giovedì 27 marzo 2014

Bambini siriani a Gaziantep 4

I bambini siriani son diventati il mio primo pensiero: dover lasciar Gaziantep e abbandonarli al loro destino mi addolora, ma allo stesso tempo la situazione è talmente grave che il senso d' impotenza regna sovrano e mi rendo conto di non essere, da sola, nelle condizioni per migliorarla. 
Una soluzione sarebbe, sicuramente, quella di riuscire a trovare ai genitori un lavoro dignitoso che permetta loro di avere una casa in cui non ci piova dentro, in cui ci siano abbastanza stanze per non dover dormire in 8/10 e più nella medesima camera, nella quale vi sia un bagno e non solo un “pisciatoio” nel cortile, nascosto da una tenda, e in cui ci sia acqua calda con la quale avere il piacere di lavarsi quotidianamente o spesso.

Per questo, abbiamo pensato che tra le nostre possibilità vi potesse essere quella di far studiare i bambini, di insegnar loro a leggere e scrivere o a proseguire un pochino, qualora lo sappiano già fare. Perché studiando avrebbero la possibilità di poter scegliere nella loro vita e non avrebbero un futuro già segnato da raccoglitori di spazzatura. Molti bambini sono davvero intelligenti ed è ingiusto che a causa della guerra che affligge la loro terra e il loro popolo, siano costretti a una vita arida anche dal punto di vista culturale. E grazie alla generosa disponibilità delle volontarie egiziane e di un volontario giordano le lezioni sono iniziate.


Abbiam acquistato penne, ci siam procurati dei fogli e abbiam portato la pesante lavagna al parco (non ci sono stati concessi gli spazi dell’associazione). Il primo giorno è stato un po’ caotico, ma i bambini sembrano tutti super entusiasti. La lezione è stata sull’alfabeto. Le successive lezioni, invece, sono state più organizzate: abbiamo creato tre gruppi, a seconda del livello (e credo sia andata molto meglio). Alcuni hanno disegnato, altri giocato, chi studiato e c’è anche chi si è concesso un po’ di ogni attività. 








Lentamente l'appuntamento pomeridiano al parco sta diventando consuetudine e un punto di riferimento per molti bimbi che possono tornare a sentirsi tali. Alcune bambine han iniziato con moltissimo entusiasmo anche il corso di inglese. 
L'augurio è la costanza nell'impegno e una sempre maggiore sensibilità per i meravigliosi e innocenti bambini di Siria. Un giorno, quando questa maledetta guerra terminerà, la Siria avrà necessità di una classe dirigente formata e consapevole che rischia, terribilmente, di non avere, perdendo irrimediabilmente tutta una generazione di creature che adesso vagano indifese per le strade siriane, libanesi e turche...

mercoledì 26 marzo 2014

Bambini siriani a Gaziantep 3

A Gaziantep pare che i profughi siriani siano circa 500mila e non fatico a crederlo. Sono siriani coloro che con grandissimi sacchi su ingombranti carrelli trasportano spazzatura che raccolgono, a volte senza guanti, dai cassonetti. Plastica e cartone da rivendere per pochissime lire alle aziende che si occupano di riciclaggio. 


Ultimamente mi è capitato di vedere anche bambini che trasportano, a fatica, pesanti sacchi più grandi del loro stesso corpo. 


Anche i miei bimbi hanno grandi sacchi per raccattare spazzatura dai cestini dei parchi e delle strade dello shopping. Aiutano i loro padri (chi li ha) nel lavoro. E vivono lì, in quello che era il quartiere armeno, in condizioni disumane. La prima volta che mi sono addentrata nella via in cui abitano mi tremavano le gambe e il capogiro si è impadronito di me… Al principio, non ho avuto il coraggio di entrare in casa, forse un po’ spaventata da un signore che ci cacciava, un po’ per rispetto e un po’ per paura. Nel patio dei vicini, sempre siriani, è custodita la spazzatura raccolta per essere consegnata agli acquirenti.



