martedì 12 novembre 2013

Fez - Marocco.

Stanotte ho dormito a Fez. Ho trovato uno squallidissimo albergo davanti a una delle entrate della medina.  
La porta della mia camera non chiudeva dall’interno e un signore molto gentile, che parla solo arabo, le ha inflitto, sghignazzando, due colpi secchi di martello e sistemato dei gancetti per chiudere la porta con un lucchetto. Le coperte erano vecchie e luride, le lenzuola e l’asciugamano forse… I coprifili della porta del bagno stracciati dalla parete, la porta con uno squarcio grande quanto la bocca di un forno. La doccia perdeva acqua di continuo e dal bagno si diffondeva un forte odore di fogna e che raggiungeva ill corridoio esterno. Ma la fortuna è che, nonostante mi avessero detto che non avrei avuto internet in camera, ogni tanto son riuscita a connettermi.
La notte è stata lunga. Ho dormito poco. Dalla strada arrivavano rumori che narravano una notte interessante in corso.
Qui a Fez, nella sua medina, siamo indietro di 500 anni almeno. Le strade si moltiplicano, si restringono, si articolano, si ingarbugliano. Ti fanno penetrare nell’oscurità, nell’incertezza, nell’intestino della città e della vita. E lì non puoi avere paura perché quella ti sbrana. Non son luoghi per chi ha il timore dentro. Ti si aprono varchi di mondi a ogni passo che raccontano il passaggio elegante e umido di vite misteriose e magiche. I pavimenti, le loro meravigliose decorazioni, le porte finemente incise e dipinte, le fontane, i mosaici: un inchino alle antiche maestrie!
I cani abbaiano. Le strade, adesso, appartengono a chi non ha niente da perdere, a chi si gioca ogni istante. Verso le 5 del mattino risuona un canto, amplificato col megafono. E' un richiamo religioso, dura a lungo ed è solamente per chi in quelle vie ci è nato, ci vive e ne è intriso. Non è per me. Però me lo godo,  fortunata testimone.
Arriva, faticosamente, il giorno. Scendo per fare colazione alle 8e30, come mi è stato raccomandato. Mi fanno accomodare in terrazza. Il sole è già molto forte, nonostante l’orario. Posso scegliere tra latte, caffè e te. Arriva il caffellatte, accompagnato da un cestino di pane, un piattino con del formaggino e uno con la marmellata di albicocche.  Mi affretto a spalmare sul pane prima l’uno, poi l’altra curiosa e un po’ dubbiosa del connubio, ma il sapore è piacevole. Cerco di mangiar velocemente poiché bastano solo pochi istanti per essere assaliti dalle vespe.



Quindi, riorganizzo lo zaino e son pronta per inoltrarmi negli intestini di questa antica e verace città.
Non ho paura, ma inizio a sentirmi più sicura quando mi rendo conto che in molti mi scambiano per una del luogo. Ogni tanto qualcuno cerca di vendermi le proprie mercanzie. Mi fermo per dei braccialetti e lì un ragazzo si offre di accompagnarmi su una terrazza dalla quale posso ammirare la moschea (la cui entrata è interdetta ai non musulmani). E’ molto grande, racchiude anche l’Università ed è per questo che ha due minareti. I tetti son di un verde smeraldo bellissimo e anche ammirare Fez dall’alto è estremamente suggestivo.  




Visitiamo la casa dell’ebreo berbero (così è conosciuto ai più) nella quale è possibile acquistare oggetti meravigliosi. Poi visitiamo un’altra casa disposta su tre piani, ampie stanze in cui si vendono tappeti bellissimi, sia fatti a mano che a telaio. 



Di seguito eccoci nei locali dove una cooperativa di donne, sempre a telaio, creano sciarpe e copriletto. E lì son quasi costretta ad acquistarne una in lana di cammello, di un giallo potente ricavato dallo zafferano.
E poi verso l’albergo, in quanto è presto ora di volare in Italia: 
Salam Marocco!

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