domenica 19 ottobre 2014

Atzara.

Qualche giorno fa ho letto, casualmente, un articolo nel quale si racconta che ad Atzara si estraggono colori dalle piante. La fantasia ha iniziato a vagare: quanta meraviglia può esserci in un piccolo paese immerso tra le colline del Mandrolisai dove, tra case antichissime di pietra e granito, avviene tale magia?
Ci siamo messi in viaggio e dopo una breve sosta per ammirare il fiume Tirso e una ricca passeggiata per le vie di Busachi abbiamo raggiunto Atzara.
Prima tappa la Pinacoteca comunale Antonio Ortiz Echagüe nella quale son custodite varie opere di pittori che hanno risieduto ad Atzara agli inizi del Novecento, tra i quali gli spagnoli Eduardo Chicharro e Antonio Ortiz Echagüe e i sardi Antonio Ballero, Giuseppe Biasi, Filippo Figari, Mario Delitala, Carmelo Floris, Stanis Dessy.
La sua fondazione è opera del grande Antonio Corriga, atzarese, che con la pinacoteca ha voluto imprimere nella storia del paese il passaggio di vari e importanti artisti. La delusione è tanta, però, quando scopriamo che l’esposizione permanente, al momento, è stata rimossa per dare ampio spazio a quella di un pittore contemporaneo, Marco Pili. L’operatrice ci rincuora, spiegando la necessità di rinnovarsi e di attirare continue visite al museo, e ci invita alla manifestazione Cortes Apertas, in occasione della quale, probabilmente, riusciranno a ricavare una stanza per la preziosa collezione. Io credo che Atzara non debba assolutamente rinunciare a uno scrigno d’arte che la racconta, rappresenta e la rende meravigliosamente unica, ma anzi lo debba trasformare in perno per attrarre fervori e nuova linfa.



Con un discreto magone ci incamminiamo alla ricerca de La Robbia. Il laboratorio di tinture naturali e di arti applicate di Maurizio Savoldo, si trova nella via principale del paese, a rallegrarne l’esistenza. E’ impossibile confondersi: sull’uscio un insieme di gomitoli di lana rosa, azzurra, rossa, di mille sfumature di verde. 
Siamo stati accolti con grande gentilezza e disponibilità. Maurizio ci racconta le tappe della sua attività: l’inizio un po’ casuale dopo la laurea in scienze naturali, la sfida nel riuscire in un lavoro oramai desueto e complesso, la necessità di essere libero e non rispondere a tempi imposti da terzi. Ci illustra l’antico procedimento per ottenere colori da erbe, bacche e materiali impensabili di scarto, come la buccia di cipolle. 




Ed ecco le sete dentro grandi pentoloni, immerse nel procedimento che donerà loro un nuovo aspetto. Poi a scoperchiare colori, per la gioia degli occhi e dell’olfatto.








Il laboratorio, però, è molto più di quel che mostra: oltre le piante, le bacche, le polveri e i prodotti finiti, vi sono la pazienza e il silenzio dei sogni, la speranza nel futuro. Vi è la dedizione al lavoro e fedeltà a se stessi, la fantasia.

Salutato Maurizio, ci siam lentamente diretti alla cantina Fradiles, dove Paolo, fratello di Maurizio, e gli zii producono con passione e determinazione vini che ultimamente stanno ottenendo prestigiosi e meritati riconoscimenti. Il vigneto e la cantina si trovano appena fuori dal paese, immersi in un paesaggio di notevole bellezza. In una tiepida serata d’ottobre, all’imbrunire, un declinarsi e lento evolversi di verdi, rossi, gialli senape, tra colline ben delineate che proteggono, come un prezioso tesoro, i frutti di questa terra.





