mercoledì 23 dicembre 2015

Bari e la Puglia...

Io, la Puglia ho desiderato intensamente scoprirla, viaggiarci lentamente, godermi la monotonia del quotidiano, il variare della luce, stagione per stagione.
Sono state varie le occasioni avute e non catturate, gli inviti declinati, gli imprevisti subiti, i sogni posticipati. Raggiungerla è capitato per caso e non, certamente, con la finalità per cui avrei desiderato. Mi sono accontentata, e ho approfittato di importanti impegni lavorativi per concedermi questa location così particolare, così sospirata. Non nego, però, che il sogno non si è ancora esaudito, ma tale esperienza ha contribuito a farmi comprendere che la modalità di viaggio che vorrei vivere per assaporare questa terra unica è quella più adatta.
Sono atterrata a Bari in una giornata di sole, metà mattina. Ho destinato poche ore, ma molte energie e curiosità, per addentrarmi nel suo centro storico di cui avevo abbondantemente sentito parlare, in maniera leggendaria, folcloristica. Nella mia mente, infatti, mi ero costruita un’idea particolare di questo luogo che è stata, totalmente, smontata dall’esperienza. Una miriade di stradine, strette e ombrose… Un intricato dedalo di vicoli, un labirinto antico, popolare ed estremamente umano… Un intestino umido e verace… Profumi di cibo, televisioni a tutto volume, solenni silenzi pomeridiani, panni stesi in ogni dove, bambini in canottiera e calzoncini pronti a sfidarsi in giochi antichi, diffidenza negli sguardi come se stessi profanando la loro intimità, tranquillità e sicurezza nel lasciare gli usci di casa socchiusi… 






Il tutto mi narrava una vita sospesa, durante il meritato riposo pomeridiano… Un mondo vero, antico, inafferrabile per me, passante rapida, con la fretta addosso…
In pieno centro storico sorge la cattedrale di San Nicola di Bari, candida, semplicissima, ma maestosa ed elegante. A colpirmi profondamente è la cripta. Lì, al termine delle navate laterali, sostenuta da 26 colonne, pregano in contemporanea cristiani cattolici e ortodossi… Un’emozione unica, un condensato di mondo, di fede, di umanità in pochi metri quadri…





Ho dovuto abbandonare Bari di corsa in direzione sud, Lecce, Salento… Mi si è palesata, rapida, una terra al tramonto, bellissima, proiettata al futuro, ma con un’identità ben impressa, inconfondibile, meravigliosa… Un sud elegante, un Mediterraneo intenso, una bellezza decisa, in un bilico pacato tra malinconia ed euforia, in un braccio di ferro che solo la volontà umana riesce a volgere a suo favore… Che solo un popolo deciso a crescere, a investire su se stesso, consapevole delle proprie potenzialità, pronto a preservarle e a metterle a valore, in una scommessa col futuro, in un patto col passato, in una promessa col presente, ambisce ad affrontare.

lunedì 2 novembre 2015

La mia Bielorussia...

Aksana, Andrei e Vova sono tre ragazzi bielorussi che abbiam avuto la fortuna di conoscere e coi quali abbiamo instaurato una bella amicizia. E’ grazie alla loro disponibilità e sensibilità che siamo riusciti a vivere un’esperienza profonda e umanamente altissima durante la permanenza in Bielorussia. Oltre ad averci fatto compagnia nella visita di una delle maggiori attrattive turistiche del Paese, il castello di Mir, ci hanno generosamente introdotto nella quotidianità delle loro famiglie, in un paesino di campagna distante qualche ora d’auto dalla capitale. Chiacchierar con loro, inoltre, ci ha permesso di capire meglio la realtà locale e arricchito di punti di vista e storie di vita.
Il castello di Mir, dal 2000, è entrato a far parte della lista dei monumenti patrimonio dell’umanità, protetti dall’Unesco. La motivazione è legata alla storia che ha vissuto e forgiato la struttura architettonica del castello. Esso risale al Quattrocento e fu costruito in stile gotico. Successivamente, fu ampliato in stile rinascimentale e, poi, in quello barocco. La struttura, armoniosa, sorge in una zona ricca di storia e rappresenta degnamente un esempio di castello dell’Europa centrale, nella somma delle sue influenze architettoniche. Raggiunto il piccolo paese di Mir, l’autobus si è impelagato nelle strette stradine che brulicavano di vita per la presenza del mercato cittadino. A catturare la mia attenzione, son stati immediatamente gli esseri umani che popolavano la piazza: visi particolari, sguardi espressivi e unici che ero ansiosa di conoscere meglio. 
Il castello è enorme, possente, confortevole e, a tratti, elegante.



