lunedì 24 marzo 2014

Sul fiume Evros: a cavallo tra Turchia e Grecia.

Il sogno era di vivere e superare il confine tra Turchia e Grecia, tra Turchia ed Europa. Tempo fa ho letto un interessante libro su un viaggio in Grecia, quella delle persone, della quotidianità, della crisi economica e tale lettura ha contribuito ad alimentare la mia curiosità. Sono sempre stata attratta dai confini e da come in essi si fondino gli incontri e gli scontri, sul come da essi si declinino le sfumature e si evolvano lentamente le differenze. Per questo ho camminato tra la Turchia e la Grecia, a piedi, con una gioia immensa.

Siam partite un po’ a caso, Laura e io.

Prima tappa è stata la turca Edirne, città della Tracia che in molti chiamano ancora Adrianopoli. Antica capitale dell’impero ottomano, si trova a pochi chilometri dalla Grecia e dalla Bulgaria. Siamo arrivate nel tardo pomeriggio, dopo un viaggio di circa 5 ore (e forse più) in autobus. Il sole tramontava e donava al paesaggio una luce primaverile bellissima, quella da notti infinite. Purtroppo era troppo tardi per oltrepassare la frontiera e abbiamo dormito a casa di un ragazzo, dottorando in letteratura turca. Ci ha offerto un ottimo durum e parlato con affetto di questa calma e graziosa città confusa tra Europa e Oriente, dove i menù son scritti in 4 lingue diverse e tre alfabeti differenti…  Il nostro couchsurfer non ha mai conosciuto l’estero, sogna un viaggio in Inghilterra e di parlare fluentemente l’inglese. Ci ha portato sul ponte del fiume Evros (perché io lo desideravo fortemente) da cui abbiamo avuto la possibilità di ammirare un’immensa luna specchiarsi nelle sue acque. Di lì a poco inizia l’Europa e io ho provato una profonda tristezza nel pensare a quel punto come un limite, come un divieto per i non europei, come una prigione.



E’ questa una zona particolare. Una porta d’Europa a cui non si pensa. O, per lo meno, in Italia non si è parlato e non si continua parlare dei disperati provenienti da Turchia, Siria, Afghanistan, Pakistan e Bangladesh etc. che, attraverso l’Evros e una lingua di terra di circa 12 chilometri, tentano l’ingresso in Europa. E’ una zona che ha da raccontare sofferenze e speranze. Nel 2012 lo stato greco ha iniziato la costruzione di un muro nei 12 chilometri di terra che corrono lungo il confine con la Turchia…


La giornata inizia presto e prima delle 9 siamo già per strada. Facciamo colazione in un bar del centro, da un signore gentilissimo. Poi, di corsa, a visitare la moschea Selimiye, commissionata dal sultano Selim II e costruita dall'architetto Mimar Sinan fra il 1568 ed il 1574. Viene considerata tra i più importanti esempi di architettura ottomana e paragonata, per bellezza e maestosità, alla moschea Blu di Istanbul. 


E’ una giornata meravigliosa di sole caldo, la città regala la calma e serenità di un piccolo paese, nonostante i suoi 140mila abitanti e il trascorrere delle ore avviene lentamente. La sensazione di pace ci accompagna nel bazar coperto antecedente la moschea e nella moschea stessa, al cui interno siamo in pochissimi, così da poterne godere la sua bellezza in tranquillità.



Facciamo una bella passeggiata per la via principale, quella ricca di negozi, di persone e io ho la netta sensazione di essere in un luogo ibrido, a volte Turchia, altre qualsiasi cittadina del Mediterraneo. 