Io, purtroppo, non sono un’esperta di vini (nonostante mi piacciano molto), ma proverò a riportare quanto ho capito, sperando di non commettere errori. In questa zona il vino si produce unendo differenti tipi di uve (Muristellu, Cannonau e Monica). Ad Atzara, attualmente, l’unica cantina che imbottiglia il vino prodotto è quella di Paolo, ma un po’ tutti in paese lo fanno. Un paese in cui la passione per il vino scorre nelle vene degli abitanti e, il profumo del mosto lo si respira in ogni dove.



Fradiles, Bagadiu, Antiogu, Azzara e Istentu sono le preziose perle della cantina. Ognuno ha la propria storia e le proprie caratteristiche. Fradile rievoca il legame che unisce zii e nipoti nella cura del vigneto; Bagadiu, significa “scapolo”, è legato al curioso fatto che ad Atzara ci sia un alto numero di uomini single ed è un vino che nasce da un unico genere di uva, senza i consueti miscugli. Antiogu è il santo patrono del paese; Azzara, delizioso, credo sia un omaggio al paese stesso e Istentu celebra “il valore dell’attesa, il saper aspettare, il saper assaporare: tutte azioni che fanno capo ad alcuni principi della viticultura. Principi di fondamentale importanza, sui quali si fonda l’essenza stessa delle cose, è il principio secondo il quale non si può avere tutto e subito, ma che l’attesa di eventi e di cose è l’essenza stessa della vita, poiché c’è un tempo per seminare e uno per raccogliere”.


Dopo vari assaggi e scambi di opinioni arriva il momento del saluto, con la promessa di un pronto ritorno per approfondire la conoscenza di un paese ricco di tesori e di belle potenzialità.


giovedì 25 settembre 2014

San Sperate - Sardegna.

San Sperate è un piccolo centro di circa 6000 abitanti poco distante da Cagliari. E’ conosciuto per essere un paese museo, ricco di murales e opere d’arte diffuse, per il giardino sonoro di Pinuccio Sciola e, ho scoperto una volta arrivata, per le bontà delle pesche che si producono.


L’abbiamo visitato in un rovente pomeriggio di settembre, con grande gioia e soddisfazione per non aver disatteso un desiderio e una promessa.
E’ uno di quei luoghi che lasciano un po’ di disappunto, nel quale speranza e disperazione si sfidano come in un difficile braccio di ferro. Il paese si sviluppa in un intricarsi di vie pianeggianti e, appena vi si giunge, non è difficile percepirne le particolarità e le grandissime opportunità. Non c’è un percorso prestabilito e chiaro che ti guidi nella scoperta delle installazioni e dei murales che nel corso degli anni hanno donato a San Sperate un’atmosfera particolare. Vi sono degli scorci preziosi, case campidanesi, con portali magnifici che lasciano sognare patii eleganti e giardini lussureggianti, pareti candide su cui sorgono disegni dai colori delicati. 




A rendere l’atmosfera ancor più piacevole sono i pavimenti colorati delle vie del centro storico in cui si trovano le numerosissime opere. Col sole alto e feroce abbiamo passeggiato su strade azzurre, gialle, verdi, tra case bianche, bordate di un blu intenso, ammirando installazioni di ferro scuro, fiori e piante rampicanti. 


Su consiglio di un passante ci siamo inoltrati alla ricerca delle pareti di poesie, ma non siam stati abbastanza coraggiosi da soffermarci a sufficienza per leggerle tutte: il caldo era insopportabile, ma il tempo è bastato per constatare il degrado diffuso in cui versa la zona che potrebbe, invece, essere, con pochi sforzi e un po’ di costanza e senso civico, un angolo delizioso e un’attrazione particolare del paese.



E poi di fretta alla ricerca della stradina bianca che conduce al giardino sonoro di Pinuccio Sciola. Troviamo chiuso l’accesso con un nastro, attendiamo un pochino ed eccoci concesso l’ingresso nello spiazzo ampio e magnifico: grandi e maestose pietre di varie forme, lavorazioni, materiali nel bel mezzo di una natura rigogliosa, quella di cui esse fanno parte e con l’aiuto della quale regalano una profonda armonia. 


