lunedì 17 novembre 2014

Alla scoperta dei borghi delle Langhe...

In un paesaggio armonioso di vigneti, pereti e noccioleti, sono vari i borghi delle Langhe, spesso svettanti in collina, che meritano di essere conosciuti. Hanno tutti storia antica che è impossibile non percepire e vedere.
Io ho soggiornato a Guarene (nel Roero) che, immediatamente, ho associato alla cittadina turca della Cappadocia Goreme, non unicamente per assonanza, ma anche per i medesimi colori che in notturna entrambe donano, sebbene inserite in contesti paesaggistici totalmente differenti.
Guarene è un paesino incantevole di circa 3mila abitanti e si differenzia dai più noti poiché, al momento, non son presenti grandi attività a risvegliarne la vita. Vi è un castello che, da poco, è divenuto un elegante albergo, delle belle chiesette, vie in acciottolato, strette e ripide, che lo rendono davvero grazioso. Il paese dona profonda pace, grazie a un ritmo di vita naturale, non ancora cadenzato dal passaggio dei turisti. Essendo su una collina, ho potuto ammirare panorami mozzafiato, su vallate velate di nebbia. 


La casa che mi ha ospitato, ricavata da un antico palazzo ristrutturato, è accogliente, con volte particolarmente belle in gesso fiorentino, ed emana il calore tipico delle abitazioni pronte ad affrontare inverni rigidi: e lì la mia fantasia ha iniziato a volare, immaginando paesaggi innevati da fiaba, consueti durante il periodo invernale e rarità per noi sardi.
A Neive, invece, l’atmosfera è totalmente differente. Anch’esso piccolo centro (poco più di 3mila abitanti) rientra nel circuito dei Paesi più belli d’Italia. E’ molto curato e, appena arrivate, ci regala immediatamente scorci suggestivi con casettine antiche recuperate e, alcune, adibite a strutture ricettive particolari. 


Per raggiungere la piazza centrale ci addentriamo in stradine in acciottolato, superando un arco in pietra. In piazza Italia vi è un bel movimento di turisti attratti dalla bontà dei prodotti locali. Visitiamo il museo della “Donna Selvatica” che nasce con l’intento di ricordare la figura di Romano Levi, produttore, con la sorella Livia, di grappe particolari (distillati di vinacce con l’aggiunta di composizioni d’erbe immerse in bottiglia). La loro fama, inoltre, è legata al fatto che Romano scriveva a mano le etichette delle bottiglie, arricchendole con brevi poesie o disegni raffiguranti curiose figure di donna. La donna selvatica, infatti, fa parte di antichi miti presenti nelle narrazioni alpine. Romano racconta: “Da ragazzino andavo a scuola attraversando le vigne. Tra i filari c'erano spesso i ciabòt, minuscoli ripari dove i vignaioli e i contadini si rifugiavano… Io passavo di lì al mattino e a volte vedevo sbucare da questi ripari donne belle e scarmigliate, un po’ pazze, solitarie, che vivevano spesso ai margini della società paesana. Erano misteriose, senza vincoli, sparivano e poi tornavano, un po’ streghe e un po’ fate. Erano libere, come dovrebbero essere tutte le donne per vivere la parte migliore della vita”.



L’esposizione è carina, soprattutto per le simpatiche immagini della donna selvatica che è possibile scorgere in diverse zone del paese, quasi come un simbolo ricorrente. Però, forse, non è ben chiaro, di primo impatto, il messaggio che con essa si vuole conservare e diffondere per coloro che, come me, non conoscevano la tradizione di distillati di Neive, né la figura di Romano Levi.
La scoperta del paesino si conclude, dopo aver circumnavigato il suo centro storico, con lo sguardo rapito dall’autunno che si arrampica su un bel palazzo, con mille foglie che, mutando colore, donano uno spettacolo tutto da ammirare.


