature, rende i vini delle Langhe così simili, ma così diversi, uniti dall’elevata e indiscussa qualità e dalla passione dei produttori, tramandata per generazioni.
Abbiamo visitato tre cantine, fondate o prese in mano da giovani. Per questo le abbiamo scelte: per conoscere le loro storie.
Prima tappa, la Cascina La Berchialla a Barbaresco (http://www.olekbondonio.it/index.htm) che appartiene alla famiglia di Olek Bondonio da duecento anni. Olek, surfista, consapevole della grande fortuna, ha deciso di riprendere la tradizione di famiglia. Enologo, ha lavorato in Australia, Oregon e Nuova Zelanda. Produce degli ottimi Barbaresco D.O.C.G., Langhe D.O.C Rosso Giulietta, Dolcetto d’Alba DOC e Grignolino Piemonte privilegiando i metodi tradizionali di vinificazione. Dalla sua azienda possiamo godere di un paesaggio emozionante, nonostante la giornata non sia abbastanza limpida per poter scorgere, in profondità, il Monviso e le possenti montagne che proteggono le Langhe. Uno dei prossimi obiettivi, ci dice, è la costruzione di una cantina vera e propria nella quale produrre e affinare il vino.




Seconda tappa, l’azienda agricola Valfaccenda a Canale, nel Roero (http://www.valfaccenda.it). Luca è un ragazzo di 32 anni che ha deciso di portare avanti la tradizione di famiglia, nata col suo bisnonno nel 1750. E’ un enologo e anche lui ha vissuto delle importanti esperienze oltreoceano. E’ un ragazzo appassionato, lo si capisce subito. 






Degustiamo Roero Arneis e Roero, ancora in affinamento in legno, ma che promettono molto bene. Ha costituito con altri due ragazzi un’associazione che si chiama Solo Roero: producono vini unicamente del Roero e collaborano nella promozione del territorio e delle sue specificità. Forse, per i non esperti di vino e per coloro che non conoscono a fondo la zona, questo può sembrare un esperimento normale, in realtà, è una sfida molto coraggiosa, soprattutto rapportata al contesto territoriale e alla fama che i vini delle Langhe hanno nel mercato internazionale, che spero potrà essere premiata come merita.
Terza tappa è nel Barolo, nell’azienda Olivero Mario (http://www.oliveromario.com). Ad accoglierci a Roddi è suo figlio Lorenzo, 32 anni, enologo. Ha iniziato a imbottigliare vini con suo padre, nel 2001. Ci mostra la cantina in perenne evoluzione. 



Ci racconta gli stadi della vinificazione, parliamo dei legni delle botti e poi via, a degustare degli ottimi Langhe Arneis, Dolcetto d’Alba e Dolcetto d’Alba “Buscht”, affinato per il 12 mesi in barriques, un Langhe Nebbiolo, una “Campii Raudii” Barbera d’Alba e un Barolo “Bricco Rocca”. 



Con altri giovani produttori amici ha fondato, nel 2007, l’associazione Langa Style  per promuovere, in giro per il mondo, i loro vini. In questi giorni, per esempio, si trovano a Hong Kong.
Visitare le cantine è stata un’esperienza interessante che mi ha introdotto nel micro-mondo del vino. Mi ha fatto conoscere ragazzi preparati, appassionati, intraprendenti che stanno portando avanti la tradizione, ma con sguardo e strumenti moderni che ritengo essere la formula vincente in questo periodo storico.
Oltre alla terra e al legame con essa, fare vino diventa un’arte in cui la conoscenza si fonde con la sperimentazione e l’intuizione. Uno degli istanti magici è, secondo me, il momento in cui chi produce vino, versatone un po’ nel calice, ne guarda il colore, le sfumature, la limpidezza, ne respira il profumo e ne assaggia il gusto. Io, proprio in quell’istante, amo guardare i loro occhi, nell’alchimia di quel momento che so già non potrò mai capire appieno.

Le Langhe non deludono le aspettative e mi donano ciò di cui ero alla ricerca: esempi di uomini e donne operosi che hanno saputo riconoscere e dare valore alla vocazione del territorio, unendo le forze in un progetto sinergico di valorizzazione dei prodotti della terra, bellezza del paesaggio, sapori, arte e ospitalità che hanno condotto le Langhe a essere meta di un turismo intelligente  e un esempio da cui trarre spunto e imparare.