E lì, con gioia e stupore, a far “uscire” musica, musica dalle pietre… A scoprire quali suoni fossero capaci di donarci, a estrapolare l’incanto, la magia.

San Sperate non delude assolutamente, ma lascia un po’ di amaro. E’ come una glassa dolce con un ripieno stridulo, perché dietro, accanto e intorno ai magnifici portoni non sempre il sogno coincide con la realtà.

lunedì 8 settembre 2014

Cabras - La Corsa degli Scalzi

Sabato, primo sabato di settembre, ore 7 del mattino un uomo scalzo, pantaloni corti e maglietta bianchi, con passo svelto si dirige in chiesa. Per mano ha il suo bambino, scalzo e vestito di bianco, nell’altra un piccolo fagotto, anch’esso candido. 


La mamma di Sara, la notte precedente, quasi bisbigliando per non svegliare coloro che già dormono, “Is corridoris, la notte prima, vanno a letto presto”, mi racconta che la tunica bianca ognuno la porta in chiesa racchiusa nel fazzoletto femminile, per poi vestirsi tutti insieme. Sulla credenza, il nastro bianco con i bottoni per allacciare il colletto del saio e in salotto, poggiata sulla sedia, la cintura bianca…
E’ bella l’atmosfera della vigilia: un misto di attesa e pace.
La Corsa degli Scalzi ha una storia antichissima che risale al 1500 e profuma di leggenda. Si narra che a causa di una delle frequenti invasioni saracene, uomini e donne di Cabras corsero verso il borgo di San Salvatore (nel quale gli uomini vivevano durante la settimana, non potendo quotidianamente affrontare le distanze del viaggio) per mettere al sicuro la statua del santo e i loro averi. Durante la corsa, si racconta che sollevarono un tale polverone da indurre i saraceni a credere che avessero un esercito ben equipaggiato e ciò li fece desistere dall’assalto.
Io non so esattamente quanti fossero i corridori: uomini, ragazzi e bambini. Un fiume umano, un serpente bianco luccicante che si muoveva compatto nel senape scuro delle terre del Sinis. A tutti è permesso emozionarsi, ma solo a pochi, pochissimi, comprendere che cosa realmente significhi la Corsa. Perché ognuno corre per un motivo. E non esistono turisti, curiosi, viaggiatori che possano intaccarne l’essenza, perché è inafferrabile come i corpi in movimento. E quando i corridori arrivano a San Salvatore, sotto un sole alto e potente, pesanti di polvere, fatica e sudore che cerca di evaporare dalle vesti, allora lì l’essenza della corsa si è già manifestata in ogni singolo passo, in ogni singolo scatto lungo chilometri, dove ognuno ci ha messo, ci ha lasciato o forse si è ripreso un po’ di se stesso. Adesso puoi solo lasciarti respirare l’umido intrappolato in sai saturi, fino alla magia del profumo di menta, che arriva come un miracolo, e dei petali di fiore che segnano il passaggio del santo nelle vie di San Salvatore. Questa è l’unica, grande magia che è concessa al popolo spettatore.

Currei in nomine ‘e Deus, Scalzi di Cabras!







domenica 17 agosto 2014

L'Assunta a Orgosolo...

L’Assunta a Orgosolo è un’esperienza che sognavo di vivere da vari anni, ma puntualmente capitava un deludente contrattempo che rimandava all’anno successivo la mia partecipazione. Quest’anno, finalmente, ci son riuscita.
Siam partite venerdì mattina, con gran calma. Al principio, l’idea era scoprire, lungo il percorso, angoli di Sardegna sconosciuti e un po’ nascosti, ma poi, passo dopo passo, ci siam ritrovate a Orgosolo e ne abbiamo approfittato per una passeggiata per ripassare i vecchi murales, ammirare i nuovi e godere della piacevole atmosfera di festa.



