domenica 9 agosto 2015

Faccia a faccia col turismo di massa... St. Paul Bay, Malta.

L’esperienza vissuta a Malta è possibile raccontarla prendendo in considerazione differenti aspetti: quello d’apprendimento e confronto internazionale di altissimo livello che ho avuto la fortuna di vivere durante il corso di formazione su diritti umani e migrazioni (scopo del viaggio) e quello che mi ha posto faccia a faccia col turismo di massa.
Malta è un arcipelago di piccolissime isole distante circa 80 chilometri dalla Sicilia (da Pozzallo), e circa 300 dalla Tunisia e dalla Libia. Nel mio immaginario è sempre stata una sorta di ibrido… Un ristrettissimo sputo di terra, così raggrinzito che è difficile concepirlo come uno stato a sé, con molta Italia, ma anche con molta Inghilterra e, ovviamente, molto nord-Africa. E, sebbene la fantasia sia spesso lontana dalla realtà, in questo caso poco lo è stata, concedendomi però la fortuna di percepire, nonostante il poco tempo a disposizione, l’impronta dell’essere maltese.
Io ho soggiornato a St. Paul Bay, zona intensamente turistica con densa concentrazione di alberghi enormi, bar e locali… Esattamente la località che per natura non avrei mai scelto, ma che, anzi, avrei accuratamente evitato… Ed è proprio per questo motivo che il semplice soggiornare lì è stata un’esperienza personale costruttiva.






L’albergo che mi ha ospitato, uno pseudo quattro stelle, ha stimolato riflessioni su più fronti, tra cui il concetto di qualità di vita, lo sviluppo turistico, i turisti, gli altri e io.
La camera, tre letti più una poltrona-letto (la mia), era confortevole, ma condizionatore e ventola (tenuti accesi 24 ore su 24 dalle mie compagne di stanza maltesi, nonostante non rinfrescassero assolutamente l’ambiente) erano obsoleti ed emettevano un rumore molto forte e tremendamente fastidioso, rendendo insopportabili gran parte delle notti. Stesso intenso rumore lo si assorbiva nello spazio ritagliato per tre piccole piscine, delle quali possono usufruire i numerosi ospiti che l’hotel può contenere.





I ritagli di tempo tra una lezione e l’altra, insufficienti per soddisfare la mia curiosità di scoprire le bellezze maltesi, li trascorrevo per lo più in piscina, lontana dagli intensi raggi del sole. Accanto a me, ben dentro la normale “distanza di sicurezza” di cui sono grande estimatrice, eccole sdraiate le signore inglesi, bionde donne cannone, pesanti di anni e cibi malsani, dalle cosce generose e candidamente flaccide, desiderose di riposar le membra dopo periodi di fatiche. E io penso a cosa significhi “vacanza”, termine col quale intendo quei meravigliosi momenti in cui si abbandona la routine del quotidiano, circondandosi di bellezza, la cui vista e fruizione doni sensazioni positive, che ti riempiano dentro per recuperare o rinvigorire l’armonia con se stessi e gli altri. Penso alle mie vacanze, rigorosamente immersa in silenzi atavici tra ginepri, querce, mirto, corbezzoli e cinghiali. Penso alle donnole che mi è capitato di abbeverare con l’acqua della doccia esterna che scorreva mentre mi scrollavo di dosso il sale di acque cristalline di mille azzurri. Penso a questo e poi ripenso all’inquinamento sonoro che mi penetra nel cervello, al metro quadro di terrazzino incastonato tra mille, unica boccata d’ossigeno per gli abitanti delle oltre 150 camere, al caldo soffocante, alle piattaforme di cemento dove i bagnanti sostano tra un tuffo e l’altro, alle piscine bordo mare, alla sporcizia delle strade, alle colazioni con fagioli per gli inglesi…

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