La strada davanti alle loro case è totalmente disastrata: sabbia, polvere e cumuli di mondezza che lasciano indovinare gusci di uova, contenitori di sapone, penne…

E, se piove, fango ovunque. Vi è una parete nera dal fumo dei fuochi che accendono per eliminare, periodicamente, la spazzatura… Case di più piani, senza luce, senz’acqua, con crepe alle pareti e infiltrazioni pesanti in più parti. 


Stanze con tappeti e materassi, stracolme di coperte e abiti stipati, qualcuna con una stufa a carbone in cui scaldano l’acqua per il tè.








Panni stesi in ogni dove, sporcizia e squallore ovunque. Dormono in 8/10 e più in una stanza, niente acqua in casa e il bagno è unico per tutti, un cantuccio dietro una tenda, a fianco alla porta d’ingresso, dove stagna una pozzanghera e l’odore rivolta lo stomaco. Sono case disabitate e occupate. Rese lentamente sempre un pochino più accoglienti, grazie alla carità dei turchi.  
Parliamo con alcuni di loro, ascoltiamo le loro storie, facciamo domande mirate per conoscere un po’ della loro vita in Siria e, adesso, in Turchia. In molti sono arrivati da meno di un mese a Gaziantep. Non hanno niente, solo razioni di cibo (e non credo lo ricevano tutti) che vien consegnato loro (credo) dal comune e poi, come ci raccontano, vi è un’immensa solidarietà l’un l’altro, tra i siriani, ma anche da parte dei turchi. Sono moltissimi gli orfani e le vedove. Ogni famiglia conta 6, 7, 8 e più bimbi. Un signore ci racconta di avere dei problemi alla colonna vertebrale perché ha subito torture… E scopriamo che la bimba dal viso bruciato non si è rovesciata addosso dell’acqua bollente (come ci era sembrato di capire), ma la causa è l’esplosione di una bomba e la sua mamma è ancora in ospedale (non so in quali condizioni). Ogni storia è una tragedia. E ci dicono con forza che vogliono tornare nella loro terra, a casa loro, che in Turchia si sentono disorientati. Che vivono come animali! E se la prendono con la comunità internazionale che non riesce a risolvere la situazione… E lì, io chino la testa, perché non ho niente da aggiungere...
E’ uno strazio quando i bimbi ti fanno capire che hanno fame… E che desiderio di metterli in ammollo nella vasca di casa…! Insomma, la situazione è questa: migliaia di siriani, di bimbi meravigliosi, che vivono nella miseria più estrema e la fortissima, immensa sensazione di impotenza davanti a queste sofferenze che si moltiplicano ogni giorni, in ogni angolo…

lunedì 24 marzo 2014

Sul fiume Evros: a cavallo tra Turchia e Grecia.

Il sogno era di vivere e superare il confine tra Turchia e Grecia, tra Turchia ed Europa. Tempo fa ho letto un interessante libro su un viaggio in Grecia, quella delle persone, della quotidianità, della crisi economica e tale lettura ha contribuito ad alimentare la mia curiosità. Sono sempre stata attratta dai confini e da come in essi si fondino gli incontri e gli scontri, sul come da essi si declinino le sfumature e si evolvano lentamente le differenze. Per questo ho camminato tra la Turchia e la Grecia, a piedi, con una gioia immensa.

Siam partite un po’ a caso, Laura e io.

Prima tappa è stata la turca Edirne, città della Tracia che in molti chiamano ancora Adrianopoli. Antica capitale dell’impero ottomano, si trova a pochi chilometri dalla Grecia e dalla Bulgaria. Siamo arrivate nel tardo pomeriggio, dopo un viaggio di circa 5 ore (e forse più) in autobus. Il sole tramontava e donava al paesaggio una luce primaverile bellissima, quella da notti infinite. Purtroppo era troppo tardi per oltrepassare la frontiera e abbiamo dormito a casa di un ragazzo, dottorando in letteratura turca. Ci ha offerto un ottimo durum e parlato con affetto di questa calma e graziosa città confusa tra Europa e Oriente, dove i menù son scritti in 4 lingue diverse e tre alfabeti differenti…  Il nostro couchsurfer non ha mai conosciuto l’estero, sogna un viaggio in Inghilterra e di parlare fluentemente l’inglese. Ci ha portato sul ponte del fiume Evros (perché io lo desideravo fortemente) da cui abbiamo avuto la possibilità di ammirare un’immensa luna specchiarsi nelle sue acque. Di lì a poco inizia l’Europa e io ho provato una profonda tristezza nel pensare a quel punto come un limite, come un divieto per i non europei, come una prigione.