Appena dopo pranzo, nelle vie del paese, a intermittenza, capitava di incontrare cavalli e cavalieri: chi semplicemente passeggiava, chi addobbava il proprio cavallo per la processione davanti all’uscio di casa, chi al bar… 



Tutto con gran naturalezza, senza che i cavalli fossero eccessivamente a disagio con l’asfalto e il centro abitato, già ricco di visitatori curiosi, ma non particolarmente chiassosi.
Intorno alle 17, come delicate apparizioni, capitava di scorgere donne col coloratissimo abito tradizionale, in solitaria o sostenute con decisione dalle madri, che si dirigevano verso una stretta stradina in discesa, per poi eclissarsi velocemente. Apparivano come luminosissime luci in una notte oscura e sparivano improvvisamente, lasciando nei visitatori un assaggio della magia che la processione, così sentita, avrebbe donato ai fortunati.  
Abbiamo deciso, quindi, d’inoltrarci nei vicoli per raggiungere la candida chiesetta dell’Assunta, addobbata con bandierine che dal campanile si diramavano a raggiera, mosse senza sosta dal vento. Il piazzale, al quale si accede tramite un arco in muratura bianco, era già colmo di cavalli che continuavano, comunque, ad arrivare e il suono delle moltissime campanelle delle bardature rendevano ancor più frizzante l’atmosfera.
Sono entrata nella chiesetta, stipata di fedeli, per assistere alla messa. Volevo vivere la funzione, non essere una semplice spettatrice estranea. Desideravo calarmi il più possibile nel rito, con delicatezza. La messa si è svolta (con un pochino di delusione) in italiano, mentre i canti, meravigliosi, in sardo. Quindi, ho atteso che la processione avesse inizio. I primi a uscire dal piazzale, a piccoli gruppi, son stati i cavalli, in numero infinito. Successivamente, un gruppo di donne, capelli ordinatamente raccolti sulla nuca, gonna scura e ampia a coprir le gambe, sguardo serio, fierezza e determinazione. 



Quindi, i ragazzi del comitato che hanno organizzato la festa e il gruppo delle donne e uomini in abiti tradizionali, tutti rigorosamente in due file. 



E poi il popolo dei fedeli e dei curiosi. Noi l’abbiamo seguita per un tratto per poi fermarci per ammirarla e per ascoltare l’Ave Maria in sardo, un canto che sgorga dalle viscere e nelle viscere arriva. Un sommarsi di voci e di silenzi. Ed è in una situazione simile, in cui è visibilmente netto il confine tra chi vive “una cosa” e chi è lì per guardarla, che ti chiedi quanto sia giusto “il turismo” e quali siano i limiti affinché non si intacchi la realtà delle cose e quanta pazienza è necessario avere per accettare occhi curiosi su emozioni profonde…
Terminata la processione, cavalli e cavalieri si son lanciati in corse sfrenate in una larga e dritta via del paese, transennata da corde su entrambi i lati, durante le quali tentavano, ogni tanto, qualche acrobazia.
Con l’Assunta a Orgosolo, venerdì, son felice di aver esaudito un piccolo sogno…

A medas annos!

martedì 29 luglio 2014

La Seu d'Urgell - Pirenei catalani & Andorra.

La Seu d’Urgell è un delizioso paesino di circa 13 mila abitanti, nel bel mezzo dei Pirenei, a pochi minuti d’auto da Andorra. Vi ho soggiornato per qualche giorno, in pieno centro storico, proprio di fronte al bar Estrella grazie al quale, al nostro arrivo, ci hanno accolto musiche di flamenco, donandoci notti infinite di canti stonati, di personaggi affascinanti e sbandati.
Il sabato mattina vi è Els Encants dels Canonges, e le vie storiche del paese si riempiono di banchetti che espongono una grande varietà di prodotti: insaccati, olive di vari tipi, fughi, formaggi, ma anche abiti, scarpe, borse e oggetti di seconda e millesima mano. 



Io mi son svegliata presto e ho potuto ammirare, inizialmente dall’alto della nostra camera, i commercianti che meticolosamente e silenziosamente si apprestavano a posizionare al meglio la mercanzia. 