Prendiamo un taxi, così come consigliato per raggiungere Pazarkule, contrattiamo il prezzo e via… Pochi minuti e siamo lì, davanti a mitragliatrici, militari e fili spinati a farci timbrare il passaporto e a fare il salto tra Turchia e Grecia. Camminiamo per qualche centinaio di metri e poi si ferma un docente universitario di Orestiada, la città greca che vogliamo raggiungere. Lui insegna matematica e ci accompagna in città, incuriosito dalle motivazioni della nostra visita. Ci dice che la città non ha niente da offrire e, a bassa voce, che prima si viveva bene, ma adesso la crisi finanziaria ha cambiato le cose. Ci lascia nella piazza principale, prendiamo un cappuccino al sole e io rinasco! Ci rilassiamo per poco meno di un’ora, facciamo una passeggiata per le vie squadrate di questa città di passaggio, giovanissima, costruita ai primi del Novecento quando i cristiani dell'Anatolia (circa un milione e mezzo di persone) vennero trasferiti in Grecia, mentre i cittadini greci di fede islamica (circa 300mila) furono trasferiti in Turchia, in seguito al trattato di Losanna, nel 1923.
In città girano tantissimi militari, le case sembrano abbastanza nuove e ben tenute, ma il baretto davanti alla fermata degli autobus è ricchissimo di donne anziane che hanno stampato in volto la semplicità dei paesini da cui provengono e nei quali son dirette. 



Decidiamo di non fermarci oltre. Compro una focaccia deliziosa con olive e pomodori, sale e olio (e rinasco ancora una volta!) e via sull’autobus verso Alessandropoli. Due ore di viaggio attraverso le verdissime terre greche e vari minuscoli paesini arriviamo a destinazione. Chiediamo in giro alla ricerca di un albergo semplice, poco costoso e vicino al centro. Ne troviamo velocemente uno prossimo alla stazione, davanti al mare, che sarà la nostra dimora per 3 giorni. 
E lì, proprio davanti a noi, questa scritta che mi sbatte in faccia cosa silenziosamente è accaduto e, forse, continua lentamente ad accadere: 



Alessandropoli, città sul mare di 66mila abitanti, sembra la classica cittadina per le vacanze con locali accoglienti e moderni, tantissimi negozi, ristoranti e alberghi. C’è movimento per strada e tanti giovani. Lo spettro della crisi, però, aleggia nelle espressioni degli abitanti che, nonostante l’estrema gentilezza, lasciano trapelare un velo oscuro di preoccupazione. Passeggiamo sul lungomare, scendiamo al porto, in spiaggia e respiriamo a pieni polmoni l’aria dal forte profumo di sale. 



Guardiamo in lontananza l’isola di Samotracia.


Mangiamo con gusto pesce fritto, insalata greca e non lasciamo nemmeno una goccia d’olio in nessuno dei vari piatti: troppo, troppo prezioso!


Ci siam recate a Feres, paesino a pochi chilometri da Alessandropoli, per visitare la sua antica chiesa greco-ortodossa di Panagia Kosmosoteira, risalente al 1152.


I dipinti alle pareti, opera della Scuola di Costantinopoli, sono in forte degrado, ma lasciano ancora godere la loro armonia e delicatezza delle forme e dei colori. 



E poi il delta del fiume Evros, delicata zona umida, parco nazionale. L’autobus ci ha lasciate in prossimità dei resti della città romana termale di Adrianopoli.


Avanziamo un poco, superiamo un piccolo ponte e raggiungiamo il centro per le escursioni. Con un furgoncino abbiam percorso qualche chilometro ed ecco, in lontananza, fenicotteri, pellicani e tanti altri volatili.  Prendiamo una piccola barca di legno e raggiungiamo un’isoletta nella quale scendiamo per fare una breve passeggiata. 



Dopo l’escursione ci lasciamo suggerire una casa di campagna che funge anche da ristorante. Ci accolgono con grande calore e ci preparano dell’ottimo pesce freschissimo, polpi e insalata innaffiati da un vino bianco frizzantino, con un retrogusto particolare.


