martedì 12 novembre 2013

Fez - Marocco.

Stanotte ho dormito a Fez. Ho trovato uno squallidissimo albergo davanti a una delle entrate della medina.  
La porta della mia camera non chiudeva dall’interno e un signore molto gentile, che parla solo arabo, le ha inflitto, sghignazzando, due colpi secchi di martello e sistemato dei gancetti per chiudere la porta con un lucchetto. Le coperte erano vecchie e luride, le lenzuola e l’asciugamano forse… I coprifili della porta del bagno stracciati dalla parete, la porta con uno squarcio grande quanto la bocca di un forno. La doccia perdeva acqua di continuo e dal bagno si diffondeva un forte odore di fogna e che raggiungeva ill corridoio esterno. Ma la fortuna è che, nonostante mi avessero detto che non avrei avuto internet in camera, ogni tanto son riuscita a connettermi.
La notte è stata lunga. Ho dormito poco. Dalla strada arrivavano rumori che narravano una notte interessante in corso.
Qui a Fez, nella sua medina, siamo indietro di 500 anni almeno. Le strade si moltiplicano, si restringono, si articolano, si ingarbugliano. Ti fanno penetrare nell’oscurità, nell’incertezza, nell’intestino della città e della vita. E lì non puoi avere paura perché quella ti sbrana. Non son luoghi per chi ha il timore dentro. Ti si aprono varchi di mondi a ogni passo che raccontano il passaggio elegante e umido di vite misteriose e magiche. I pavimenti, le loro meravigliose decorazioni, le porte finemente incise e dipinte, le fontane, i mosaici: un inchino alle antiche maestrie!
I cani abbaiano. Le strade, adesso, appartengono a chi non ha niente da perdere, a chi si gioca ogni istante. Verso le 5 del mattino risuona un canto, amplificato col megafono. E' un richiamo religioso, dura a lungo ed è solamente per chi in quelle vie ci è nato, ci vive e ne è intriso. Non è per me. Però me lo godo,  fortunata testimone.
Arriva, faticosamente, il giorno. Scendo per fare colazione alle 8e30, come mi è stato raccomandato. Mi fanno accomodare in terrazza. Il sole è già molto forte, nonostante l’orario. Posso scegliere tra latte, caffè e te. Arriva il caffellatte, accompagnato da un cestino di pane, un piattino con del formaggino e uno con la marmellata di albicocche.  Mi affretto a spalmare sul pane prima l’uno, poi l’altra curiosa e un po’ dubbiosa del connubio, ma il sapore è piacevole. Cerco di mangiar velocemente poiché bastano solo pochi istanti per essere assaliti dalle vespe.



Quindi, riorganizzo lo zaino e son pronta per inoltrarmi negli intestini di questa antica e verace città.
Non ho paura, ma inizio a sentirmi più sicura quando mi rendo conto che in molti mi scambiano per una del luogo. Ogni tanto qualcuno cerca di vendermi le proprie mercanzie. Mi fermo per dei braccialetti e lì un ragazzo si offre di accompagnarmi su una terrazza dalla quale posso ammirare la moschea (la cui entrata è interdetta ai non musulmani). E’ molto grande, racchiude anche l’Università ed è per questo che ha due minareti. I tetti son di un verde smeraldo bellissimo e anche ammirare Fez dall’alto è estremamente suggestivo.  




Visitiamo la casa dell’ebreo berbero (così è conosciuto ai più) nella quale è possibile acquistare oggetti meravigliosi. Poi visitiamo un’altra casa disposta su tre piani, ampie stanze in cui si vendono tappeti bellissimi, sia fatti a mano che a telaio. 



Di seguito eccoci nei locali dove una cooperativa di donne, sempre a telaio, creano sciarpe e copriletto. E lì son quasi costretta ad acquistarne una in lana di cammello, di un giallo potente ricavato dallo zafferano.
E poi verso l’albergo, in quanto è presto ora di volare in Italia: 
Salam Marocco!