Vie molto strette e, alcune, porticate creano un ambiente intimo, mentre ci si perde nell’ammirare gli antichi e tradizionali negozietti che ancora aprono i battenti come numerosi anni fa, facendo rivivere, ai passanti, atmosfere senza tempo.



A La Seu possono capitare anche piccole magie. Passeggiavo senza meta per le vie del centro, a metà della sera, alla ricerca di angoli sconosciuti e, d’improvviso, una musica mi ha condotto in una piazzetta dove si ballava, allegramente, la Sardana. Vi era un palco sul quale un’orchestra suonava notte gioiose, seguite a tempo da tre ampi gruppi di persone, di varia età, che ballavano allegramente. E’ stata, davvero, una chicca preziosa.

Per ospitare le gare di slalom di canoa, in occasione delle Olimpiadi del 1992 fu inaugurato il Parque Olímpico del Segre, fiume che attraversa la cittadina e, grazie al quale, in città è ancora molto attivo il canoismo.


È, inoltre, un centro ricco di iniziative di promozione culturale e turistica, considerata anche la preziosa vicinanza ad Andorra. A circa venti minuti d’auto, infatti, vi è il Principato d’Andorra, sesta nazione più piccola d'Europa con circa 85.458 abitanti. Fondato nel 1278, è retto da due co-principi: il vescovo della diocesi spagnola di Urgell e il presidente della Repubblica francese. Al nostro arrivo ci ha accolto un acquazzone. Abbiamo trovato riparo in uno dei numerosi centri commerciali. 



Terminata la pioggia mi sono inoltrata nel cuore di Andorra la Vella, ricchissima di negozi, strade ordinate e rade casette di montagna con gerani rossi alle finestre. E’ circondata da montagne e, nel passeggiare seguendo gli obbligati movimenti della vallata, si ha la sensazione che le numerose palazzine siano state costruite sfidando le altezze decise da madre natura. 





Andorra, un po’ delude… Al suo nome così regale e altisonante non corrisponde la grazia e delicatezza del suo abitato e per scorgere scorci preziosi è necessario cercare con dedizione e perseveranza che, di certo, non mi son mancate…

giovedì 24 luglio 2014

Girona & Vic. Catalogna!

Il mio viaggio, come spesso accade per chi arriva in Catalogna da Alghero, è iniziato a Girona. Nonostante avessimo prenotato un’auto, per questioni “burocratiche”, abbiamo dovuto optare nel muoverci in autobus. Questo piccolo contrattempo non ha certo impedito di vivere con entusiasmo la nuova avventura. Girona è una piccola città di circa 96 mila abitanti, della quale conservo un piacevolissimo ricordo da quando la visitai, qualche anno fa, con mia madre… Attraversata dal fiume Onyar, las casas penjades lo costeggiano regalando allo sguardo una vista incantevole. 


Le palazzine, dall’aria vissuta e dai colori accesi, si accalcano una dopo l’altra e ti spingono a camminare per goderne il fascino da ogni angolatura. Attraversato uno qualsiasi dei ponticelli si raggiunge il Barri Vell, bellissimo intrecciarsi di viuzze, all’interno del quale vi è uno dei ghetti ebraici meglio conservati d’Europa. Magnifica, la cattedrale si fa ammirare da lontano e incanta se la si visita al suo interno. La sua navata gotica è la più larga del mondo (22,98 metri), oltre a essere la seconda al mondo per dimensioni, dopo San Pietro.
Noi abbiamo poco tempo a disposizione e un po’ di valigie al seguito. Pranziamo velocemente  con un ottimo pan amb tomate i pernil.