E’ questa una zona particolare. Una porta d’Europa a cui non si pensa. O, per lo meno, in Italia non si è parlato e non si continua parlare dei disperati provenienti da Turchia, Siria, Afghanistan, Pakistan e Bangladesh etc. che, attraverso l’Evros e una lingua di terra di circa 12 chilometri, tentano l’ingresso in Europa. E’ una zona che ha da raccontare sofferenze e speranze. Nel 2012 lo stato greco ha iniziato la costruzione di un muro nei 12 chilometri di terra che corrono lungo il confine con la Turchia…


La giornata inizia presto e prima delle 9 siamo già per strada. Facciamo colazione in un bar del centro, da un signore gentilissimo. Poi, di corsa, a visitare la moschea Selimiye, commissionata dal sultano Selim II e costruita dall'architetto Mimar Sinan fra il 1568 ed il 1574. Viene considerata tra i più importanti esempi di architettura ottomana e paragonata, per bellezza e maestosità, alla moschea Blu di Istanbul. 


E’ una giornata meravigliosa di sole caldo, la città regala la calma e serenità di un piccolo paese, nonostante i suoi 140mila abitanti e il trascorrere delle ore avviene lentamente. La sensazione di pace ci accompagna nel bazar coperto antecedente la moschea e nella moschea stessa, al cui interno siamo in pochissimi, così da poterne godere la sua bellezza in tranquillità.



Facciamo una bella passeggiata per la via principale, quella ricca di negozi, di persone e io ho la netta sensazione di essere in un luogo ibrido, a volte Turchia, altre qualsiasi cittadina del Mediterraneo. 





Prendiamo un taxi, così come consigliato per raggiungere Pazarkule, contrattiamo il prezzo e via… Pochi minuti e siamo lì, davanti a mitragliatrici, militari e fili spinati a farci timbrare il passaporto e a fare il salto tra Turchia e Grecia. Camminiamo per qualche centinaio di metri e poi si ferma un docente universitario di Orestiada, la città greca che vogliamo raggiungere. Lui insegna matematica e ci accompagna in città, incuriosito dalle motivazioni della nostra visita. Ci dice che la città non ha niente da offrire e, a bassa voce, che prima si viveva bene, ma adesso la crisi finanziaria ha cambiato le cose. Ci lascia nella piazza principale, prendiamo un cappuccino al sole e io rinasco! Ci rilassiamo per poco meno di un’ora, facciamo una passeggiata per le vie squadrate di questa città di passaggio, giovanissima, costruita ai primi del Novecento quando i cristiani dell'Anatolia (circa un milione e mezzo di persone) vennero trasferiti in Grecia, mentre i cittadini greci di fede islamica (circa 300mila) furono trasferiti in Turchia, in seguito al trattato di Losanna, nel 1923.
In città girano tantissimi militari, le case sembrano abbastanza nuove e ben tenute, ma il baretto davanti alla fermata degli autobus è ricchissimo di donne anziane che hanno stampato in volto la semplicità dei paesini da cui provengono e nei quali son dirette. 