Fez, le concerie e storie di vita...

Non ho dedicato molto tempo a Meknes, non l’ho conosciuta in profondità, però è già ora di un’altra avventura: mi aspetta Fez e la sua medina dalle 9000 vie.
Partiamo in treno. Con noi, pure Zakaria. Incontreremo un suo amico francese appena in stazione. Guelle, questo è il nome del  ragazzo bretone che conosce bene l’Africa. E’ venuto in Marocco con la propria auto e ha come destinazione la Mauritania. Tutti insieme ci addentriamo brevemente nella medina, visitiamo le concerie e, l’odore è così forte, che mi viene capogiro, ma lo spettacolo è davvero unico! 



Poi tutti in auto per raggiungere la casa di un amico di Guelle che si trova appena fuori Fez, sulle colline, da dove si domina la città e non se ne vede la fine. Il sole e alto, ma c’è un’aria fresca. Il cielo è sempre di un azzurro intenso. Lungo il percorso, sul ciglio della strada, quintali di lana di pecora ammassati.


Veniamo accolti con estrema gentilezza. Ci viene offerto il solito te dolcissimo alla menta e poi, in un’altra stanza, un bel pranzo solo per noi… Pesce, pomodori e cetrioli, riso bollito con patate e la classica pecora speziata con ottime patate. Io sbrano tutto velocemente e con gusto e questo pasto mi farà anche da cena.



Il ragazzo francese è in Africa per lavoro. Infatti, il suo è un lavoro particolare: sotto ordinazione, trasporta in Africa vecchie auto che acquista e sistema un po’ in Europa. La macchina nella quale stiamo viaggiando, per esempio, diventerà un taxi in Mauritania ed è stranissimo il solo pensiero. 
Trascorriamo una serata piacevole e poi saluto i miei compagni di viaggio e mi appresto a vivere in solitaria la mia ultima giornata prevista in Marocco!

Marocco e le sue terre estreme: direzione Missour!

Passa a prenderci Zakaria, un amico di Saad di Meknes. Lui è un musicista disoccupato. Facciamo il pieno di benzina (50 euro) e si parte! In teoria, per raggiungere Missour, ci vorrebbero 4 ore, in pratica ne impieghiamo 5.
Viaggiare per le strade del Marocco è davvero interessate, il paesaggio cambia velocemente e spesso, offrendo tanti spunti di riflessione. Attraversiamo un lungo tratto interamente coltivato a cipolle, sebbene in modo a me sconosciuto. Probabilmente è una tecnica legata all’aridocoltura, ma dovrei informarmi meglio.


Superiamo una zona semi-desertica per raggiungere Ifran, una famosa località di montagna, dove i marocchini benestanti si concedono giornate di relax. Non sembra assolutamente di essere in Marocco, bensì in un qualsiasi paesino montano europeo.
Proseguiamo ed ecco a noi una zona fortemente desertica, inospitale all’uomo. La terra è arida e non esistono colori distanti dal giallo secco a dar sollievo. Le colline si susseguono fedeli a se stesse. Ogni tanto, nel bel mezzo del niente, compaiono degli esseri  umani sui bordi delle strade che seguono o guardano da lontano le loro greggi. Gli insediamenti umani sono scarsi, poche case di fango e paglia sparse qua e là, circondate da cumuli di rifiuti.



Il paesaggio non è più rassicurante. Mi sento al confine con la vita, perché il deserto lo è. Mi sento nella pancia della terra, lontana da tutto e tutti, indifesa e sola. Cerco di dominare questa sensazione perché avere paura, in queste situazioni, non è utile, né se lo si può permettere. Bisogna unicamente sapere che un vento soffia e assecondarlo per sopravvivere.