E poi di corsa a prendere l’autobus. Ci aspetta un lungo viaggio, varie tappe intermedie, autobus e treno.
La Catalogna dona, per un bel tratto, paesaggi tipicamente mediterranei con grandi casolari di pietra scura (che ben si sposano con l’ambiente in cui sorgono) e con profusione di gerani colorati… Ed è proprio in una casa simile che mi piacerebbe abitare!
Primo stop a Vic, cittadina di circa 30 mila abitanti, che si svela una meravigliosa sorpresa. A pochi metri dalla stazione vi è la sua Plaza Mayor che dà inizio a un centro storico prezioso. La piazza è immensa, circondata da palazzi di pregio estetico e architettonico che lasciano intuire la cultura antica di questo gioiello, poco conosciuto, della Catalogna. 




Ci inoltriamo nelle vie immediatamente sul retro della piazza per imbatterci in chiese, vie e piazzette di grande bellezza e a ogni incrocio è davvero difficile scegliere in quale direzione proseguire, incuriosite da tanto fascino.





Purtroppo, il tempo a disposizione è poco e un treno ci deve condurre a Puigcerdà, dove Catalogna e Francia si incontrano. Il viaggio si svolge tranquillamente e ci regala paesaggi montani suggestivi: siamo sui Pirenei e distese d’un verde generoso e intenso, corsi d’acqua, laghi, laghetti e borghi antichi abbarbicati t’impongono una sosta o ti fanno promettere il ritorno.

Eccoci a Puigcerdà. Ci rilassiamo in un bar vicino alla stazione, godiamo dell’energia e del movimento di una cittadina in festa.


Io, nel pochissimo tempo a disposizione, provo ad avventurarmi verso il centro storico, per raggiungere il quale è necessario prendere la funivia. La fila è lunga, i minuti stiracchiati e decido, a malincuore, di tornare indietro. Quindi, eccoci nuovamente sull’autobus che, nel giro, di poche decine di minuti ci conduce a destinazione: benvenuti a La Seu d’Urgell!

sabato 28 giugno 2014

Pavia.

Pavia è una città che non riesco a inquadrare. Ci sono stata più volte e, puntualmente, i miei sentimenti su di essa variano. Forse è il clima a cambiarne la percezione. Forse la velocità con cui la attraverso, forse le motivazioni che mi ci conducono. Prossima a Milano, nel bel mezzo della Pianura Padana, è una città piccola, con un centro storico importante, sede di un’antica e rinomata Università. Pare vi siano circa 20000 studenti che ne animano le vie e l’economia. Fin da bambina ne ho sempre sentito parlare e l’immaginazione volava attribuendole tutto ciò che adesso non riesco a trovarci. In questi giorni il caldo ci ha graziato e, così, anche le fameliche zanzare. Passeggiare per le sue strade eleganti, tra palazzi che nascondono storie coinvolgenti e antiche, è stata un’esperienza felice che, stranamente, avrei voluto prolungare.



Mi piace osservare i suoi abitanti nei quali ci ritrovo la finezza e l’eleganza italiana, senza ancora riuscire a cucir loro caratteristiche intrinseche legate alla città stessa, come mi riesce coi genovesi…
Tappa obbligatoria è l’università che si sviluppa attraverso un moltiplicarsi di cortili di grande bellezza e austerità. E lì devi necessariamente essere accompagnata da un suo studente che te ne parla tra orgoglio e consapevolezza. 




Le volte sono finemente dipinte, ma male preservate e io, non so perché, non riesco a lasciarmi coinvolgere nell’atmosfera di crescita intellettuale che dovrebbe inondarmi… Visitiamo, velocemente, i vari collegi universitari, tutti eleganti e sontuosi, ma in cui non si respira assolutamente l’energia che un luogo stracolmo di studenti e di futuro dovrebbe emanare.  E poi c’è il Lungo Ticino che, se hai fortuna di vivere in assenza di zanzare, caldo afoso o freddo intenso, dona momenti piacevoli e colori vivaci delle casette lontane. 


Pavia, insomma, per me è sempre un po’ così… Un eterno rimando, un eterno posticipare, un porto sicuro e, ogni tanto, un luogo da cui scappare quanto prima…