Decidiamo di non fermarci oltre. Compro una focaccia deliziosa con olive e pomodori, sale e olio (e rinasco ancora una volta!) e via sull’autobus verso Alessandropoli. Due ore di viaggio attraverso le verdissime terre greche e vari minuscoli paesini arriviamo a destinazione. Chiediamo in giro alla ricerca di un albergo semplice, poco costoso e vicino al centro. Ne troviamo velocemente uno prossimo alla stazione, davanti al mare, che sarà la nostra dimora per 3 giorni. 
E lì, proprio davanti a noi, questa scritta che mi sbatte in faccia cosa silenziosamente è accaduto e, forse, continua lentamente ad accadere: 



Alessandropoli, città sul mare di 66mila abitanti, sembra la classica cittadina per le vacanze con locali accoglienti e moderni, tantissimi negozi, ristoranti e alberghi. C’è movimento per strada e tanti giovani. Lo spettro della crisi, però, aleggia nelle espressioni degli abitanti che, nonostante l’estrema gentilezza, lasciano trapelare un velo oscuro di preoccupazione. Passeggiamo sul lungomare, scendiamo al porto, in spiaggia e respiriamo a pieni polmoni l’aria dal forte profumo di sale. 



Guardiamo in lontananza l’isola di Samotracia.


Mangiamo con gusto pesce fritto, insalata greca e non lasciamo nemmeno una goccia d’olio in nessuno dei vari piatti: troppo, troppo prezioso!


Ci siam recate a Feres, paesino a pochi chilometri da Alessandropoli, per visitare la sua antica chiesa greco-ortodossa di Panagia Kosmosoteira, risalente al 1152.


I dipinti alle pareti, opera della Scuola di Costantinopoli, sono in forte degrado, ma lasciano ancora godere la loro armonia e delicatezza delle forme e dei colori. 



E poi il delta del fiume Evros, delicata zona umida, parco nazionale. L’autobus ci ha lasciate in prossimità dei resti della città romana termale di Adrianopoli.


Avanziamo un poco, superiamo un piccolo ponte e raggiungiamo il centro per le escursioni. Con un furgoncino abbiam percorso qualche chilometro ed ecco, in lontananza, fenicotteri, pellicani e tanti altri volatili.  Prendiamo una piccola barca di legno e raggiungiamo un’isoletta nella quale scendiamo per fare una breve passeggiata. 



Dopo l’escursione ci lasciamo suggerire una casa di campagna che funge anche da ristorante. Ci accolgono con grande calore e ci preparano dell’ottimo pesce freschissimo, polpi e insalata innaffiati da un vino bianco frizzantino, con un retrogusto particolare.


Terminato il pranzo, attendiamo sul ciglio della strada che passi l’autobus. Dopo 15 minuti d’attesa c’incamminiamo verso Loutros paese deserto, con un unico personaggio particolare in giro per strada a bordo di un motorino scassato…
Rientriamo ad Alessandropoli col desiderio di visitare l’isola di Samotracia il giorno seguente, ma purtroppo a causa di orari strampalati che mal si sposano con la necessità di rientrar presto a Istanbul, dobbiamo ahimè rinunciare… 

domenica 16 marzo 2014

Proteste a Istanbul...

Martedì la Turchia è esplosa. La gente è scesa in piazza per urlare tutto il dolore e la rabbia per la morte di un ragazzo di 14 anni, in coma da 9 mesi, dopo esser stato colpito, erroneamente, dalla polizia mentre si recava a comprare il pane, durante le proteste dell’estate scorsa per Gezi Park. 
Io sono arrivata a Istanbul mercoledì, dopo la prima notte di rivolte che hanno vissuto le più grandi città turche. Il mio ostello era in una delle vie che hanno inizio in piazza Taksim, cuore della rivolta. Sull’autobus che mi conduceva, appunto, a Taksim girava voce che ci fossero nuovamente violenze e che fosse molto pericoloso transitarvi. Mi sono un po’ preoccupata e riflettevo sul modo per poter, comunque, raggiungere il mio ostello senza correre rischi. La mia paura era, più che altro, quella di trovarmi nel bel mezzo di una situazione per me ingestibile, fuori controllo. Una volta arrivata, però, ho attraversato la piazza tranquilla, con poliziotti armatissimi, “carri armati” e pullman della polizia ovunque. Ho trovato facilmente l’ostello, chiesto informazioni sulle proteste e poi sono uscita per la città. All’imbrunire, mentre facevo rientro, ho ricevuto i messaggi di Dilek, una amica di Istanbul, che voleva sapere dove fossi e che m’informava che la protesta era esplosa a Taksim e per tutta İstiklal Caddesi (una via lunghissima di negozi) e mi sconsigliava assolutamente di procedere. Dopo una serie di messaggi e di telefonate per sapere se anche la via dell’ostello fosse sotto assedio, ho deciso di riscendere verso il mare, di costeggiarlo per un tratto, per poi risalire verso l’ostello.
La strada, stracolma di giovani e locali, era tranquilla. Nel giro di pochissimo tempo, però, hanno iniziato a sfilare gruppi anarchici al grido di “Berkin Elvan è eterno” e “stato assassino”. 