Tappa successiva è Monforte d’Alba, centro del Barolo, abbarbicato anch’esso su una collina. Ho avuto la fortuna di poterlo conoscere sia in versione notturna che pomeridiana. E’ un paese antico, di stradine ripide e strette tra case restaurate. Luci calde risaltano l’atmosfera accogliente di una notte viva e movimentata. Sono vari i ristoranti sorti in case rimodernate; semplici, ma sofisticati, propongono i piatti della zona (io ho potuto gustare la famosa carne cruda all’albese con una generosa spolverata di tartufo bianco d’Alba). 


Così come i locali, tra i quali una vineria, Le Case della Saracca, che sorge in un palazzo nel quale la pietra nuda si alterna alle trasparenze di vetri e plastiche, dal bellissimo effetto, tant’è che prima di accomodarsi, è d’obbligo una visita completa del locale, proprio per ammirarne l’opera. Il pomeriggio, invece, Monforte si mostra sotto altra veste: un paese tranquillo, in cui turisti e visitatori passeggiano per le sue vie. Vi sono bei palazzi di cui stupiscono i colori...




Da 38 anni, ogni estate, si svolge il Monfortinjazz che ospita musicisti di fama internazionale. Gli artisti si esibiscono in un anfiteatro naturale che pare abbia un’ottima acustica e si trova proprio nel cuore del centro storico.


Barolo, comune con meno di mille abitanti, lo visitiamo velocemente. Vi è una via, ricca di visitatori e qualche osteria, che conduce al castello, con un museo dedicato alla cultura del vino. E’ un paese con casette curate, ma non eccelle in bellezza, sebbene sia immerso in un paesaggio incantevole.



Infine, la cittadina di riferimento per i paesini delle Langhe: Alba, nota anche come la città delle cento torri, di cui se ne conservano circa una decina. Ha storia antica e un centro storico che non nasconde la fisionomia medievale. Non l’ho visitata in profondità, ma ho goduto dell’energia e dell’atmosfera che si respira nella vie principali in occasione di manifestazioni importanti che si svolgono nei week-end autunnali, legati alla promozione dei pregiati prodotti eno-gastronomici per cui è nota e visitata.


Nonostante il poco tempo a disposizione e la fretta che ha caratterizzato i miei spostamenti, le Langhe e i suoi paesini si son dimostrati luoghi accoglienti e ideali per giornate rilassanti, ma allo stesso tempo all’insegna della cultura, dello svago e della bellezza, capaci di offrire una varietà di iniziative di alto spessore. La sensazione è, però, di una visione e conoscenza parziale di questa terra che spero possa colmarsi in una visita futura.

www.monfortinjazz.it

venerdì 7 novembre 2014

Finalmente le Langhe!

Le Langhe, scrigno di castelli e storia, sono una regione del Piemonte dalla forte identità che, il 21 giugno, ha visto riconosciuto il valore del suo paesaggio vitivinicolo come patrimonio dell’umanità tutelato dall’Unesco.
Nel mio immaginario hanno da sempre rappresentato un esempio di buona gestione del territorio e di come, seguendo la naturale e storica vocazione, si possa ottenere un successo diffuso, volano per nuovi progetti.
L’autunno pare essere tra i periodi più fortunati per assaporare le sfumature dei paesaggi e il gusto dei suoi prodotti. Io credo, però, che le Langhe siano una di quelle zone la cui bellezza muta allo scorrere delle stagioni, offrendo varietà di colori e di prospettive a seconda del periodo e del clima.
Sono arrivata in tempo per la fiera internazionale del rinomato tartufo bianco di Alba. Prima tappa l’immenso stabilimento della Ferrero per la mostra di Felice Casorati, del quale abbiamo apprezzato profondamente l’arte delicata, ma complessa e originale.
Per pranzo ci siamo recate alla fiera. All’interno del padiglione, preso d’assalto da turisti e visitatori, un moltiplicarsi d’eccellenze prodotte nella zona: nocciole, vini, salumi, formaggi, manufatti e il tartufo, re incontrastato della manifestazione. Giusto poco dopo l’ingresso, sulla sinistra, lo stand dell’azienda agricola Altalanga (http://altalangaaziendaagricola.it/) che unisce imprenditori agricoli di lunga esperienza e giovani che hanno scelto di “raccogliere la sfida della terra”. Impossibile resistere al richiamo delle nocciole. Dal signore nello stand, di cui purtroppo non conosco il nome, ecco un sacchetto con i vari tipi di nocciole, dono da portare con me in Sardegna e gesto bellissimo che non scorderò. 