Al suo interno vi erano varie esposizioni che, spesso, mal si sposavano col contesto e anche la ristrutturazione dell’immobile ci ha lasciati un po’ perplessi per quanto riguarda il rispetto di alcuni caratteri originari. La sua visita è stata, comunque, un’esperienza interessante soprattutto per quanto concerne la mobilia. Infatti, sono numerosi i pezzi di antiquariato che arredano varie zone del castello e raccontano uno spaccato lussuoso e di qualità artigianale e artistica della Bielorussia e di questa parte di Europa dalla storia antica.


Visitato il castello, è arrivato il momento di scoprire la vita nella piccola Mir. E’ periodo di raccolta delle patate per cui, nei campi e nei piccoli orticelli dinnanzi le case in legno, dipinte di colori intensi e allegri, è facile scorgere donne e uomini raccogliere provviste per l’inverno.





A stupire è la compresenza, in spazi ridotti, di chiese di vari ordini cristiani. Ad affascinarmi sono per lo più quelle candide, con cupole ortodosse, azzurre e dorate. La pace di metà giornata s’infonde per le strade e gli ambulanti si apprestano a riordinare gli spazi loro concessi. Le donne rientrano a casa in bicicletta, con la spesa nel cestino…




L’esperienza più significativa è, però, quella vissuta a Volozhin, una cittadina di circa 11 mila abitanti, dove risiede la famiglia di Aksana, la nostra cara amica. Lei ci ha accompagnato per scoprirne bellezza e particolarità.  Io ho la febbre e sono reduce da una notte “di fuoco” di vomiti e febbre, ma non posso assolutamente rinunciare a un’occasione unica…








La prima tappa è una casetta in campagna, in legno, di un verde acqua intenso. I suoi genitori amano trascorrerci l’estate e, spesso, i fine settimana. Prima di raggiungerla, ci inoltriamo in stradine strette, dalla vegetazione fitta. Lì a un incrocio, a colpirmi, è una sorta di altare coloratissimo, ricco di fiori. Quando chiedo conferme, Aksana, mi spiega che è un modo con cui, gli abitanti della zona, si affidano a Dio. E io, in quel momento, percepisco intensamente la fragilità umana di cui i bielorussi, colpiti da così tante catastrofi ravvicinate, sono ben consapevoli e la necessità di affidarsi totalmente e senza riserve a “colui che può”. La natura, all’esterno, è spumeggiante e offre, in questo periodo, delle pere dall’aspetto delizioso (che io evito di assaggiare memore dei consigli ricevuti pre-partenza).  La casa è circondata da un piccolo terreno coltivato e produttivo. Il bagno è esterno ed è nascosto in uno stanzino minuscolo in legno marron scuro.


Il bagno esterno

Seconda tappa è la casa di famiglia, dove Aksana è cresciuta e dove ancora risiedono i genitori. La mamma ci accoglie molto calorosamente. E’ una donna bellissima, bionda con occhi chiari, dolcissima e premurosa. Ha preparato, per la nostra visita, i draniki, una sorta di frittelle di patate e pancetta, piatto tipico della cucina bielorussa, che io, però, non mi sento di assaggiare, ma ho conferme in quanto a sapore delizioso. Ci racconta di uno zio emigrato in Italia molti anni fa e ci mostra l’attuale indirizzo di un nipote, oramai italianissimo, medico nel napoletano. Lo mostra col medesimo misto di umiltà e orgoglio delle nostre nonne quando raccontavano di un parente che “ce l’aveva fatta”, di cui andar fieri. La casa è confortevole e tutt’intorno vi sono dei piccoli orti che producono quanto necessario per l’autoconsumo. Inoltre, al lato della casa, vi sono le stalle per gli animali, in legno marron scuro, e sono abitate da maiali e pollame. Vi è, inoltre, una struttura più ampia, dove conservano le provviste, enormi sacchi di patate, e montagne di fieno.