Ci troviamo nel regno dei berberi, prossimi al confine con l’Algeria. E’ una delle zone più povere del Marocco. Appena fuori dalle mura di un villaggio ci ferma un signore totalmente vestito di bianco. E’ diretto a Missour e ci chiede un passaggio.


Con mia curiosità e gioia, viaggerà con noi. Si siede sul sedile posteriore e rimane ben rannicchiato nel suo lato. Osserva tutto, sembra timoroso e non parla, mi guarda con occhi sgranati quando si rende conto che non sono marocchina.
Arriviamo a Missour. Ad accoglierci l’amico di Saad, Josef. Il signore in bianco ci saluta calorosamente e ci invita nel suo villaggio.


C’incamminiamo verso casa di Josef e ad accoglierci vi è una tavola imbandita di mille dolci. Ci togliamo le scarpe davanti al tappeto, ci accomodiamo su un grande divano e ci lavano le mani con una caraffa e una sorta di bacinella d’argento. Inizialmente, penso che il nostro pranzo sarà a base di dolci, ma ho decisamente da ricredermi quando, poco dopo mezz’ora, i dolci vengono velocemente sostituiti da peperonate, insalate di cetrioli e pomodori, e da un grande piatto a base di pecora cucinata con spezie, prugne, albicocche e noccioline (tutti prodotti nell’oasi vicino al paese). Il pane è fatto in casa dalla mamma di Josef, così come la gran parte delle pietanze a tavola: tutto delizioso! A servirci, oltre a Josef, ci sono i due fratelli minori e, successivamente, di rientro da un lungo viaggio, si intrattiene con noi il padre, vestito con un abito “tipico” grigio (sebbene ogni tanto si assenti per pregare). La madre la si vede circolare nell’andito accanto alla sala da pranzo per gran parte della giornata, senza che venga a salutarci.




Usciamo di casa per visitare dei villaggi in cui risiedono nonni e zii di Josep e poi dovremmo addentrarci nell’oasi e verso il fiume che la nutre. Nel frattempo, abbiamo la fortuna di assistere a una cerimonia particolare, ovvero la famiglia della sposa, a suon di tamburi, carica su un furgoncino la dote che le è destinata. Ammirato lo spettacolo, si parte. Conosciamo i parenti vari e il cugino di Josef si unisce a noi per le prossime tappe. E’ un confronto molto interessante: Josef studia ingegneria agraria a Meknes, è intelligente e molto attivo. Ha studiato per due mesi in una cittadina della Francia centrale e aspira a frequentare un master in Inghilterra o negli Stati Uniti. Lui vorrebbe cambiare le sorti della sua terra, della sua città, rendendola più accogliente per la vita umana. Raggiungiamo una zona verde, un grande rettangolo di olivi, albicocchi, mandorli che ricevono linfa vitale dal fiume che scorre lì vicino.





Di ritorno a casa ci aspetta una ricca e deliziosa merenda. Finalmente, la dolcissima mamma si siede con noi, intorno al tavolo. E’ molto composta e parla solamente se interpellata, ma ci dimostra tanto affetto e calore.  Ci sono due cose che mi colpiscono: siamo nel pieno deserto, immersi nell’estrema povertà, ma il padre di Josef riesce tranquillamente a comunicare con noi in un discreto inglese e il grande e diffuso uso dei social network (soprattutto Facebook e Twitter) per comunicare col mondo intero.
Ci riposiamo un po’ e poi in viaggio verso Meknes. Ci aspettano 5 ore di cielo stellato del deserto Marocchino. Ci consigliano un’altra strada rispetto a quella della mattina nella quale, in alcuni punti, potrebbero esserci dei ladroni.

A Meknes arriviamo verso l’una del mattino, sani e salvi e con una grande esperienza di cui far tesoro!

lunedì 11 novembre 2013

In viaggio per Meknes...