Procediamo lentamente, immergendoci nell’atmosfera dell’evento: curiosi uomini, dai tratti delineati e dalle espressioni fiere son lì per presentare al mondo il loro tartufo. 



E intenditori, buongustai, semplici turisti con l’acquolina pronti ad acquistarne o, solamente a degustarne nelle versioni offerte dai cuochi in fiera. 
Per capire le Langhe è fondamentale calarsi nella cultura del luogo, legata indissolubilmente alla terra. I paesaggi sono di una bellezza rilassante, ma contemporaneamente inebriante. Meravigliosi giochi di colore, rossi di varie intensità immersi in una moltitudine di verdi e le mille declinazioni del giallo e dell’oro; l’esaltazione della natura nelle forme e nei giochi di prospettiva impresse dagli uomini. Vi è una leggera nebbia che sfuma le colline e i profili dei borghi abbarbicati, con castelli in vetta. Le curve seguono, sinuose, le vigne curatissime che raggiungono i loro cigli, contribuendo alla sensazione d’essere un tutt’uno con l’ambiente.




Nelle Langhe-Roero ci sono circa mille cantine, la gran parte a conduzione familiare. Sono vari i vini che vi si producono. Il Dolcetto, la Barbera, ma il più conosciuto e pregiato è il Barolo, dal vitigno Nebbiolo (come il Barbaresco, il Nebbiolo d’Alba e il Langhe Nebbiolo). Significa che le varie declinazioni di vini che si ottengono dal medesimo vitigno sono legate alle caratteristiche del terreno in cui viene coltivato, alle metodologie di fermentazione, affinamento e maturazione. La ricchezza di colori che le vigne offrono, concentrati in spazi ristretti, ricalcano la molteplicità dei vini prodotti… E, questo è, secondo me, un aspetto meraviglioso: la varietà nata dalla terra ed esaltata dall’uomo, in tutte le sue sfaccettature, rende i vini delle Langhe così simili, ma così diversi, uniti dall’elevata e indiscussa qualità e dalla passione dei produttori, tramandata per generazioni.
Abbiamo visitato tre cantine, fondate o prese in mano da giovani. Per questo le abbiamo scelte: per conoscere le loro storie.
Prima tappa, la Cascina La Berchialla a Barbaresco (http://www.olekbondonio.it/index.htm) che appartiene alla famiglia di Olek Bondonio da duecento anni. Olek, surfista, consapevole della grande fortuna, ha deciso di riprendere la tradizione di famiglia. Enologo, ha lavorato in Australia, Oregon e Nuova Zelanda. Produce degli ottimi Barbaresco D.O.C.G., Langhe D.O.C Rosso Giulietta, Dolcetto d’Alba DOC e Grignolino Piemonte privilegiando i metodi tradizionali di vinificazione. Dalla sua azienda possiamo godere di un paesaggio emozionante, nonostante la giornata non sia abbastanza limpida per poter scorgere, in profondità, il Monviso e le possenti montagne che proteggono le Langhe. Uno dei prossimi obiettivi, ci dice, è la costruzione di una cantina vera e propria nella quale produrre e affinare il vino.




Seconda tappa, l’azienda agricola Valfaccenda a Canale, nel Roero (http://www.valfaccenda.it). Luca è un ragazzo di 32 anni che ha deciso di portare avanti la tradizione di famiglia, nata col suo bisnonno nel 1750. E’ un enologo e anche lui ha vissuto delle importanti esperienze oltreoceano. E’ un ragazzo appassionato, lo si capisce subito. 






