Visualizzazione post con etichetta Kilis; Turchia;. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kilis; Turchia;. Mostra tutti i post

mercoledì 22 gennaio 2014

Kilis, a un passo dalla Siria.

Domenica siamo andati a Kilis. Avevo letto di una cittadina deliziosa sul confine con la Siria, nella guida di Laura, la ragazza di Granada. Norbert, Shabi, Edoardo, Giacomo, Laura, Silvia e io, divisi in 3 gruppi. Io son con Shabi, il ragazzo ungherese. Inizia l’autostop, ma dobbiamo aspettare un po’ prima di esser caricati. Il primo che ci offre un passaggio è un ragazzo simpatico e c’è posto anche per Giacomo e Silvia… Entriamo in auto e, immediatamente, ci inonda un profumino delizioso di pane appena sfornato. Lui capisce che ne siamo estasiati e ce ne dona uno che ci dividiamo con generosità e che sbraniamo con avidità. Ci lascia dopo qualche chilometro e ci separiamo da Silvia e Giacomo. La seconda auto è molto spaziosa e il ragazzo turco che siede al mio fianco e che non smette un attimo di sorridermi, chiede se sono sposata e io rispondo affermativamente, senza esitazioni!
Ci lasciano anche loro poco dopo in una zona particolare con delle piccolissime montagnette di terra. Si fermano due ragazzi molto gentili, il sedile posteriore è pienissimo di materiale edilizio e, sul pavimento, vi sono una sorta di lance. Ci rannicchiamo e, comunque, riusciamo a viaggiare comodamente. Il paesaggio intorno è molto verde, i terreni sembrano fertili e molto produttivi e, sparse qua e là, vi sono case a due piani, di forma quadrata, per lo più non terminate e con panni stesi di mille colori. Arriviamo a Kilis, siamo a circa 10 chilometri dalla Siria. La città è viva e popolata. Subito, al semaforo, una donna siriana chiede qualche moneta ed è come un “benvenuti nell’anticamera dell’inferno”.
Scendiamo dall’auto, salutiamo i ragazzi e c’incamminiamo verso il mercato nel quale abbiamo appuntamento con gli altri volontari. Siamo in anticipo e ne approfittiamo per fare un giretto tra le vie del bazar semi-deserto perché oggi è domenica. La città non è niente di particolare. E’ molto povera, molto trafficata, ma di quel traffico semplice, poco sofisticato. E si vede che è una città al confine con la guerra, dove si respira la provvisorietà dei passanti.



Ritroviamo il resto del gruppo e proseguiamo con la nostra passeggiata. Vi sono alcune case carine, dalle architetture ricercate e risalenti all’inizio del secolo, ma non sono assolutamente ben conservate. Vi è una moschea (the Tekke Mosque) risalente al 16esimo secolo, architettura ottomana, elegante, con giochi di colore e decorazioni elaborate, ma non possiamo entrarvi perché sono i minuti della preghiera e nessuno vuole aspettar là fuori che termini.






Per strada circolano tantissimi siriani, alcuni con passaporto si son trasferiti una volta scoppiata la guerra, ma vivono sicuramente in condizioni dignitose, altri, invece, hanno trovato rifugio nei campi profughi dislocati lungo la frontiera. Si riconoscono per la pelle più scura e ambrata rispetto ai turchi. Si riconoscono per i colori e la miseria dei loro abiti. Ragazze che indossano solo calze ai piedi e scene fortissime di fame. Sono due quelle di cui sono stata spettatrice. La prima ha coinvolto un gruppetto di bambini sui 5/7 anni. Ci si sono avvicinati per chiederci dei soldi e Norbert ha dato loro il suo kebab...esattamente in quell’istante han provato l’un con l’altro a strapparselo dalle mani, con una ferocia che solo l’uomo affamato riesce a tirar fuori. Era spirito di sopravvivenza, quello. E io l’ho visto lucido, negli occhi del bambino che azzannavano. La seconda, riguarda invece, due bambine di una bellezza rara. Erano leggermente distanti l’una dall’altra, provando a ottenere più soldini o cibo possibile dai passanti. A una di loro abbiam dato un dolce e una banana, e la gioia è esplosa e, subito, ha chiamato la sua sorellina o amichetta per correre a condividere la sua ricchezza. Ci hanno ringraziato con degli occhi impagabili, di gioia e di allegria, ma anche di riconoscenza.
Kilis è famosa anche per l’alcol e le sigarette a buon mercato, ma non abbiam fatto provviste. Ci siam presto rimessi in moto per rientrare a Gaziantep. Abbiam fatto metà del viaggio con un ragazzo siriano, molto gentile e simpatico. Ci ha lasciato vicino a un lago, dove ci saremmo dovuti incontrare col resto del gruppo.


Con Shabi ed Edoardo dobbiamo attraversare un punto di scolo delle acque e non esiste nessun passaggio ben definito. Proviamo a costruirlo con dei sassi, ma sono carenti… e alla fine sprofondiamo nel fango con grande dispiacere delle mie scarpe. Ci ripuliamo, riposiamo, alcuni di noi mangiucchiano qualcosa e poi via di nuovo in attesa di qualcuno che ci accompagni a Gaziantep.


Ci prende un ragazzo, amante dell’Italia, psicologo in un ospedale. E’ diretto in aeroporto e ci lascerà lì vicino. Poi, prima esperienza con l’autobus urbano. A colpirmi è stato il fatto che tutti paghino la corsa, senza avere un effettivo biglietto. Spesso, quando l’autobus è stracolmo, i soldini arrivano all’autista con un passaggio di mano in mano (così come il resto, qualora qualcuno non abbia la cifra giusta).

E’ ancora pieno pomeriggio e siamo già di ritorno a Gaziantep, in associazione, felice di aver conosciuto una nuova realtà, non compresa appieno, ma forse, è prematuro ed è necessario vedere, ascoltare e sentire ancora…