Terminato il pranzo, attendiamo sul ciglio della strada che passi l’autobus. Dopo 15 minuti d’attesa c’incamminiamo verso Loutros paese deserto, con un unico personaggio particolare in giro per strada a bordo di un motorino scassato…
Rientriamo ad Alessandropoli col desiderio di visitare l’isola di Samotracia il giorno seguente, ma purtroppo a causa di orari strampalati che mal si sposano con la necessità di rientrar presto a Istanbul, dobbiamo ahimè rinunciare… 

domenica 16 marzo 2014

Proteste a Istanbul...

Martedì la Turchia è esplosa. La gente è scesa in piazza per urlare tutto il dolore e la rabbia per la morte di un ragazzo di 14 anni, in coma da 9 mesi, dopo esser stato colpito, erroneamente, dalla polizia mentre si recava a comprare il pane, durante le proteste dell’estate scorsa per Gezi Park. 
Io sono arrivata a Istanbul mercoledì, dopo la prima notte di rivolte che hanno vissuto le più grandi città turche. Il mio ostello era in una delle vie che hanno inizio in piazza Taksim, cuore della rivolta. Sull’autobus che mi conduceva, appunto, a Taksim girava voce che ci fossero nuovamente violenze e che fosse molto pericoloso transitarvi. Mi sono un po’ preoccupata e riflettevo sul modo per poter, comunque, raggiungere il mio ostello senza correre rischi. La mia paura era, più che altro, quella di trovarmi nel bel mezzo di una situazione per me ingestibile, fuori controllo. Una volta arrivata, però, ho attraversato la piazza tranquilla, con poliziotti armatissimi, “carri armati” e pullman della polizia ovunque. Ho trovato facilmente l’ostello, chiesto informazioni sulle proteste e poi sono uscita per la città. All’imbrunire, mentre facevo rientro, ho ricevuto i messaggi di Dilek, una amica di Istanbul, che voleva sapere dove fossi e che m’informava che la protesta era esplosa a Taksim e per tutta İstiklal Caddesi (una via lunghissima di negozi) e mi sconsigliava assolutamente di procedere. Dopo una serie di messaggi e di telefonate per sapere se anche la via dell’ostello fosse sotto assedio, ho deciso di riscendere verso il mare, di costeggiarlo per un tratto, per poi risalire verso l’ostello.
La strada, stracolma di giovani e locali, era tranquilla. Nel giro di pochissimo tempo, però, hanno iniziato a sfilare gruppi anarchici al grido di “Berkin Elvan è eterno” e “stato assassino”. 


L’ostello aveva un’ampia vetrata per cui abbiamo potuto osservare  chiaramente lo svolgersi degli eventi. Ho visto fiumi di giovani manifestare tranquillamente, per poi iniziare a erigere barricate di fuoco con cassonetti e alimentare le fiamme per irrobustire la loro linea di protezione con tavoli, sedie, armadi di legno che spuntavano da ogni dove per ostacolare il passaggio delle forze dell’ordine. La polizia sbucava dalle vie intorno sparando lacrimogeni e dai "carri armati" tentava di spazzar via i manifestanti con gli idranti… (Visto coi miei occhi!)



I gas sono entrati anche all'interno dell'ostello e abbiamo iniziato a starnutire, provare gran fastidio alla gola, tossire senza pace e a lacrimare senza sosta per il bruciore agli occhi. Mi han dovuto dare un sedativo contro gli effetti dei gas, mischiato col latte, al sapor di menta, che hanno sempre pronto nel frigorifero.


Io ero esterrefatta e, con me, anche la coppia di tedeschi che guardava incredula lo svolgersi degli eventi dalla finestra. La polizia turca ha davvero l’ordine di mettere a tacere qualsiasi voce e lo fa rapidamente. I ragazzi che lavorano all'ostello mi han spiegato che loro son abituati a molto, molto peggio e che questa estate han vissuto davvero l’inferno. Non sono riusciti a raccontarlo a parole, ma dai loro occhi ho percepito che cosa volessero trasmettermi…

Attualmente, la situazione pare più serena… Vedremo che succederà nei prossimi giorni, soprattutto con l’avvicinarsi delle giornate elettorali…

giovedì 13 marzo 2014

La Cappadocia, nel cuore della Turchia.