Degustiamo Roero Arneis e Roero, ancora in affinamento in legno, ma che promettono molto bene. Ha costituito con altri due ragazzi un’associazione che si chiama Solo Roero: producono vini unicamente del Roero e collaborano nella promozione del territorio e delle sue specificità. Forse, per i non esperti di vino e per coloro che non conoscono a fondo la zona, questo può sembrare un esperimento normale, in realtà, è una sfida molto coraggiosa, soprattutto rapportata al contesto territoriale e alla fama che i vini delle Langhe hanno nel mercato internazionale, che spero potrà essere premiata come merita.
Terza tappa è nel Barolo, nell’azienda Olivero Mario (http://www.oliveromario.com). Ad accoglierci a Roddi è suo figlio Lorenzo, 32 anni, enologo. Ha iniziato a imbottigliare vini con suo padre, nel 2001. Ci mostra la cantina in perenne evoluzione. 



Ci racconta gli stadi della vinificazione, parliamo dei legni delle botti e poi via, a degustare degli ottimi Langhe Arneis, Dolcetto d’Alba e Dolcetto d’Alba “Buscht”, affinato per il 12 mesi in barriques, un Langhe Nebbiolo, una “Campii Raudii” Barbera d’Alba e un Barolo “Bricco Rocca”. 



Con altri giovani produttori amici ha fondato, nel 2007, l’associazione Langa Style  per promuovere, in giro per il mondo, i loro vini. In questi giorni, per esempio, si trovano a Hong Kong.
Visitare le cantine è stata un’esperienza interessante che mi ha introdotto nel micro-mondo del vino. Mi ha fatto conoscere ragazzi preparati, appassionati, intraprendenti che stanno portando avanti la tradizione, ma con sguardo e strumenti moderni che ritengo essere la formula vincente in questo periodo storico.
Oltre alla terra e al legame con essa, fare vino diventa un’arte in cui la conoscenza si fonde con la sperimentazione e l’intuizione. Uno degli istanti magici è, secondo me, il momento in cui chi produce vino, versatone un po’ nel calice, ne guarda il colore, le sfumature, la limpidezza, ne respira il profumo e ne assaggia il gusto. Io, proprio in quell’istante, amo guardare i loro occhi, nell’alchimia di quel momento che so già non potrò mai capire appieno.

Le Langhe non deludono le aspettative e mi donano ciò di cui ero alla ricerca: esempi di uomini e donne operosi che hanno saputo riconoscere e dare valore alla vocazione del territorio, unendo le forze in un progetto sinergico di valorizzazione dei prodotti della terra, bellezza del paesaggio, sapori, arte e ospitalità che hanno condotto le Langhe a essere meta di un turismo intelligente  e un esempio da cui trarre spunto e imparare.

giovedì 30 ottobre 2014

Cremona.

Cremona, nel cuore della pianura padana, è una bellissima città di circa 70 mila abitanti. Ho deciso di visitarla per caso, d’improvviso, scegliendola tra varie. Forse, a convincermi è stata la centenaria tradizione liutaria, divenuta da qualche anno patrimonio immateriale dell’umanità tutelata dall’Unesco. A confermare la bontà della mia scelta è stata, inoltre, la chiacchierata con i miei genitori che hanno rinfrescato ricordi piacevoli ed entusiasmanti di frequenti visite a questa bella città di forte tradizione agricola.
Sono arrivata in tarda mattinata. Lasciata la stazione, ho percorso una lunga e silenziosa via costeggiata da palazzi magnifici divenuti scuole e sedi di varie associazioni. L’aria è frizzantina, ma per fortuna il sole è caldo. Complice una leggera foschia, la luce è tenue, ma abbagliante. Mi avventuro nell’atrio di un palazzo, un po’ timorosa d’invadere spazi privati, e trovo l’incanto di decorazioni ovunque, intarsi su listoni di legno sulle volte, ricchezza di colori in ogni millimetro, antiche fontane scolpite... 