L’ostello aveva un’ampia vetrata per cui abbiamo potuto osservare  chiaramente lo svolgersi degli eventi. Ho visto fiumi di giovani manifestare tranquillamente, per poi iniziare a erigere barricate di fuoco con cassonetti e alimentare le fiamme per irrobustire la loro linea di protezione con tavoli, sedie, armadi di legno che spuntavano da ogni dove per ostacolare il passaggio delle forze dell’ordine. La polizia sbucava dalle vie intorno sparando lacrimogeni e dai "carri armati" tentava di spazzar via i manifestanti con gli idranti… (Visto coi miei occhi!)



I gas sono entrati anche all'interno dell'ostello e abbiamo iniziato a starnutire, provare gran fastidio alla gola, tossire senza pace e a lacrimare senza sosta per il bruciore agli occhi. Mi han dovuto dare un sedativo contro gli effetti dei gas, mischiato col latte, al sapor di menta, che hanno sempre pronto nel frigorifero.


Io ero esterrefatta e, con me, anche la coppia di tedeschi che guardava incredula lo svolgersi degli eventi dalla finestra. La polizia turca ha davvero l’ordine di mettere a tacere qualsiasi voce e lo fa rapidamente. I ragazzi che lavorano all'ostello mi han spiegato che loro son abituati a molto, molto peggio e che questa estate han vissuto davvero l’inferno. Non sono riusciti a raccontarlo a parole, ma dai loro occhi ho percepito che cosa volessero trasmettermi…

Attualmente, la situazione pare più serena… Vedremo che succederà nei prossimi giorni, soprattutto con l’avvicinarsi delle giornate elettorali…

giovedì 13 marzo 2014

La Cappadocia, nel cuore della Turchia.

Capita che la natura scelga degli angoli di mondo per dare un senso, uno sfogo alla sua fantasia. Credo che sia questo ciò che è successo con la Cappadocia, storica regione della Turchia centrale. Pare che circa 60 milioni di anni fa si formò la catena montagnosa del Tauro, nell'Anatolia meridionale, creando numerosi burroni e depressioni in Anatolia centrale. Dieci milioni di anni fa, tali depressioni si riempirono di magma vulcanico e altri materiali, provenienti dai numerosi vulcani in eruzione. L’erosione del vento e della pioggia contribuirono a forgiare magnificamente il paesaggio, creandone un unicum al mondo. Inoltre, la regione è stata abitata per millenni, fino ai nostri giorni: vi fiorirono alcune antiche civiltà, come quella degli Ittiti, o altre ancora provenienti dall'Europa o dalle stesse regioni dell'Asia Minore, e ognuna di esse ha lasciato in Cappadocia la propria impronta culturale.
La Cappadocia mi ha accolto con un’alba mozzafiato.
Arrivati a Uchisar, ci siamo recati a casa di Kemal, il couchsurfer che ci avrebbe dovuto ospitare per tre notti. Io ho una bronchite cosmica, non smetto di tossire e il mio unico desiderio è un letto e una camera calda, ma sorpresa, a casa di Kemal non c’è riscaldamento, c’è un freddo incredibile e nemmeno acqua calda per la doccia. Decido di cercare un ostello perché, assolutamente, col malessere che ho in corpo, non posso permettermi altro freddo.
Uchisar è un paesino carino che si attorciglia tra le rocce, ma è un paese un po’ fantasma, dove le costruzioni sembrano avere come unico scopo quello di ospitare turisti durante la bella stagione.