Capita che la natura scelga degli angoli di mondo per dare un senso, uno sfogo alla sua fantasia. Credo che sia questo ciò che è successo con la Cappadocia, storica regione della Turchia centrale. Pare che circa 60 milioni di anni fa si formò la catena montagnosa del Tauro, nell'Anatolia meridionale, creando numerosi burroni e depressioni in Anatolia centrale. Dieci milioni di anni fa, tali depressioni si riempirono di magma vulcanico e altri materiali, provenienti dai numerosi vulcani in eruzione. L’erosione del vento e della pioggia contribuirono a forgiare magnificamente il paesaggio, creandone un unicum al mondo. Inoltre, la regione è stata abitata per millenni, fino ai nostri giorni: vi fiorirono alcune antiche civiltà, come quella degli Ittiti, o altre ancora provenienti dall'Europa o dalle stesse regioni dell'Asia Minore, e ognuna di esse ha lasciato in Cappadocia la propria impronta culturale.
La Cappadocia mi ha accolto con un’alba mozzafiato.
Arrivati a Uchisar, ci siamo recati a casa di Kemal, il couchsurfer che ci avrebbe dovuto ospitare per tre notti. Io ho una bronchite cosmica, non smetto di tossire e il mio unico desiderio è un letto e una camera calda, ma sorpresa, a casa di Kemal non c’è riscaldamento, c’è un freddo incredibile e nemmeno acqua calda per la doccia. Decido di cercare un ostello perché, assolutamente, col malessere che ho in corpo, non posso permettermi altro freddo.
Uchisar è un paesino carino che si attorciglia tra le rocce, ma è un paese un po’ fantasma, dove le costruzioni sembrano avere come unico scopo quello di ospitare turisti durante la bella stagione.


Goreme è altra cosa, ti regala panorami incantevoli, tramonti superbi da godere accovacciati sulle sue rocce chiare, movimento ed energia dei giovani arrivati da lontano per scoprirne le sue bellezze.


Visitiamo il museo all’aperto che racchiudere la preziosa chiesa oscura, adornata con meravigliosi dipinti, risalenti all’epoca bizantina. 



Purtroppo, anche le chiese della Cappadocia subirono gli sfregi del periodo iconoclasta della storia bizantina (725-843), e molte pitture parietali soffrirono danneggiamenti a causa del divieto di riprodurre qualsiasi figura sacra.
In Cappadocia pare vi siano circa oltre 200 città sotterranee. Vi vivevano le famiglie con i loro animali. Noi abbiam visitato Derinkuyu, che pare essere la più estesa, con i suoi 85 metri di profondità. Si sviluppa in 11 livelli, sebbene molti piani non siano ancora stati scavati. Ha un'area di 650 metri quadrati e ogni piano esistente potrebbe essere stato creato in momenti differenti. Poteva ospitare da 3000 a 50000 persone. Le città sotterranee pare fossero collegate tra loro attraverso lunghi tunnel. A Derinkuyu si nascosero i primi cristiani che sfuggivano le persecuzioni religiose decretate da Costantinopoli e le incursioni degli Arabi musulmani. Come le altre città sotterranee della Cappadocia, anche Derinkuyu aveva un certo numero di locali utilizzati come deposito di alimenti, cucine, chiese, stalle, stanze per la preparazione del vino e dell'olio e da camini di ventilazione.


Ci addentriamo in cunicoli oscuri, piccole stanze, scendiamo scale ed è, spesso, necessario procedere rannicchiati verso le viscere di questa che era una città e dove hanno trovato riparo e protezione migliaia di persone. Al solo pensiero tutto sembra incredibile.
Pranziamo e procediamo verso Urgup, paesino dall’atmosfera carina e, anch’esso, dai panorami suggestivi. 