E rifletto sull’immensa fortuna di coloro che nutrono la loro quotidianità di cotanto splendore per cui la raffinatezza degli spazi è normalità; sui riflessi che sicuramente si producono nella qualità di vita e nel senso del bello; sulla responsabilità di preservare, seppur vivendo, questo immenso patrimonio. E’ stato incredibile scorgere dei ragazzi vivaci smuovere banchi e sedie nell’atrio di un palazzo di grandissima bellezza, trasformato nella sede dell’istituto agrario.
In pochi minuti ho raggiunto le vie dello shopping, ricche di bei negozi, di signore raffinate e di biciclette con grandi cestini di vimini. Attraversato il magnifico cortile del palazzo del Comune, ecco, davanti a me, la meraviglia del Duomo, accompagnato dal “torrazzo” e dal battistero. Dinnanzi a così tanta bellezza ho normalmente una sensazione di insoddisfazione, un “non riuscire a contenere” che non so mai bene come affrontare e gestire.



La piazza è viva: un’artista di strada, in solitaria e con nessuno che le presta attenzione, durante un’esibizione malinconica sprigiona una musica meravigliosa, mentre tantissime bancarelle di fiori occupano lo spazio quasi interamente. In molti si accomodano nel suo porticato per godere del sole. Piazza del Duomo a Cremona è uno spaccato d’umanità. Anzi, credo che in generale gli abitanti di Cremona siano molto interessanti: i turisti non sono tanti ed essendo una città di dimensioni ridotte ci si conosce un po’ tutti…
L’arte liutaria scorre nelle vene di molti cremonesi. Seduta al tavolino di un bar mi è capitato di ascoltare la conversazione tra due signori che discutevano, appunto, su alcune misure da adottare durante la creazione dei violini… 
La tradizione liutaria è nata a Cremona nel XVI secolo con Andrea Amati, ed è proseguita con i liutai della sua stessa famiglia, con i Guarneri, con il grande Antonio Stradivari nel secolo successivo e con tutti i liutai che hanno proseguito e portato avanti il “saper fare” fino ai nostri giorni. Per questo motivo, una visita al museo del violino, inaugurato lo scorso anno, è stata quasi d’obbligo. Composto da dieci sale espositive, il percorso introduce al mondo del violino per comprenderne le origini, le tecniche di lavorazione e i vari ammodernamenti, le caratteristiche della liuteria cremonese, la diffusione nel mondo nel corso dei secoli. Insomma, un’esperienza molto utile anche per me che sono lontana da questo mondo.



Visitato il museo, il mio desiderio è assolutamente quello di incontrare un liutaio, entrare nella sua bottega, vederne gli attrezzi, ammirarlo a lavoro. Non posso salutare Cremona senza aver vissuto quest’esperienza!

Carlos Roberts (www.carlosroberts.com) ha il suo laboratorio in piazza Duomo. Un’ampia finestra permette di ammirarlo a lavoro, con la calda luce di una lampada proiettata lì dove le sue mani conferiscono al legno le forme adatte per sprigionare musica. Mi son fermata ad osservare perché la scena è suggestiva. Lui alza lo sguardo, interrompe il lavoro, e mi chiede: “sai suonare?” Io incalzo: “e tu sai suonare?” Lui fa un cenno affermativo con la testa e poi m’invita ad entrare per vedere da vicino il suo lavoro. 




E’ argentino, Carlos, ma vive a Cremona da 27 anni. Essere liutaio gli permette di esprimere il suo essere al meglio: ne è felice. Dice che oramai si lavora bene con l'estero, su ordinazione. Ama la Sardegna perché gli ricorda la sua terra. Mi mostra con orgoglio una  sua copia di un violino di Guarneri del Gesu del 1741, ex kochanski/Rosand. 