Goreme è altra cosa, ti regala panorami incantevoli, tramonti superbi da godere accovacciati sulle sue rocce chiare, movimento ed energia dei giovani arrivati da lontano per scoprirne le sue bellezze.


Visitiamo il museo all’aperto che racchiudere la preziosa chiesa oscura, adornata con meravigliosi dipinti, risalenti all’epoca bizantina. 



Purtroppo, anche le chiese della Cappadocia subirono gli sfregi del periodo iconoclasta della storia bizantina (725-843), e molte pitture parietali soffrirono danneggiamenti a causa del divieto di riprodurre qualsiasi figura sacra.
In Cappadocia pare vi siano circa oltre 200 città sotterranee. Vi vivevano le famiglie con i loro animali. Noi abbiam visitato Derinkuyu, che pare essere la più estesa, con i suoi 85 metri di profondità. Si sviluppa in 11 livelli, sebbene molti piani non siano ancora stati scavati. Ha un'area di 650 metri quadrati e ogni piano esistente potrebbe essere stato creato in momenti differenti. Poteva ospitare da 3000 a 50000 persone. Le città sotterranee pare fossero collegate tra loro attraverso lunghi tunnel. A Derinkuyu si nascosero i primi cristiani che sfuggivano le persecuzioni religiose decretate da Costantinopoli e le incursioni degli Arabi musulmani. Come le altre città sotterranee della Cappadocia, anche Derinkuyu aveva un certo numero di locali utilizzati come deposito di alimenti, cucine, chiese, stalle, stanze per la preparazione del vino e dell'olio e da camini di ventilazione.


Ci addentriamo in cunicoli oscuri, piccole stanze, scendiamo scale ed è, spesso, necessario procedere rannicchiati verso le viscere di questa che era una città e dove hanno trovato riparo e protezione migliaia di persone. Al solo pensiero tutto sembra incredibile.
Pranziamo e procediamo verso Urgup, paesino dall’atmosfera carina e, anch’esso, dai panorami suggestivi. 



La serata è ancora giovane e decidiamo, nonostante gli intervalli di pioggia, di visitare anche il minuscolo centro di Mustafapasa, che io trovo delizioso. Vi è una chiesa, purtroppo chiusa, dalla facciata policroma e dalle incisioni interessanti, che rimandano al periodo in cui gran parte della popolazione era greca. 




Inizia a piovere e saliamo sull’autobus che ci conduce in una cittadina vicina, dalla quale dovremmo prenderne un altro per Uchisar. Una volta arrivati, però, scopriamo che l’ultimo è già partito. Quindi, l’unica soluzione è un pullman che ci lascia a due chilometri dal nostro paesino, nel bel mezzo della notte, con la pioggia fitta. Propongo all’autista qualche lira in più per accompagnarci nel centro abitato, ma non accetta. A malincuore, quando arriva il momento, dobbiamo scendere, ahimè, sotto pioggia e grandine. Troviamo riparo in una pensilina, aspettiamo che allenti, e ci incamminiamo al buio, sul ciglio della strada. Passano pochissime macchine e nessuna si ferma, ma in breve tempo raggiungiamo Uchisar a piedi.

Avanos, paesino un po' anonimo, a eccezione di alcuni angoli preziosi, ha la fortuna di trovarsi vicino a Zelve, antica città nella roccia, oramai abbandonata e divenuta un museo a cielo aperto. Meraviglia della Cappadocia, poco frequentata, mi son davvero resa conto di essere in un luogo unico, con rocce imponenti che si susseguono e s’incalzano, con cunicoli, grotte, chiese e anche una moschea.





Ci incamminiamo a piedi verso una valle incantata, con i famosi “comignoli”.



Mi godo i colori tenui e delicati, i panorami bellissimi e particolari e poi in marcia verso Uchisar. Non troviamo autobus ed è necessario recarsi, prima, a Cavusin.


Paesino carinissimo, con rocce incantevoli.


Mentre attendiamo l’autobus si ferma un signore e ci accompagna, gentilmente a Uchisar: siamo pronti per rientrare in autobus  a Gaziantep.