Nella casa di fronte, oltre la strada, vive la nonna di Aksana. La struttura della casa è la medesima, ma un po’ più vecchia. Appena varcata la soglia, per accedere all’ala della parte abitata, dobbiamo dirigerci a destra. Lì, una nonnina dolce, ma grintosa, fa capolino, ci saluta calorosamente come le nonne sanno fare, e ci mette in tasca una barretta di cioccolato fondente.



Poi, ci accompagna per mostrarci ciò che ancora i nostri occhi non han conosciuto. Sulla sinistra, una volta varcata la porta, ci mostra una sorta di “pozzo” in pietra dove vengono conservate le patate. Poi ci accompagna all’esterno e ci mostra, orgogliosa, il suo allevamento di galline, polli, conigli, maiali…





Per me conoscere la famiglia di Aksana è stato quanto di più prezioso, in questa occasione, la Bielorussia mi abbia offerto. Mi ha donato uno spaccato di umanità difficile da descrivere a parole, ma molto prossimo a quello che mi capita, sovente, di respirare in Sardegna… Un misto di umiltà, consapevolezza, orgoglio… Una Bielorussia intensamente umana e fortemente conscia del suo essere in questo mondo, nel bene e nel male.

Grazie!

lunedì 26 ottobre 2015

Minsk, Bielorussia...

Minsk, capitale della Bielorussia, ci ha accolto a tarda notte, quando la percezione delle cose è più pacata, la città assopita, la sua bellezza intatta. La notte ti permette di mitigare le impressioni, ti può portare in fallo e può tradire aspettative. La notte è uno dei momenti che preferisco per vivere le città, sono i momenti più intimi tra te e lei, tra te e il nuovo Paese che ti ospita…
A Minsk, dopo aver superato i rigidi controlli di passaporto (e visto) che ci han permesso di metter piede in Bielorussia, ad attenderci appena fuori dall’aeroporto c’era un signore per condurci nell’appartamento prenotato per trascorrere la prima notte in città. Pare che a Minsk sia consuetudine affittare interi appartamenti, più o meno lussuosi, per i turisti-viaggiatori di passaggio. E così abbiam fatto noi, con un leggero disappunto per la differenza tra immagini pubblicate online e quelle reali. Il signore ci ha letteralmente stipato nella sua auto, minuscola per la quantità di persone e bagagli che avrebbe dovuto accogliere. Nonostante ciò in lui perseverava menefreghismo e indifferenza che ci hanno accompagnato, insieme al suo silenzio, fino a destinazione. La città ci ha accolto vasta, immensa nelle sue strade vuote e luminose. La classica città sovietica del nord del mondo con un centro curato e sì, lussuoso ed elegante. 










Noi abbiamo alloggiato sia in centro che in periferia, in quella fascia urbana dove la città si mischia e si mimetizza con la campagna. Questo ci ha permesso di avere una visione più ampia sulla quotidianità in questa terra vicina, ma così lontana, di cui conosciamo poco e parliamo ancor meno.





Il centro città è ordinato, elegante, sobrio. Gli spazi sono immensi e la sensazione che i suoi abitanti non riescano a colmarli è forte. Questo vuoto così complesso da riempire, in un certo senso, trasmette tristezza… Come se essa esistesse per abitanti assenti, inesistenti…  Ed è la tristezza della Bielorussia, quella che le nuove generazioni non hanno faticato ad ammetterci e spiegarci. E’ la tristezza di un paese che nel giro di un secolo è stato colpito dalla distruzione delle guerre mondiali e dalla catastrofe di Chernobyl. Perché nonostante Chernobyl sia nella vicina Ucraina, la gran parte delle radiazioni (oltre il 60%) si son dirette in Bielorussia… Era il 1986. Le ripercussioni sono state tante, gravi e si respirano ancora. Per i viaggiatori è altamente sconsigliato bere acqua dal rubinetto, mangiar funghi, mangiar frutta con la buccia, etc… Lì, invece, ci si nutre tranquillamente di funghi e di frutta non sbucciata. Pare sia evidente il gap generazionale conseguente il 1986… Gli aborti, negli anni successivi, sono stati elevatissimi. Il tasso di natalità, in questo periodo, però, è in ripresa ed è per questo che il settore edilizio sta vivendo un periodo positivo.

