L’esperienza vissuta a Malta è
possibile raccontarla prendendo in considerazione differenti aspetti: quello d’apprendimento
e confronto internazionale di altissimo livello che ho avuto la fortuna di
vivere durante il corso di formazione su diritti umani e migrazioni (scopo del viaggio) e quello che mi ha
posto faccia a faccia col turismo di massa.
Malta è un arcipelago di
piccolissime isole distante circa 80 chilometri dalla Sicilia (da Pozzallo), e
circa 300 dalla Tunisia e dalla Libia. Nel mio immaginario è sempre stata una
sorta di ibrido… Un ristrettissimo sputo di terra, così raggrinzito che è
difficile concepirlo come uno stato a sé, con molta Italia, ma anche con molta
Inghilterra e, ovviamente, molto nord-Africa. E, sebbene la fantasia sia spesso
lontana dalla realtà, in questo caso poco lo è stata, concedendomi però la
fortuna di percepire, nonostante il poco tempo a disposizione, l’impronta
dell’essere maltese.
Io ho soggiornato a St. Paul
Bay, zona intensamente turistica con densa concentrazione di alberghi enormi,
bar e locali… Esattamente la località che per natura non avrei mai scelto, ma
che, anzi, avrei accuratamente evitato… Ed è proprio per questo motivo che il
semplice soggiornare lì è stata un’esperienza personale costruttiva.
L’albergo che mi ha ospitato, uno
pseudo quattro stelle, ha stimolato riflessioni su più fronti, tra cui il
concetto di qualità di vita, lo sviluppo turistico, i turisti, gli altri e io.
La camera, tre letti più una
poltrona-letto (la mia), era confortevole, ma condizionatore e ventola (tenuti
accesi 24 ore su 24 dalle mie compagne di stanza maltesi, nonostante non
rinfrescassero assolutamente l’ambiente) erano obsoleti ed emettevano un rumore
molto forte e tremendamente fastidioso, rendendo insopportabili gran parte
delle notti. Stesso intenso rumore lo si assorbiva nello spazio ritagliato per
tre piccole piscine, delle quali possono usufruire i numerosi ospiti che
l’hotel può contenere.
I ritagli di tempo tra una
lezione e l’altra, insufficienti per soddisfare la mia curiosità di scoprire le
bellezze maltesi, li trascorrevo per lo più in piscina, lontana dagli intensi
raggi del sole. Accanto a me, ben dentro la normale “distanza di sicurezza” di
cui sono grande estimatrice, eccole sdraiate le signore inglesi, bionde donne
cannone, pesanti di anni e cibi malsani, dalle cosce generose e candidamente
flaccide, desiderose di riposar le membra dopo periodi di fatiche. E io penso a
cosa significhi “vacanza”, termine col quale intendo quei meravigliosi momenti
in cui si abbandona la routine del quotidiano, circondandosi di bellezza, la
cui vista e fruizione doni sensazioni positive, che ti riempiano dentro per
recuperare o rinvigorire l’armonia con se stessi e gli altri. Penso alle mie
vacanze, rigorosamente immersa in silenzi atavici tra ginepri, querce, mirto,
corbezzoli e cinghiali. Penso alle donnole che mi è capitato di abbeverare con
l’acqua della doccia esterna che scorreva mentre mi scrollavo di dosso il sale
di acque cristalline di mille azzurri. Penso a questo e poi ripenso all’inquinamento
sonoro che mi penetra nel cervello, al metro quadro di terrazzino incastonato
tra mille, unica boccata d’ossigeno per gli abitanti delle oltre 150 camere, al
caldo soffocante, alle piattaforme di cemento dove i bagnanti sostano tra un
tuffo e l’altro, alle piscine bordo mare, alla sporcizia delle strade, alle
colazioni con fagioli per gli inglesi…







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