Pavia è una città che non riesco a inquadrare. Ci sono stata
più volte e, puntualmente, i miei sentimenti su di essa variano. Forse è il
clima a cambiarne la percezione. Forse la velocità con cui la attraverso, forse
le motivazioni che mi ci conducono. Prossima a Milano, nel bel mezzo della
Pianura Padana, è una città piccola, con un centro storico importante, sede di
un’antica e rinomata Università. Pare vi siano circa 20000 studenti che ne
animano le vie e l’economia. Fin da bambina ne ho sempre sentito parlare e
l’immaginazione volava attribuendole tutto ciò che adesso non riesco a
trovarci. In questi giorni il caldo ci ha graziato e, così, anche le fameliche
zanzare. Passeggiare per le sue strade eleganti, tra palazzi che nascondono
storie coinvolgenti e antiche, è stata un’esperienza felice che, stranamente,
avrei voluto prolungare.
Mi piace osservare i suoi abitanti nei quali ci
ritrovo la finezza e l’eleganza italiana, senza ancora riuscire a cucir loro
caratteristiche intrinseche legate alla città stessa, come mi riesce coi genovesi…
Tappa obbligatoria è l’università che si sviluppa attraverso
un moltiplicarsi di cortili di grande bellezza e austerità. E lì devi
necessariamente essere accompagnata da un suo studente che te ne parla tra
orgoglio e consapevolezza.
Le volte sono finemente dipinte, ma male preservate
e io, non so perché, non riesco a lasciarmi coinvolgere nell’atmosfera di
crescita intellettuale che dovrebbe inondarmi… Visitiamo, velocemente, i vari
collegi universitari, tutti eleganti e sontuosi, ma in cui non si respira
assolutamente l’energia che un luogo stracolmo di studenti e di futuro dovrebbe
emanare. E poi c’è il Lungo Ticino che,
se hai fortuna di vivere in assenza di zanzare, caldo afoso o freddo intenso,
dona momenti piacevoli e colori vivaci delle casette lontane.
Pavia, insomma,
per me è sempre un po’ così… Un eterno rimando, un eterno posticipare, un porto
sicuro e, ogni tanto, un luogo da cui scappare quanto prima…

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