Minsk è una città piacevole, calma, senza grandi e impressionanti attrazioni, ma è una città affascinante con ampi spazi verdi, esposizioni artistiche nelle sue vie, graziosi locali in cui la fantasia la fa da padrona. E’ una città in cui si sente, flebile, la voglia di provare a mettersi in gioco, di provare a riempire i suoi spazi, ancora troppo vuoti, di esseri umani…

venerdì 16 ottobre 2015

Hundertwasserhaus, Vienna...

A Vienna esiste un quartiere molto particolare che desideravo visitare da tempo. Tutto quello che è genio, tutto ciò che non è convenzionale, che “aggiunge qualcosa” siano essi punti di vista, nuove prospettive, differenti utilizzi, mi affascina fortemente. Per questo, quando è capitata l’opportunità di fare un salto nella capitale austriaca, ben sapevo cosa assolutamente avrei dovuto prediligere visitare. A Vienna siamo arrivati di buon mattino, stremati da un impegnativo viaggio a est, ricco di esperienze, contrasti e, anche, scomodità. Raggiungere una città come Vienna, in cui la qualità di vita è ai vertici internazionali, dopo un viaggio simile (ma anche provenendo dall’Italia) equivale a raggiungere il paradiso. L’aeroporto di Vienna è esempio di cura, attenzione e, oserei dire, AMORE per l’essere umano. Le sale d’attesa sono ricchissime di divani dal design studiato per garantire il massimo comfort al viaggiatore, a seconda delle sue necessità: ogni poltrona è fornita di prese elettriche per ricaricare cellulari e, in contemporanea, utilizzare il portatile; i divanetti su cui sdraiarsi, coricarsi, sedersi senza disturbarsi a vicenda sono numerosissimi; la linea wifi è gratuita e accessibile senza la necessità di registrarsi in mille siti e senza ottemperare a mille richieste; i bagni sono estremamente puliti e profumano di limone; i locali sono accoglienti e pronti a soddisfare variegate richieste alimentari.  
Lasciata a malincuore questa meravigliosa comfort zone ci siamo diretti in città. L’aeroporto si trova a pochi chilometri dal centro ed è raggiungibile in metropolitana. Arrivati in stazione, con la configurazione urbanistica del centro di Vienna ben stampata nel cervello, ci siamo inoltrati per le vie del centro storico e dopo qualche minuto, qualche piccolo errore e richiesta informazioni ai passanti, ci siam ritrovati lì dove da tempo sognavo arrivare: Hundertwasserhaus, nel quartiere Landstraße.
Hundertwasserhaus, ovvero “case di Hundertwasser” sono un complesso di circa cinquanta appartamenti di edilizia popolare ristrutturati dal genio Friedensreich Hundertwasser, architetto e artista austriaco del Novecento, considerato per molti aspetti tra i percussori della bioarchitettura. La ristrutturazione avvenne tra il 1983 e il 1986 su commissione pubblica e può essere tranquillamente considerato un prototipo di quello che viene definito social housing. Gli alloggi ospitano circa 150 persone e il complesso edilizio comprende negozi, un parco giochi, un ristorante, una palestra, 14 terrazze private e 3 comuni. L’opera rispecchia totalmente il pensiero dell’artista: le finestre sono diverse l’una dall’altra e ogni inquilino ha potuto scegliere il colore da dare alla parte di facciata dell’edificio corrispondente alla propria abitazione. Il restauro è avvenuto con materiali di recupero ed è energeticamente efficiente. Grande importanza ha la presenza di alberi e piante nei giardini pensili. Tutt’ora pare che il Comune di Vienna continui ad affittare gli appartamenti a 5 euro a metro quadro, prediligendo inquilini con difficoltà economiche e con estro artistico.

