Il sole è già tramontato al mio arrivo e l'aeroporto, col suo nome mastodontico "Alexander The Great", accoglie i visitatori con la magnificenza di una struttura robusta, ma senza il sovraffollamento che naturalmente ci si aspetterebbe e, con un'imponente statua che ti ricorda, ancora una volta, che questa era (probabilmente) la patria di un grandissimo condottiero, che non siamo assolutamente in luogo qualsiasi, remoto, ristretto, ritagliato, raggrinzito dalla storia.
Salgo sull'autobus dove è possibile pagare il biglietto sia in euro che in dinari. Si parte e con mille occhi provo a capire dove mi trovo, dove sono arrivata dopo meno di due ore di volo, se è davvero un luogo così diverso e lontano da me. Sono i Balcani, da sempre sentiti, mitizzati o disprezzati, spesso guardati con paura, diffidenza, come fossero "altro", così come loro si definiscono, nel bene e nel male. Anche i nomi delle principali arterie che conducono in città son dedicate al grande condottiero e a Madre Teresa di Calcutta, altro grande esempio di cui andar fieri.
La natura è davvero esplosiva, casette qua e là che sarebbero potute essere la fonte d'ispirazione per gli impressionisti francesi e colline verdi che ornano i movimenti delle strade come preziosi ricami su tovaglie antiche.
Arriviamo in città e, dopo un'estesa periferia, l'autobus mi lascia in una sorta di sottopassaggio oscuro che fatico a identificare come la stazione centrale, ma lo è! Scendo, mi guardo intorno, chiedo informazioni, sulla direzione da intraprendere per raggiungere il mio ostello.
La città è grigia e poco accogliente, ma grazie all'estrema gentilezza e disponibilità dei suoi abitanti riesco a raggiungere l'ostello con facilità, visto che si trova poco distante dalla stazione.
A un primo e prolungato sguardo l'ostello sembra chiuso, nessun segnale di vita. Fermo un passante per chiedere informazioni e, gentilmente, chiama il proprietario che arriva dopo circa 10 minuti a bordo di una moto stile Harley Davidson. L'ostello è deserto, cumuli di macerie, polvere e materiale edile all'ingresso. Mi mostra la camera provando a riordinarla velocemente e spruzzando profumo ovunque. Rimango leggermente interdetta fin quando non bussano alla porta due sud-coreane in giro per l'Europa. Divideranno la camera con me e, memore dell'esperienza turca, penso che le coreane capitino nel posto giusto, al momento giusto!
Skopje, a mio avviso, non è una bella città. Distrutta dal terremoto del 1963 non conserva angoli suggestivi, Il centro sovrabbonda di sculture di bronzo, di piedistalli pacchiani, di ponti sovraffollati di personaggi che, per qualche motivo, si vuole ricordare.
Vi è il mausoleo di Madre Teresa di Calcutta che non suscita nessuna voglia di essere visitato internamente. Attraverso un antico ponte in pietra m'inoltro nella parte turca della città che si sviluppa in graziose viuzze ricche di negozi e di case di pochi piani, qualche moschea, qualche chiesa ortodossa, ma senza particolari stupori.
Forse, gli angoli di Skopje che preferisco son quelli più popolari, con palazzoni che rimandano all'epoca comunista. Scritte sui muri che non riesco a decifrare, edifici vecchi, ma affascinanti e tutto quel verde disordinato che cresce spontaneo ovunque e che Clement Gilles chiamerebbe "terzo paesaggio" (con tutte le ricchezze che in esso si determinano). Forse il fascino di Skopje è incastonato lì, tra palazzi offuscati da tempo, comunismo e misteriose parole macedoni...





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2 commenti:
che bella la tua avventura, ti ammiro molto!
Ele
Grazie! :)
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