Per raggiungere Meknes abbiamo impiegato 6 ore: 5 in autobus fino a Fez e poco meno di un’ora di treno da Fez a Meknes. Il viaggio è stato piacevole, sebbene alla fine sia stato anche molto faticoso. 
Colazione a Chefchaouen in un bar del corso, nel quale ad accoglierci è stato un signore molto simpatico.



Scelgo la colazione tipica marocchina a base di uova, formaggio fresco, carne, olive e pane (deliziosa!).
Un ultimo giretto tra i vicoli turchesi e siam pronti a salutare la città verso le 13. Saad ha comprato un po’ di pane e ha ancora con sé formaggio e olive, che si son dimostrate utili verso le 15, quando veniamo assaliti, lungo il cammino, da una fame cosmica e il cioccolato fondente che porto con me non basta più…



Durante il viaggio ho la possibilità di vedere un po’ di Marocco e i paesaggi mutano velocemente. Vedo la povertà dei villaggi, roghi sparsi qua e là per bruciare rifiuti (quindi immagino che non esista un sistema di raccolta ed è per questo motivo che i rifiuti son davvero sparsi ovunque, anche nei campi coltivati), vedo piazzuole create giusto per attendere il passaggio di taxi e autobus in mezzo al niente (capita di vedere sedie e tavolini sotto gli alberi, a disposizione di coloro in attesa).


Attraversiamo zone molto aride, uliveti e un grande lago che contribuisce a rendere meravigliosamente bello il paesaggio che ci circonda.
Una volta raggiunta Fez, percorrere alcuni tratti della città nuova mi ha trasmesso tanta allegria. E’ una città totalmente differente da quelle già visitate. E’ energica, viva, sprizza modernità… Raggiungiamo velocemente la stazione ferroviaria che è una struttura di recente costruzione. Il treno parte con un po’ di ritardo e, come da manuale, viaggia a porte aperte.

Arriviamo a Meknes, poggiamo gli zaini e ci dirigiamo nella zona storica, che si prepara ad affrontar la notte. I commercianti hanno già conservato banchetti e mercanzie e, per strada, rimangono soltanto gli ingombranti involucri e scatoloni del loro passaggio. I bambini giocano a pallone negli ampi spazi appropriandosi a loro modo della bellezza del loro passato e del loro presente: fortunati!





Piantagioni di marijuana in Marocco.

Sveglia presto, appuntamento alle 8 del mattino per vivere l’esperienza di trovarsi in una piantagione di marijuana. Dicono che l’aria fresca del mattino esalti il profumo delle piante. L’ostello dorme ancora, stremato dalla musica notturna. Usciamo con qualche minuto di ritardo. Fa fresco e la luce del sole che sorge, sulle mura turchesi delle case, regala attimi stupendamente sospesi. Sembra un paese tra le nuvole, protetto dalle sue imponenti montagne. Sa di dolcezza, sebbene i suoi abitanti spesso non lo siano. A volte pare che questi luoghi non appartengano loro, perché l’estrema luminosità si contrappone all’oscurità di sguardi e atteggiamenti nei confronti del visitatore straniero.