Quelle a Vienna sono le prime sue opere che i miei occhi han avuto la fortuna di vedere. Si riconoscono da lontano poiché si intravvedono rami d’albero sbucare da quelli che paiono normali poggioli di condominio.  Poi, quando ci si avvicina, si inizia a scorgere la meraviglia di questi edifici così insoliti, curiosi, le cui particolarità sono frutto di studio e ingegno. Ogni singolo tratto esiste per un motivo, ha la sua funzionalità, e vuole suscitare una reazione, un’emozione. Le linee sono morbide, i colori vivi, per niente scontati, così come alcune forme geometriche disegnate. La pavimentazione degli spazi antistanti l’edificio è ondulata, regalando ai passanti sensazioni particolari non soltanto allo sguardo, ma nella fruizione. Pare che lo scopo dell’architetto, nel restauro dell’edificio, fosse quello di infondere allegria agli abitanti di questi edifici popolari. E, oltre all’allegria che dona a noi comuni mortali vi è quello stimolo e invito a uscire dagli schemi consueti per esplorare modi vivere, di pensare sconosciuti che fanno progredire l’essere umano e lo accompagnano oltre i suoi limiti. 






domenica 9 agosto 2015

La Malta delle meraviglie e della quotidianità...

La mia amica Petrina vive a Birżebbuġa. Lei lì ci è nata e, in un caldo pomeriggio di luglio, mi introduce nella lenta quotidianità di questa cittadina di circa 9mila abitanti, a sud dell’isola, totalmente un mondo differente rispetto a quanto conosciuto a St. Paul Bay. La sua casa ha una visuale privilegiata sulla baia e, essendo più in alto rispetto alle case che ci separano dal mare, può godere di un panorama bellissimo, con toni caldi di terrazze e facciate che ben si contrappongono all’azzurro del mare. 


La visuale è, però, immediatamente infastidita dal porto commerciale che vi han costruito. Lì accanto, gli abitanti della zona, continuano a vivere il mare come se niente fosse, tra navi spaventosamente enormi e odore di benzina diffuso. Passeggiare sul lungomare è un’esperienza interessante. Ovviamente, essendo un piccolo centro, tutti si conoscono. E’ quasi l’ora del crepuscolo, la temperatura è un po’ più clemente rispetto al pomeriggio e la gente si riversa sulla spiaggia e sull’ampio marciapiede attiguo, quasi fosse il cortile di casa. Tutti gli spazi son ben attrezzati per essere vissuti al meglio: vi son gruppi di uomini che si divertono a giocare a bocce, altri a carte, chi invece ne approfitta per allestire una cena frugale con tanto di tovaglia sullo spiazzo di cemento…







Il tempo a disposizione è, per mio errore, molto poco. Dovrò accontentarmi di una sola giornata per cercare di captare il più possibile da quest’isoletta, così piccola, ma ricca di storia e bellezze. Per cena scegliamo un paese di pescatori, Marsaxlokk, dove abbiamo la fortuna di gustare vari tipi di pesce deliziosi e freschissimi proprio sulla banchina del porticciolo. 


Giusto dinnanzi ai nostri occhi assistiamo a una scena di ordinaria quotidianità: una famiglia allargata attende, seduta su una panchina al fresco, il rientro del proprio caro, dopo una giornata in mare. Il signore arriva con un secchio stracolmo di pesci che tutti felici vogliono ammirare e poi, il figlio minore, corre nel ristorante lì al lato per cedere il bottino.


La gran parte delle barche in porto, di dimensione contenuta, ha colori molto vivi e intensi e una caratteristica inconfondibile: un occhio dipinto sulla prua. Sono i Luzzu, imbarcazioni tipiche dell’arcipelago maltese che pare abbiano origine fenicia.


La Valletta ho la fortuna di visitarla varie volte, in differenti orari della giornata. E’ la capitale dell’arcipelago e contiene circa 6mila abitanti. E’ di una bellezza mozzafiato che stupisce a ogni passo, a ogni isolato. 





I palazzi superbi, eleganti, decadenti accompagnano le vie interminabili in discese ripide e in salite faticose… Il mare la circonda e la delimita in un’armoniosa alternanza.

E Mdina, l’antica capitale di Malta, conosciuta in notturna. Elegante, nobile, barocca. Mi riporta col cuore al tempo vissuto a Ortigia, Siracusa…