domenica 9 marzo 2014

Izmir & Efeso.

Un’ora e mezza d’aereo ci hanno condotto a Izmir. In italiano è Smirne, nome che rievoca gli anni del liceo.
E’ questa la terza città della Turchia per dimensioni e importanza, dopo Istanbul e Ankara. Siamo arrivati nel primissimo pomeriggio e, ad attenderci in aeroporto, il couchsurfer amico di Laura, la mia compagna di camera francese. Molto gentile, appoggiati gli zaini in casa, ci ha accompagnato sul lungomare, dove abbiamo pranzato con delle sardine impanate e fritte e provato una bevanda violacea, salata e piccante, tipica di Izmir. La serata è trascorsa serenamente, con una bellissima e lunga passeggiata costeggiando il mare. A far da contrasto ai modernissimi e sfavillanti grattacieli alle nostre spalle, vecchie barche e tavolate di lupi di mare che ci fermavano per offrirci un assaggio della loro fortuna quotidiana.


Izmir, per me, è stata quasi uno choc. In un intero pomeriggio a spasso per il centro, credo di aver contato, unicamente, 6 donne col capo coperto. E’ moderna e i suoi giovani si divertono liberamente, proprio come quelli occidentali: bevono, ballano, si amano come se non esistesse un Dio pronto a punirli. Trascorriamo la serata da un locale all’altro e dalle finestre delle case illuminate che si affacciano sul mare, posso immaginare vite agiate e libere, non diverse dalle città occidentali. Ci siam fermati a Smirne per due notti. Abbiam visitato i resti del castello, su una collina che sovrasta la città, al termine di un quartiere abitato, per lo più, da turchi e curdi provenienti dal sud-est del paese, di cui riconosco i colori e le sembianze (e mi riappacifico con la “mia idea di Turchia”, di quella che ho vissuto per due mesi). 





E i resti dell’agorà, nel cuore della città, che ne raccontano, per quanto possibile, il suo passato.



Salutiamo Izmir e ci dirigiamo a Efeso, distante pochi chilometri. L’autobus ci conduce nel piccolo paese di Selçuk, dove, fortuna delle fortune, il sabato è giorno di mercato, ricco di verdure floride, colori accesi, profumi forti, voci e personaggi simpatici: adoro i mercati, soprattutto quelli così tipici che ti permettono di calarti, almeno un po’, nella realtà e quotidianità dei luoghi.



E’ una giornata uggiosa. Efeso ci accoglie lucida, dai riflessi di pioggia, ma la sua bellezza non ne è assolutamente minata. 




C’è una luce particolare che rende il candore dei marmi quasi fastidioso ai primi sguardi. Città ionica, nel 334 Alessandro Magno la liberò dai Persiani. Passata sotto il dominio romano, divenne capitale della provincia di Asia (129). Efeso è maestosa, immensa! Ogni angolo riserva sorprese e suscita curiosità di conoscere e capire sempre più. Il teatro è fantastico, con i marmi che sfumano sull’azzurro, regalando effetti ottici emozionanti. 

E davanti all’eleganza della biblioteca di Celso ci si cala nel silenzio, provando a goderne ogni suo singolo ricamo. 


E i viali, adornati con colonne, la boulè (che rievoca reminiscenze universitarie – e, mi regala, un’emozione particolare pensandomi lì seduta, dove le decisioni venivano prese.
Tantissimi i cinesi lì per scoprire Efeso ed è stato simpaticissimo vederli stupiti davanti alle latrine (ancora diffusissime nelle loro città). Dentro un padiglione vi sono custoditi i resti di alcune case padronali, con mosaici e pitture ornamentali alle pareti.




A donare un tocco di misticità a questo luogo quasi sacro per bellezza e per il passaggio del tempo, vi sono i gatti di Efeso: essi mi sono sembrati i veri abitanti, conoscitori dei suoi misteri, passeggiavano tronfi, tra una pietra e l'altra...

Pioggia a parte, il viaggio nelle bellezze della Turchia, quelle conosciute ai più, quelle dei viaggi standard è stato interessante e anche un po’ sconvolgente, dopo la vita trascorsa a Gaziantep e in tutto questo sud-est turco, così tradizionale, così già medio-oriente…

Visitata Efeso, in tarda serata, dopo tre e più ore d’autobus, abbiamo raggiunto Denizli: nuova Turchia ci attende! 

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