In un mondo in cui tutti si lamentano o ricalcano unicamente le imperfezioni della loro vita, l’incontro e il confronto con Carlos è una voce alternativa rispetto a quelle che son solita ascoltare e la sua risposta, oltre a sorprendermi, mi rincuora.

Il sole tramonta. Sono contenta di aver scoperto una nuova e così interessante realtà. Per raggiungere la stazione percorro una via che regala nuovi piaceri: palazzi, chiese e angoli incantevoli che son felice di aver l’opportunità di scovare, sebbene di corsa. 
Cremona si conferma una città bellissima, di personalità, nella quale i suoi abitanti hanno saputo conservare e dare nuova vita all'eredità lasciata dai loro avi e dove la memoria sembra un valore importante su cui continuare a progredire. 

domenica 19 ottobre 2014

Atzara.

Qualche giorno fa ho letto, casualmente, un articolo nel quale si racconta che ad Atzara si estraggono colori dalle piante. La fantasia ha iniziato a vagare: quanta meraviglia può esserci in un piccolo paese immerso tra le colline del Mandrolisai dove, tra case antichissime di pietra e granito, avviene tale magia?
Ci siamo messi in viaggio e dopo una breve sosta per ammirare il fiume Tirso e una ricca passeggiata per le vie di Busachi abbiamo raggiunto Atzara.
Prima tappa la Pinacoteca comunale Antonio Ortiz Echagüe nella quale son custodite varie opere di pittori che hanno risieduto ad Atzara agli inizi del Novecento, tra i quali gli spagnoli Eduardo Chicharro e Antonio Ortiz Echagüe e i sardi Antonio Ballero, Giuseppe Biasi, Filippo Figari, Mario Delitala, Carmelo Floris, Stanis Dessy.
La sua fondazione è opera del grande Antonio Corriga, atzarese, che con la pinacoteca ha voluto imprimere nella storia del paese il passaggio di vari e importanti artisti. La delusione è tanta, però, quando scopriamo che l’esposizione permanente, al momento, è stata rimossa per dare ampio spazio a quella di un pittore contemporaneo, Marco Pili. L’operatrice ci rincuora, spiegando la necessità di rinnovarsi e di attirare continue visite al museo, e ci invita alla manifestazione Cortes Apertas, in occasione della quale, probabilmente, riusciranno a ricavare una stanza per la preziosa collezione. Io credo che Atzara non debba assolutamente rinunciare a uno scrigno d’arte che la racconta, rappresenta e la rende meravigliosamente unica, ma anzi lo debba trasformare in perno per attrarre fervori e nuova linfa.



Con un discreto magone ci incamminiamo alla ricerca de La Robbia. Il laboratorio di tinture naturali e di arti applicate di Maurizio Savoldo, si trova nella via principale del paese, a rallegrarne l’esistenza. E’ impossibile confondersi: sull’uscio un insieme di gomitoli di lana rosa, azzurra, rossa, di mille sfumature di verde. 
Siamo stati accolti con grande gentilezza e disponibilità. Maurizio ci racconta le tappe della sua attività: l’inizio un po’ casuale dopo la laurea in scienze naturali, la sfida nel riuscire in un lavoro oramai desueto e complesso, la necessità di essere libero e non rispondere a tempi imposti da terzi. Ci illustra l’antico procedimento per ottenere colori da erbe, bacche e materiali impensabili di scarto, come la buccia di cipolle. 




Ed ecco le sete dentro grandi pentoloni, immerse nel procedimento che donerà loro un nuovo aspetto. Poi a scoperchiare colori, per la gioia degli occhi e dell’olfatto.








Il laboratorio, però, è molto più di quel che mostra: oltre le piante, le bacche, le polveri e i prodotti finiti, vi sono la pazienza e il silenzio dei sogni, la speranza nel futuro. Vi è la dedizione al lavoro e fedeltà a se stessi, la fantasia.