Attraversiamo il paese che, ancora, dorme, e c’incamminiamo verso la montagna. La sensazione è che essa sia una sorta di madre per gli uomini di questa zona, una sorta di complice che li protegge dall’altrove, sia esso un luogo, siano essi uomini. La costeggiamo, le camminiamo dentro, superando piccole casette e angoli completamente selvaggi. Raggiungiamo la piantagione dopo circa mezz’ora… E' prossima al centro abitato e si possono godere dei panorami mozzafiato: il sole illumina e la montagna oscura angoli di paese, a intervalli di tempo. L’aria è ancora frizzantina e la natura si stiracchia… Il ragazzo che si offre di accompagnarci è di poche parole, ha ancora il peso della notte sulle spalle e, probabilmente, sulla testa. Arriviamo a destinazione e bussiamo alla porta di una casetta semplice, costruita con materiali di fortuna. I cani abbaiano. Aspettiamo qualche istante e un uomo (di cui non ho mai saputo il nome) con una felpa gialla spunta fuori. Si sta svegliando proprio in questo istante e ci chiede alcuni secondi per prepararsi ad affrontare il nuovo giorno. Nel frattempo ci fa accomodare su un tronco d’albero. Con un bidone arancione raccoglie dell’acqua dal fiume che scende purissima dalla montagna e ci prepara un dolcissimo te alla menta. Abbiamo il tempo di guardarci intorno: c’è molto disordine nelle campagne marocchine, è un territorio totalmente al servizio dell’uomo.
Ecco che sulla spalla porta due grandi sacchi plastificati bianchi, uno alla volta. Il primo è stato poggiato su un tavolo e, all’interno, vi erano dei mazzi di cannabis essiccati. Mentre, nel secondo vi erano le foglie già sminuzzate. Quindi, prende un grande piatto concavo, lo spolvera velocemente con la mano e lo ricopre con un telo nero e poroso, legato ben stretto. Questa operazione richiede un po’ di tempo, ma subito dopo vi riversa pugni generosi di foglie che poi ricopre con la tela bianca che, a sua volta, lega ben stretta. Quindi, inizia a battere due stecchette di legno a suon di musica e per qualche minuto. Scarta l’involucro e una polvere marron-verde riempie il piatto in tutta la sua ampiezza. 









Io rimango un po’ delusa, speravo di vedere le piante in tutta la loro bellezza, mentre scopro che son state tagliate ad agosto, perché il freddo invernale le brucia. Quindi, rientriamo nel centro abitato e ne approfittiamo per esplorare una pacifica e bellissima zona, quella in cui arriva un piccolo fiume dalle montagne e le donne si ritrovano per fare il bucato. Pare che sia una scena che richiama lo sguardo curioso di fotografi e visitatori. In effetti, sembra di essere in un dipinto vivente. Vi troviamo due donne, una non vuole assolutamente essere immortalata, mentre l’altra, accompagnata dai suoi due bambini, mi veste con gli abiti tipici del luogo. 





Nel frattempo, le sue due pesti (ma soprattutto la bambina) si divertono a farsi fotografare e non sono mai stanchi di ridere di gusto e di ammirare le loro immagini per sempre impresse in una pellicola…
E’ ancora presto, la città è sgombera di turisti. E’ un piccolo paese preso d’assalto soprattutto da spagnoli, tutti pronti a catturare le magie di luce e colore, ma anche la quotidianità di chi a Chefchaouen ci vive, di chi non conosce altra vita che quella offerta dalla città blu. Ed è per questo che in molti manifestano forte ostilità di fronte all’obiettivo di una macchina fotografica.

Verso le 11 ci fermiamo per colazione in un piccolo bar. Ho presto un caffe con latte, un dolce e, successivamente un uovo fritto e delle ottime olive. Inoltre, ho assaggiato l’ amlou, un dolce e sostanzioso mix tra olio d’ argan, miele e mandorle…



domenica 10 novembre 2013

Chefchaouen, la città blu!

Abbiamo lasciato Rabat verso le 10 del mattino e siam partiti col tassista col quale, ieri, abbiam contrattato il costo del viaggio (120 euro totali). Ha una Mercedes bianca, un vecchio modello, ma poteva andarci peggio, infatti l’auto è, comunque, abbastanza confortevole. Non esiste, in Marocco, un sistema di trasporti capillare, per cui è comune viaggiare tramite taxi. Il viaggio è lungo, dovrebbe durare sulle 3 ore.
La strada non è assolutamente lineare: dopo un breve tratto di due corsie, ampie e interrotte da siepi verdi, i percorsi si fanno sempre più tortuosi e aspri. I paesaggi si succedono velocemente e sono assai vari. Al principio, la sensazione è proprio quella di essere in Africa. Terra rossa, vegetazione ricca, sebbene sofferente. Gruppi di persone si accalcano sui bordi della strada, in attesa di un passaggio che li conduca chissà dove…
Poi, tutto intorno si fa più asciutto, secco, ingrato… La terra diventa opaca e frantumata dall’arsura. E’ aspra e ingenerosa per chi la vive e di essa deve nutrirsi. Attraversiamo degli insediamenti umani, alcuni sono minuscoli, altri più grandi e caotici. La miseria è una costante durante tutto il viaggio. Le vacche sono magre, dai bacini segnati e, sembra portino il peso di una vita difficile, di stenti… Così come le persone che velocemente riesco a catturare con lo sguardo, così come le loro dimore.