La serata è ancora giovane e decidiamo, nonostante gli intervalli di pioggia, di visitare anche il minuscolo centro di Mustafapasa, che io trovo delizioso. Vi è una chiesa, purtroppo chiusa, dalla facciata policroma e dalle incisioni interessanti, che rimandano al periodo in cui gran parte della popolazione era greca. 




Inizia a piovere e saliamo sull’autobus che ci conduce in una cittadina vicina, dalla quale dovremmo prenderne un altro per Uchisar. Una volta arrivati, però, scopriamo che l’ultimo è già partito. Quindi, l’unica soluzione è un pullman che ci lascia a due chilometri dal nostro paesino, nel bel mezzo della notte, con la pioggia fitta. Propongo all’autista qualche lira in più per accompagnarci nel centro abitato, ma non accetta. A malincuore, quando arriva il momento, dobbiamo scendere, ahimè, sotto pioggia e grandine. Troviamo riparo in una pensilina, aspettiamo che allenti, e ci incamminiamo al buio, sul ciglio della strada. Passano pochissime macchine e nessuna si ferma, ma in breve tempo raggiungiamo Uchisar a piedi.

Avanos, paesino un po' anonimo, a eccezione di alcuni angoli preziosi, ha la fortuna di trovarsi vicino a Zelve, antica città nella roccia, oramai abbandonata e divenuta un museo a cielo aperto. Meraviglia della Cappadocia, poco frequentata, mi son davvero resa conto di essere in un luogo unico, con rocce imponenti che si susseguono e s’incalzano, con cunicoli, grotte, chiese e anche una moschea.





Ci incamminiamo a piedi verso una valle incantata, con i famosi “comignoli”.



Mi godo i colori tenui e delicati, i panorami bellissimi e particolari e poi in marcia verso Uchisar. Non troviamo autobus ed è necessario recarsi, prima, a Cavusin.


Paesino carinissimo, con rocce incantevoli.


Mentre attendiamo l’autobus si ferma un signore e ci accompagna, gentilmente a Uchisar: siamo pronti per rientrare in autobus  a Gaziantep. 

martedì 11 marzo 2014

Hierapolis e Pamukkale

Denizli ci ha accolto con una notte fredda e umida. A ospitarci per due giorni è stato Memet, couchsurfer con i dred. Personaggio anomalo per gli standard turchi e, soprattutto per una città così piccola, come pare essere Denizli. Io ho un bel principio di bronchite e non sono assolutamente in forma: freddo e dolori ovunque. La casa di Memet è calda e accogliente, per fortuna! Parla inglese perfettamente, ha vissuto un anno a Cuenca (in Spagna) e la ricorda con nostalgia. Sua madre vive in Australia e gli ha, felicemente, lasciato la casa tutta per sé.
Siamo a Denizli per visitare Pamukkale e Hierapolis. In realtà vorremmo scoprire anche Afrodisia, ma pare sia molto difficile da raggiungere a causa di collegamenti carenti. Il primo giorno a Denizli è “sfortunato”, pioggia forte e decidiamo di rimandare la visita di Pamukkale. Troviamo riparo in un bar in centro per decidere un po’ come spendere il pomeriggio. Visitiamo la moschea e poi incontriamo un altro ragazzo turco, anche lui couchsurfer, che non aveva abbastanza posto per noi. Ci ha accompagnati nella zona universitaria, ricchissima di bar e locali stracolmi di studenti. Anche qui, la sensazione è di non essere in Turchia, ma in un qualsiasi paese occidentale. Ci raggiungono anche un amico di Ankara e uno del Ghana e trascorriamo una serata piacevole.
Il secondo giorno, nonostante il cielo grigio, ci siam diretti verso Hierapolis e Pamukkale. Abbiano nuovamente sbagliato l’autobus e girato a vuoto in questa città amorfa, in cui tutte le vie sembrano le stesse ed è molto difficile orientarsi. Finalmente, però, possiamo scoprire questo luogo così unico al mondo. Hierapolis, importante città ellenistico-romana della Frigia, ha una necropoli molto ben conservata (e dalla quale comincia la nostra visita), con tombe a fossa ed edifici funerari.  