Salutato Maurizio, ci siam lentamente diretti alla cantina Fradiles, dove Paolo, fratello di Maurizio, e gli zii producono con passione e determinazione vini che ultimamente stanno ottenendo prestigiosi e meritati riconoscimenti. Il vigneto e la cantina si trovano appena fuori dal paese, immersi in un paesaggio di notevole bellezza. In una tiepida serata d’ottobre, all’imbrunire, un declinarsi e lento evolversi di verdi, rossi, gialli senape, tra colline ben delineate che proteggono, come un prezioso tesoro, i frutti di questa terra.





Io, purtroppo, non sono un’esperta di vini (nonostante mi piacciano molto), ma proverò a riportare quanto ho capito, sperando di non commettere errori. In questa zona il vino si produce unendo differenti tipi di uve (Muristellu, Cannonau e Monica). Ad Atzara, attualmente, l’unica cantina che imbottiglia il vino prodotto è quella di Paolo, ma un po’ tutti in paese lo fanno. Un paese in cui la passione per il vino scorre nelle vene degli abitanti e, il profumo del mosto lo si respira in ogni dove.



Fradiles, Bagadiu, Antiogu, Azzara e Istentu sono le preziose perle della cantina. Ognuno ha la propria storia e le proprie caratteristiche. Fradile rievoca il legame che unisce zii e nipoti nella cura del vigneto; Bagadiu, significa “scapolo”, è legato al curioso fatto che ad Atzara ci sia un alto numero di uomini single ed è un vino che nasce da un unico genere di uva, senza i consueti miscugli. Antiogu è il santo patrono del paese; Azzara, delizioso, credo sia un omaggio al paese stesso e Istentu celebra “il valore dell’attesa, il saper aspettare, il saper assaporare: tutte azioni che fanno capo ad alcuni principi della viticultura. Principi di fondamentale importanza, sui quali si fonda l’essenza stessa delle cose, è il principio secondo il quale non si può avere tutto e subito, ma che l’attesa di eventi e di cose è l’essenza stessa della vita, poiché c’è un tempo per seminare e uno per raccogliere”.


Dopo vari assaggi e scambi di opinioni arriva il momento del saluto, con la promessa di un pronto ritorno per approfondire la conoscenza di un paese ricco di tesori e di belle potenzialità.


giovedì 25 settembre 2014

San Sperate - Sardegna.

San Sperate è un piccolo centro di circa 6000 abitanti poco distante da Cagliari. E’ conosciuto per essere un paese museo, ricco di murales e opere d’arte diffuse, per il giardino sonoro di Pinuccio Sciola e, ho scoperto una volta arrivata, per le bontà delle pesche che si producono.


L’abbiamo visitato in un rovente pomeriggio di settembre, con grande gioia e soddisfazione per non aver disatteso un desiderio e una promessa.
E’ uno di quei luoghi che lasciano un po’ di disappunto, nel quale speranza e disperazione si sfidano come in un difficile braccio di ferro. Il paese si sviluppa in un intricarsi di vie pianeggianti e, appena vi si giunge, non è difficile percepirne le particolarità e le grandissime opportunità. Non c’è un percorso prestabilito e chiaro che ti guidi nella scoperta delle installazioni e dei murales che nel corso degli anni hanno donato a San Sperate un’atmosfera particolare. Vi sono degli scorci preziosi, case campidanesi, con portali magnifici che lasciano sognare patii eleganti e giardini lussureggianti, pareti candide su cui sorgono disegni dai colori delicati. 




A rendere l’atmosfera ancor più piacevole sono i pavimenti colorati delle vie del centro storico in cui si trovano le numerosissime opere. Col sole alto e feroce abbiamo passeggiato su strade azzurre, gialle, verdi, tra case bianche, bordate di un blu intenso, ammirando installazioni di ferro scuro, fiori e piante rampicanti. 