Durante il percorso incontriamo delle piccole saline e fiumi asciutti di pietre immobili… La guida è spericolata. Per strada, a rallentare il traffico e rendere nervosi gli automobilisti, anche lenti carretti trainati da asini affaticati.
Verso e oltre le 14 arriviamo a Chefchaouen. L’ostello è all’interno dell’ azzurro di questa cittadina. E’ una casa tipica, dai pavimenti antichi e finemente colorati, l’unica scomodità è la presenza di un unico bagno al piano terra (la nostra camera è al secondo). Lasciamo le valige e ci consigliano di comprare di corsa il biglietto dell’autobus per Meknes, in quanto i prossimi giorni saranno festa nazionale e rischiamo di trovare tutto chiuso. Riusciamo a prenotare due posti sull'autobus per Fez e da lì prenderemo il treno per Meknes, purtroppo è l’unica soluzione possibile.
Liberati da queste incombenze, c’incamminiamo per la città, ansiosi di vivere tutto il blu di questo mondo… Alcuni angoli sono veramente incantati, pare di essere nel bel mezzo di una soffice nevicata, dentro dello zucchero filato, protagonisti di una favola…







C’è la forte luce del Mediterraneo africano a giocare con la realtà. E poi ci sono le donne che faticano sulle salite, uomini persi, bambini aggressivi e ragazzine minacciose. Ci sono galline, spazzatura, gatti magrissimi e malati, concentrazione d’antenne e di panni stesi, e moltissimi negozi d’artigianato locale, ma anche manufatti made in China (e questo m'infastidisce un po'!)




La passeggiata è rilassante e ogni angolo, a Chefchaouen, è motivo d'ispirazione...
Arriva il fresco della sera e la cena è a base di tajine, pollo con verdure (delizioso!)


venerdì 8 novembre 2013

Alla scoperta di Rabat...

Oggi è stata una giornata intensa. Mi sono svegliata prestissimo e son scesa per fare colazione. Speravo in un po’ di pace. Ho scelto un posticino di fronte alla vetrata e, così, ho potuto ammirare la città che si risveglia.
Si capiscono tante cose nell’intimità della mattina.

Si preannuncia una giornata calda, il cielo è limpido e il sole alto. E’ energica Rabat e ha delle donne meravigliosamente fiere e forti.  Siamo usciti intorno alle 10. Abbiam raggiunto il mausoleo, attraversando una zona estranea ai circuiti turistici, sebbene Rabat non sembri assolutamente presa d’assalto da masse di viaggiatori. Il mausoleo è meraviglioso. Le architetture sono impreziosite da eleganti ricami.



Il cielo è limpido e il suo azzurro gioca al contrasto con i colori che gli uomini hanno donato alle loro opere. E’ la stessa sensazione che provo durante la visita alle rovine della prima Rabat. L’arancione profondo e intenso si contrappone a un azzurro puro, due colori meravigliosi se posti accanto… Forse, è proprio questa la cosa più bella: l’arancione che disegna l’azzurro, l’azzurro che disegna l’arancione…






Rabat!