Camminiamo sulla grande “plateia”, la strada principale, vi siamo solo noi e la sensazione è molto, molto forte… 


Ultimamente pare che a Hierapolis sia stato identificato il Ploutonion, la porta di Plutone (l’ade greco), ossia l’antica porta degli inferi, dove pellegrini provenienti da tutto il mondo classico si recavano in pellegrinaggio. Il geografo greco Strabone, nei racconti dei suoi viaggi in Asia Minore nel I secolo a. C., racconta di “un'apertura di dimensioni sufficienti per farci passare un solo uomo, ma con una discesa che va in profondità... lo spazio è riempito da un vapore fitto e scuro, così denso che il fondo difficilmente può essere individuato... Gli animali che vi entrano... muoiono all'istante. Anche i tori, quando sono portati al suo interno, cadono a terra e ne escono morti. Noi stessi gettammo dentro dei passeri, e immediatamente caddero a terra senza vita”.
Durante gli scavi è stata trovata la fonte delle acque termali, da cui hanno origine le famose gradinate di travertino bianco, di Pamukkale. Ritenute avere proprietà curative, le calde sorgenti resero città romana di Hierapolis, una destinazione popolare per i pellegrinaggi.


E l’unicità di Hierapolis sta anche nel paesaggio in cui sorge, nel suo confondersi con la meraviglia del “castello di cotone” e delle vasche di acqua termale di un celeste chiarissimo. Pamukkale, luogo rarissimo al mondo è di una bellezza strabiliante e quando ci si trova lì non si può far a meno di sorridere di gioia e di bellezza.  


Il “castello di cotone” (questo il significato del suo nome turco) si estende per 2700 metri e 160 metri di altezza, è sorto (fonte Wikipedia) in seguito a movimenti tettonici che non solo hanno causato frequenti terremoti, ma hanno anche permesso la nascita di numerose fonti termali. L’acqua che ne sgorga è sovrasatura di ioni calcio e di anidride carbonica, che forma con l’acqua acido carbonico. Emergendo, l’acqua perde gran parte dell’anidride carbonica, spostando l’equilibrio chimico da bicarbonato a carbonato di calcio che, anche a causa dell’abbassamento della temperatura, precipita dando luogo alle caratteristiche formazioni, costituite da spessi strati bianchi di calcare e travertino lungo il pendio della montagna. 




Ci togliamo le scarpe perché è proibito circolare sopra i candidi calcari con qualsiasi tipo di calzature. A tratti l’acqua è gelida, per poi scaldarsi un po’ e dar sollievo. Ma è fantastico camminare leggiadri su nuvole di cotone bianco e bagnarsi i piedi in acque turchesi e sollevare, per gioco, le polveri candide sommerse. Abbiamo condiviso questa fortuna con maree di cinesi in trasferta in Turchia.
Nonostante bronchite, pioggia e varie difficoltà logistiche, la giornata spesa tra Hierapolis e Pamukkale è stata memorabile. Rientriamo di fretta a casa perchè ci aspetta un viaggio di 10 ore, in notturna, in autobus per raggiungere la Cappadocia. 

domenica 9 marzo 2014

Izmir & Efeso.