Su consiglio di un passante ci siamo inoltrati alla ricerca delle pareti di poesie, ma non siam stati abbastanza coraggiosi da soffermarci a sufficienza per leggerle tutte: il caldo era insopportabile, ma il tempo è bastato per constatare il degrado diffuso in cui versa la zona che potrebbe, invece, essere, con pochi sforzi e un po’ di costanza e senso civico, un angolo delizioso e un’attrazione particolare del paese.



E poi di fretta alla ricerca della stradina bianca che conduce al giardino sonoro di Pinuccio Sciola. Troviamo chiuso l’accesso con un nastro, attendiamo un pochino ed eccoci concesso l’ingresso nello spiazzo ampio e magnifico: grandi e maestose pietre di varie forme, lavorazioni, materiali nel bel mezzo di una natura rigogliosa, quella di cui esse fanno parte e con l’aiuto della quale regalano una profonda armonia. 


E lì, con gioia e stupore, a far “uscire” musica, musica dalle pietre… A scoprire quali suoni fossero capaci di donarci, a estrapolare l’incanto, la magia.

San Sperate non delude assolutamente, ma lascia un po’ di amaro. E’ come una glassa dolce con un ripieno stridulo, perché dietro, accanto e intorno ai magnifici portoni non sempre il sogno coincide con la realtà.

lunedì 8 settembre 2014

Cabras - La Corsa degli Scalzi

Sabato, primo sabato di settembre, ore 7 del mattino un uomo scalzo, pantaloni corti e maglietta bianchi, con passo svelto si dirige in chiesa. Per mano ha il suo bambino, scalzo e vestito di bianco, nell’altra un piccolo fagotto, anch’esso candido. 


La mamma di Sara, la notte precedente, quasi bisbigliando per non svegliare coloro che già dormono, “Is corridoris, la notte prima, vanno a letto presto”, mi racconta che la tunica bianca ognuno la porta in chiesa racchiusa nel fazzoletto femminile, per poi vestirsi tutti insieme. Sulla credenza, il nastro bianco con i bottoni per allacciare il colletto del saio e in salotto, poggiata sulla sedia, la cintura bianca…
E’ bella l’atmosfera della vigilia: un misto di attesa e pace.
La Corsa degli Scalzi ha una storia antichissima che risale al 1500 e profuma di leggenda. Si narra che a causa di una delle frequenti invasioni saracene, uomini e donne di Cabras corsero verso il borgo di San Salvatore (nel quale gli uomini vivevano durante la settimana, non potendo quotidianamente affrontare le distanze del viaggio) per mettere al sicuro la statua del santo e i loro averi. Durante la corsa, si racconta che sollevarono un tale polverone da indurre i saraceni a credere che avessero un esercito ben equipaggiato e ciò li fece desistere dall’assalto.
Io non so esattamente quanti fossero i corridori: uomini, ragazzi e bambini. Un fiume umano, un serpente bianco luccicante che si muoveva compatto nel senape scuro delle terre del Sinis. A tutti è permesso emozionarsi, ma solo a pochi, pochissimi, comprendere che cosa realmente significhi la Corsa. Perché ognuno corre per un motivo. E non esistono turisti, curiosi, viaggiatori che possano intaccarne l’essenza, perché è inafferrabile come i corpi in movimento. E quando i corridori arrivano a San Salvatore, sotto un sole alto e potente, pesanti di polvere, fatica e sudore che cerca di evaporare dalle vesti, allora lì l’essenza della corsa si è già manifestata in ogni singolo passo, in ogni singolo scatto lungo chilometri, dove ognuno ci ha messo, ci ha lasciato o forse si è ripreso un po’ di se stesso. Adesso puoi solo lasciarti respirare l’umido intrappolato in sai saturi, fino alla magia del profumo di menta, che arriva come un miracolo, e dei petali di fiore che segnano il passaggio del santo nelle vie di San Salvatore. Questa è l’unica, grande magia che è concessa al popolo spettatore.

Currei in nomine ‘e Deus, Scalzi di Cabras!