In bilico tra Europa e Africa, tra conosciuto e non, tra immaginazione e non, tra stereotipi e non.
Sentirsi una privilegiata, ecco!
Rabat! L’aereo ha volato basso per qualche minuto, prima di atterrare. Lo spettacolo è stato magnifico: una terra di un rosso intenso e caldo. Un colore meraviglioso che meriterebbe un nome a sé. A interromperne la pace, alberi verdi a volte densissimi, altre miseri.
Nel primissimo pomeriggio siamo usciti per scoprire la città. L’impressione più immediata è a cavallo tra ciò che mi aspettavo ed eventuali similitudini con altre città già conosciute. A tratti pare di essere a Cagliari, altre a Genova, ma la vegetazione è estremamente più calda.
La medina è incantevole. Ci arriviamo per caso, dopo un te dolcissimo alla menta, in un baretto delizioso. Ci incamminiamo in una via dalle pareti celesti e lì a perderci  tra le mille intricate viuzze, a coglierne la vita dei suoi abitanti, la bellezza di porte e finestre, a rubarne i segreti dei focolai e strappare sorrisi ai bambini.




E’ bella Rabat, di un'intensità che cogli nel tempo. L’oceano le regala quell’aria sognatrice, quella spontaneità di chi gioca a pallone sulla spiaggia, di chi la inonda di musica, di chi ci si ferma senza un perché…  E’ una città viva, ma soprattutto è umana. C’è l’oceano che ha il sapore di Mediterraneo, c’è il velo d’Europa che le si stende addosso e poi c’è quel che ancora non conosco, l’essenza africana…


giovedì 7 novembre 2013

Una notte a Madrid!

Tornare a Madrid è sempre un rientrare a casa. Ad accogliermi un’aria frizzantina, almeno 10 gradi in meno rispetto alla Sardegna.

Juanito non è potuto venire a prendermi in aeroporto poiché era ancora in ufficio e ci siam dati appuntamento, dopo le 18e30, davanti al VIPS in Colombia (fermata di metro). 
Quindi, ho preso la metro da Barajas ed è stato molto emozionante. Non ricordo di aver provato gli stessi stati d’animo l’anno scorso, l’ultima volta che ho visitato Madrid. 
Non saprei… E’ che forse dopo la Cina tutto è diverso o che a furia di sommare, niente è più uguale. O forse è grazie ai miei ultimi studi che il mio sguardo è sempre più vigile. La metro non è cambiata, è sempre accogliente e super efficiente. In meno di mezz’ora ho raggiunto Colombia e nel frattempo mi son fatta coccolare dalla parlata madrilena di due uomini d’affari, in piedi, di fronte a me… La sensazione è quella felice di un’Europa dei popoli e io mi sento fortunata nel percepirla e nel farne parte. In attesa di Juanito, chiacchiero con tre ragazzi, di cui uno tunisino, che tentano di raccogliere fondi per i rifugiati in Siria. Lui non è particolarmente felice di vivere a Madrid, dice che in Tunisia guadagnerebbe molto meglio, ma oramai ha moglie e figlio e si deve accontentare. Mi parla della tragedia di Lampedusa, dell’atteggiamento del Governo italiano nei confronti dei migranti, lo sguardo si fa duro… Sono gli occhi di chi sa benissimo che poteva essere uno di loro, occhi di una fratellanza umana. Perché l’acqua che ci separa ci fa credere di essere così diversi l’un dall’altro? Di essere così lontani? Un tempo le acque erano elementi d’unione,  adesso separano… Il mondo è, per me, un lungo continuum, un lento modificarsi di genti, luogo per luogo, ma sempre parte di un unico tutto…
Arriva Juanito, ci rifugiamo in un pub irlandese vicino casa, mangiamo patate piccanti e ci raccontiamo mesi di lontananza, aspettative e futuri traguardi da raggiungere… Lui è sempre uguale e, in apparenza, pure io. Cena in famiglia (manca solo Jaime) e poi a dormire: domani Marocco!