Un’ora e mezza d’aereo ci hanno condotto a Izmir. In italiano è Smirne, nome che rievoca gli anni del liceo.
E’ questa la terza città della Turchia per dimensioni e importanza, dopo Istanbul e Ankara. Siamo arrivati nel primissimo pomeriggio e, ad attenderci in aeroporto, il couchsurfer amico di Laura, la mia compagna di camera francese. Molto gentile, appoggiati gli zaini in casa, ci ha accompagnato sul lungomare, dove abbiamo pranzato con delle sardine impanate e fritte e provato una bevanda violacea, salata e piccante, tipica di Izmir. La serata è trascorsa serenamente, con una bellissima e lunga passeggiata costeggiando il mare. A far da contrasto ai modernissimi e sfavillanti grattacieli alle nostre spalle, vecchie barche e tavolate di lupi di mare che ci fermavano per offrirci un assaggio della loro fortuna quotidiana.


Izmir, per me, è stata quasi uno choc. In un intero pomeriggio a spasso per il centro, credo di aver contato, unicamente, 6 donne col capo coperto. E’ moderna e i suoi giovani si divertono liberamente, proprio come quelli occidentali: bevono, ballano, si amano come se non esistesse un Dio pronto a punirli. Trascorriamo la serata da un locale all’altro e dalle finestre delle case illuminate che si affacciano sul mare, posso immaginare vite agiate e libere, non diverse dalle città occidentali. Ci siam fermati a Smirne per due notti. Abbiam visitato i resti del castello, su una collina che sovrasta la città, al termine di un quartiere abitato, per lo più, da turchi e curdi provenienti dal sud-est del paese, di cui riconosco i colori e le sembianze (e mi riappacifico con la “mia idea di Turchia”, di quella che ho vissuto per due mesi). 





E i resti dell’agorà, nel cuore della città, che ne raccontano, per quanto possibile, il suo passato.



Salutiamo Izmir e ci dirigiamo a Efeso, distante pochi chilometri. L’autobus ci conduce nel piccolo paese di Selçuk, dove, fortuna delle fortune, il sabato è giorno di mercato, ricco di verdure floride, colori accesi, profumi forti, voci e personaggi simpatici: adoro i mercati, soprattutto quelli così tipici che ti permettono di calarti, almeno un po’, nella realtà e quotidianità dei luoghi.



E’ una giornata uggiosa. Efeso ci accoglie lucida, dai riflessi di pioggia, ma la sua bellezza non ne è assolutamente minata. 




C’è una luce particolare che rende il candore dei marmi quasi fastidioso ai primi sguardi. Città ionica, nel 334 Alessandro Magno la liberò dai Persiani. Passata sotto il dominio romano, divenne capitale della provincia di Asia (129). Efeso è maestosa, immensa! Ogni angolo riserva sorprese e suscita curiosità di conoscere e capire sempre più. Il teatro è fantastico, con i marmi che sfumano sull’azzurro, regalando effetti ottici emozionanti. 

E davanti all’eleganza della biblioteca di Celso ci si cala nel silenzio, provando a goderne ogni suo singolo ricamo. 


E i viali, adornati con colonne, la boulè (che rievoca reminiscenze universitarie – e, mi regala, un’emozione particolare pensandomi lì seduta, dove le decisioni venivano prese.
Tantissimi i cinesi lì per scoprire Efeso ed è stato simpaticissimo vederli stupiti davanti alle latrine (ancora diffusissime nelle loro città). Dentro un padiglione vi sono custoditi i resti di alcune case padronali, con mosaici e pitture ornamentali alle pareti.




A donare un tocco di misticità a questo luogo quasi sacro per bellezza e per il passaggio del tempo, vi sono i gatti di Efeso: essi mi sono sembrati i veri abitanti, conoscitori dei suoi misteri, passeggiavano tronfi, tra una pietra e l'altra...

Pioggia a parte, il viaggio nelle bellezze della Turchia, quelle conosciute ai più, quelle dei viaggi standard è stato interessante e anche un po’ sconvolgente, dopo la vita trascorsa a Gaziantep e in tutto questo sud-est turco, così tradizionale, così già medio-oriente…

Visitata Efeso, in tarda serata, dopo tre e più ore d’autobus, abbiamo raggiunto Denizli: nuova Turchia ci attende!